«Pronto pronto… base Nautilus a rapporto!»

«Siamo in ascolto, base Nautilus, può trasmettere il messaggio in codice.»

«Ricevuto, Alfa Gamma. Procedo alla trasmissione in codice: “Il cavalluccio marino ha forato.”  Ripeto: “Il cavalluccio marino ha forato.»

«Messaggio ricevuto. Attendere risposta, base Nautilus.»

«Attendo vostra comunicazione, Alfa Gamma.»

«Alfa gamma trasmette risposta in codice: “Il guscio della cozza è rotto.” Ripeto: “Il guscio della cozza è rotto.»

«Ricevuta risposta chiara e distinta, Alfa Gamma. Base Nautilus passo e chiudo!»

Aldino, il tordo pavone, si accorse che il romanzo che stava leggendo non era davvero un granché. “Se questa è una storia di fantascienza”, si disse, “e che ci vuole? Ne posso scrivere una anch’io… anche meglio!” Ma fu una leggerezza imperdonabile, la sua, sebbene lì per lì non ne avesse la minima contezza. Aldino infatti era un pesce un po’ facilone, come del resto lo sono i tordi, e ancora di più i tordi pavoni come lui: così colorati da sfiorare la pacchianeria, si credono i migliori della loro specie, sebbene, con quella livrea sgargiante e scarsamente mimetica, sono pesci vulnerabilissimi e immediatamente individuabili dai predatori. Se questi ultimi sovente li ignorano è per la qualità delle loro carni, tanto pessima e liscosa quanto inutilmente impreziosita dall’incartamento. Come quando apri un regalo e ti accorgi che era più bello il fiocco. A volte, la natura, trova delle soluzioni che risultano poco decifrabili. Comunque Aldino si era messo in testa di scrivere un romanzo di fantascienza, e così, fra i pochi scoglietti del suo limitato territorio, si dispose di buona lena all’opera.

Cominciò con il documentarsi, e ben presto si accorse che sarebbe stato un lavoro tutt’altro che facile: nonostante anni addietro avesse conseguito la maturità scientifica – in maniera più cocciuta che brillante, però, ripetendo una volta la seconda e una volta la quarta classe – , lui non era nemmeno sicuro di quanti fossero i pianeti del sistema solare. Figuriamoci dell’universo infinito! E qui incappò nel secondo errore, perché si convinse: “Ma se a uno gli prende di scrivere un romanzo di fantascienza, dove la creatività la fa da padrona insieme alla fantasia, che cazzo gliene frega di quanti sono i pianeti del sistema solare?” Perciò smise di documentarsi, supponendo che il proprio bagaglio di conoscenze fosse più che adeguato.

La prima cosa che provò a immaginare fu l’immancabile mostro extraterrestre, e se lo dipinse cattivo, cattivissimo, ma in modo confuso. Anche qui fallò per inesperienza, poiché volle iniziare col dargli il nome, e si capì fin da subito che quel modo di chiamare il mostro, che poi era il personaggio principale, aggiungeva confusione alla confusione. Lo chiamò Quazzacutul, Quazzacutul dominatore di Rombo. Il pianeta Rombo contava tredici lune ed era illuminato da due soli, uno piccolo, poco lontano e uno laggiù, di notevoli dimensioni. Le maree ne sarebbero risultate assolutamente sconvolte, e caotiche nell’imprevedibilità, e allora Aldino pensò bene di eliminare il mare, sul pianeta Rombo il mare non c’era e anche d’acqua poca poca. Così come poca era la notte, e con due  soli che stavano sempre uno di qua e uno di là, su Rombo anche le lune, benché fossero più di una dozzina, risultavano inutili. Se non per gli innamorati, che avendo sempre le lune presenti si scioglievano in effusioni smodate e stucchevoli. Sì, era stato proprio per questo che il mostro Quazzacutul era riuscito a soggiogare facilmente l’intero il pianeta Rombo, perché in realtà i suoi abitanti non prestavano attenzione a nient’altro che a scoparsi senza sosta. Stava già uscendo fuori tema, il tordo pavone Aldino, ma data la scarsissima consuetudine in materia non se ne accorse.

Quazzacutul, tra l’altro, siccome era un mostro con una spiccata attitudine all’intrapresa economica, e considerato che i Romboiani si dedicavano smodatamente a una pratica sessuale a dir poco disinibita con il cervello disciolto nella brodaglia della fregola, fece del pianeta conquistato il postribolo principale della costellazione Razza. Qui approdavano tutti i marziani dell’universo, almeno quando erano arrapati di brutto, e così, preso dalla sete inestinguibile del profitto capitalista, Quazzacutul cominciò a dare ospitalità a cani e porci, finché il pianeta non rischiò di collassare sotto il peso di un enorme orgasmo cosmico, e autodistruggersi. Meno male che un esercito di sugarelli intergalattici intervennero appena in tempo in difesa dei Romboiani. Guidati da Parago, discendente di Pagro I il fantastico, dopo cruenti scontri fino all’ultima scaglia, riuscirono a sconfiggere il mostro Quazzacutul, lo spedirono attraverso un buco nero di seppia e si assicurarono che fosse esiliato nella costellazione Mantra, distante dal pianeta Rombo miliardi e miliardi e miliardi di anni luce.  Non lo uccisero, perché i sugarelli interstellari, benché si impegnassero in guerre giuste, erano fondamentalmente non violenti e antimperialisti. Infatti portavano sempre appresso una borraccetta di materiale riciclato per ordinanza, una per ciascuno. Parago, appellandosi alla maestà di Pagro I il fantastico, fece un discorso in filodiffusione a tutti i Romboiani, che nonostante il cervello annebbiato dalla fregola, riuscirono a mantenere la concentrazione per almeno un paio di minuti secondi: «È giunto il momento di darsi una regolata, ragazzi e ragazze mie»”, disse con parole semplici, ma sentite, Parago, il Pericle della costellazione Razza. «Avete anche voi da lavorare come tutti, travagliando e impegnandovi con la stessa energia frenetica che vi caratterizza nella copula, e tuttavia, questa volta, nel modo in cui lo fanno gli eroi dediti al sacrificio, senza piacere né goduria di corpo. Da qui in avanti, o sarà questo il vostro rinnovato costume, oppure, peggio per voi, vi spediamo senza soluzione di continuità attraverso i buchi neri seppia dispersi per le galassie”. Ci furono pochi secondi di un silenzio così profondo da far paura, ma poi:

«Meglio la morte!» urlò il romboiano Amilcare, l’unico anarchico impegnato politicamente dell’intero pianeta, che trombava sì anche lui, ma per il popolo. La ribellione fu repentinamente sedata: non appena Amilcare venne accompagnato nel buco nero seppia e inviato a far compagnia a Quazzacutul, tutti i romboiani capirono l’antifona. Cominciarono quindi a scoparsi soltanto il sabato e la domenica – o il sabato, o la domenica – ma soltanto in coppiola, mentre gli altri giorni presero a sciamare con regolarità nelle fabbrichette del circondario, per una gigantesca produzione di pellami a soddisfare la domanda dell’intera costellazione Razza. A dirigerli furono chiamati alcuni capi religiosi dell’ordine di Santacroce provenienti dalla zona stellare del Cuoio.  Non si sa quanto contenti e felici, però vissero. Fine. Sì, il tordo pavone Aldino, a lavoro terminato, si compiacque di sé, perché la narrazione gli sembrava ben congeniata e con uno storytelling di tutto rispetto, dinamico e coinvolgente. Già si vedeva candidato tra i finalisti del premio Strega. Stampò il romanzo di fantascienza, gli dette un bel titolo accattivante – “Il trono di Quazzacutul” – lo rilegò con la spiralina e lo inviò alla casa editrice più prestigiosa di Livorno, la Cacciuccopress. Aspettò, aspettò per un mese, per due mesi, per sei… non ricevette alcuna risposta. Finché, dopo un anno, osò telefonare:

«Pronto pronto… parla il tordo pavone Aldino.»

«Cacciuccopress Livorno, desidera?»

«Vorrei informazioni sul mio romanzo di fantascienza “Il trono di Quazzacutul”, che ormai vi ho inviato da più di un anno…»

«Attenda in linea.» Trascorsero almeno cinque minuti annegati nel tedio di una musichetta sciocca.

«Pronto, parlo con il tordo pavone Aldino?»

«In persona» disse Aldino, e in quel momento i suoi colori smaglianti brillarono come non mai. «Prego trasmettermi informazioni circa il “Trono di Quazzacutul”.»

«Procediamo alla trasmissione di messaggio in codice. “Il suo romanzo è una merda.” Ripeto: “Il suo romanzo è una merda”.»

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