Scorgo il tuo silenzio
notte mia
riposto in ogni angolo
di questa vita.
Queste parole, conchiuse nella stretta ritmica e tuttavia aperte al respiro del colloquio muto, sono forse la mia prima poesia, la mia prima poesia vera. Le ho scritte che non avevo ancora diciotto anni. Per me furono così definitive che dovevo trovare il verso di renderle concrete: le dipinsi sul retro di un portasigarette costruito con il legno povero di una cassetta da frutta, nero, sul davanti il volto della notte, una donna-strega. Il portasigarette poteva contenere sette Multifilter Philip Morris, di quelle lunghe. Come cerniera per aprirlo e chiuderlo un paio di centimetri quadrati a uncinetto, che lavorò mia zia Miranda. C’è il silenzio della notte, in quei versi, il tentativo di coglierlo nonostante la vita e il suo fracasso. Qualche anno dopo, invece, scrissi:
Miseria di te
avvolge le cose.
Squallore scolpito
su pallide pietre.
Mio padre era morto. La poesia diceva del vuoto, delle cose che sono avvolte dalla miseria della mancanza, dallo squallore dell’assenza, appunto uno squallore “scolpito”, come pietre nude.