Sto rileggendo Il gigante. Tolgo e sposto qualche virgola, aggiusto un’assonanza indesiderata, sostituisco una parola, poca roba insomma. Necessita uno sguardo freddo, mi dico, avvertito e professionale, di qua il poeta è già passato, ora tocca al ragioniere – o meglio, al geometra. Ma leggo una pagina, due, ed eccomi nuovamente sprofondato nel paese, a rincorrere questo bambino che vola via per la mulattiera, che salta, e va ad annusare la vetriola o la ruta, s’infila gli sciantillì ed è già sparito nel bosco con Titta, nel fragore panico di mezzogiorno. Non c’è verso, il gigante mi vuole ancora con sé come suo ospite, vuole però quel bambino, non questo povero coglione di più di sessant’anni, con il suo lapis e il righello, e un sapere che è un carico troppo pesante per le ali ai piedi. Qui anche le pietre hanno vita, qui anche i morti. Così non posso che aprire ancora di più gli occhi, non posso cioè leggere e decifrare, posso soltanto guardare le parole.  

Ci sono due capitoli che hanno il proprio centro sul come si costruisce qualcosa, dedicati alla scala di legno interna della casa bianca e al tappo del forno, dove protagonista è mio padre. Questo fare si allarga comunque in molte direzioni e coinvolge anche il bambino Luca: fare per esempio le fionde, fare i pastoni per le anatre, girare la lavatrice a mano, segare, tagliare, sbucciare ecc. Per Aldo comprende poi l’acquisto di Bugnano – come si compra un paese intero? – e non ultimo il rimettere insieme il libro di Vampa, per esempio. Senza considerare che anche la scrittura del Gigante è un fare, il bambino diventato adulto ora che ha la stessa età in cui è morto suo padre scrive il romanzo famigliare e in qualche modo ricostruisce un paese che non c’è più. Poesia, poiesis, fare, produrre.

Un altro aspetto è la linea di demarcazione mai definita completamente tra il consorzio umano, cioè la cultura, e la natura. C’è questo gruppo di persone che s’insedia lì, a Bugnano, certamente non in maniera continuativa, ma per lunghi periodi durante diversi anni. E c’è una sorta di lotta costante nel tentativo di farsi spazio in una natura che vuol prendere il sopravvento e che alla fine ci riuscirà. Ma l’aspetto non banale, secondo me, è che queste due forze contrastanti sono per certi aspetti anche complici, perché la cura umana e il chi se ne frega di voi della natura attingono, in definitiva, dalla stessa energia. Questa cosa non va sottovalutata, proprio per evitare considerazioni sciocche, è una delle componenti più autentiche del romanzo.

Questo ci conduce direttamente a un altro tema, che io definisco così: Bugnano ovvero la mescolanza dei contrari. Vivi e morti, realtà e immaginazione, coraggio e paura, libertà e leggi ferree, attività e ozio, vita e noia, gioco e lavoro… concettualmente sono opposizioni, ma a Bugnano le trovi mescolate, c’è quasi un elogio di questa mescolanza. Nemmeno questo è un tema da sottovalutare.

Bugnano è una storia di storie, diventa quasi una mitologia. Ha poco senso cercare di distinguere cosa è vero o cosa è falso, perché nel momento in cui la natura – chiamiamola così – ha ripreso il sopravvento e Bugnano non esiste più, o è tutto vero o è tutto falso, è appunto una storia di storie. Mi spingo oltre: per me Bugnano è la forza generativa delle storie – ecco, direi proprio così. Lo chiamano, adesso, il paese fantasma, cercano di congelarlo con questa etichetta, ma non capiscono che in realtà  brulica ancora di vita.

C’è l’infanzia, ma anche la vita adulta. Non due concetti, ma due posture: un modo di vita infantile e uno adulto, entrambe diverse da quelle che ci vuole imporre una sorta di cultura egemone, dominante, un pensiero unico. Ci sono diverse parti polemiche, in questo romanzo, e sono state volutamente mantenute anche quando mi accorgevo che non avrebbero incontrato il favore di un certo tipo di lettore, quello che si lusinga di una certa puzza sotto il naso, il pulitino, il perbenino, il politicamente corretto e, fondamentalmente, cretino. Il gigante non vuol essere un libro per lettori affetti da cretinismo. A questo cretinismo molto diffuso, perché motore fondamentale del consumismo e di una vita ridotta a merce, Bugnano non si oppone come un’idea, ma almeno come un’esperienza, come qualcosa che è stato e ha saputo essere, quasi sicuramente non ripetibile, non replicabile, eppure vero. Mi piacerebbe che questo romanzo serbasse qualche grano di questa verità, quasi come proposta. Per esempio quel bambino, cos’è? Non chi è, ma cos’è? Oppure: cos’è quell’adulto per cui l’impresa non è semplicemente basata su fattori economicistici, quell’uomo che non affronta la vita come un bottegaio? Questo cavaliere che appare anche buffo, donchisciottesco, che tuttavia ha il coraggio di assumere su di sé la nobiltà della sconfitta e che ne fa un regalo per sé e per gli altri? Cosa vuol dire, mentre cresci, percepire nettamente che è questo il regalo più importante che ti ha fatto tuo padre, lui che paradossalmente era un agente di commercio? Anche qui ci sarebbe di che discutere.

Bugnano, il paese, le mulattiere, il bosco, i lavatoi, gli animali, le piante, il brulichio di vita notturna e diurna, la paura, il dio Pan. Bugnano l’isola di luce nella notte, ingoiato dai monti neri – quella è una stella o una luce lontana? Dove finisce l’infanzia? Da cosa dipende questa fine? Dove si è generato ciò che sei oggi? Cosa vuol dire ritornare da Bugnano? O ritornare lì?, reincontrare ogni volta il gigante?

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