Il padre di Franze è stato ucciso a Mauthausen. Franze, partigiano della brigata Garibaldi, ancora non lo sa. Finisce la guerra, ma non per lui, le persone festeggiano, cantano e ballano, ma non lui. Suo padre non ritorna. Cerca informazioni per vie ufficiali senza risultati, finché non gli viene recapitata la lettera di uno jugoslavo della sua età. Il giovane gli racconta di aver conosciuto Primo, di come il compagno comunista lo aveva protetto nel campo e “affigliolato”. Fino al giorno in cui, consunto dalla sfinitezza, l’uomo decise di trovare un modo per morire: si ferì volontariamente con il martello pneumatico per accedere all’infermeria e una volta lì essere eliminato con una siringa di fenolo. Non si ricordava la data precisa della morte, ma era senz’altro la seconda metà di gennaio, 1945. Il giovane jugoslavo si era imposto di rintracciare l’indirizzo di Franze, Primo gli aveva parlato tante e tante volte di lui. Lo iugoslavo scriveva per ringraziarlo: “io devo la vita a tuo padre”.

Franze, il mio futuro suocero, mi confidò questa cosa in una delle nostre innumerevoli conversazioni, lunghi pomeriggi a discutere, fumando insieme, io che avevo interrotto la lettura di un libro, lui il suo giro per la pulizia delle fabbriche nella zona del cuoio. In quegli anni aveva studiato e riflettuto senz’altro più di me, mi guardava con quei suoi occhi azzurri concentrati e inquietanti, penso che mi riservasse della stima perché resistevo al suo sguardo. A volte, ovviamente, si litigava, ma entrambi eravamo d’accordo sulla constatazione che il conflitto è reale e necessario.

Intollerante alle ipocrisie, Franze. Per esempio odiava le commemorazioni e le pagliacciate dei politici, lui aveva imparato dalla storia di suo padre che la gran parte delle persone voleva dimenticare il più in fretta possibile, anche fra i cosiddetti compagni, “il morto puzza e il vivo sgaia”, mi diceva sarcastico. Detestava gli uomini fatui e quella spensieratezza che deriva dall’incapacità di ragionare in maniera consapevole, cioè la plumbea leggerezza dell’imbecille. Mi assicurava che non tutte, ma una buona parte delle persone della zona che avevano fatto carriera nelle file dei partiti erano dotati di due qualità fondamentali: il cinismo e il lecchinaggio. Rispondevano, cioè, a una tipologia, e me li elencava con nome e cognome. Penso che se li scrivessi qui, uno dietro l’altro, rischierei di toccare con le mie manacce alcune sacre reliquie.

A vent’anni sparò e uccise. Mi descrisse quale fu il suo primo tedesco morto, mi confessò che se lo sognava ancora adesso, quell’urlo spaventoso e il digrignare dei denti. Mi diceva che i repubblichini facevano talmente ribrezzo che erano odiati perfino dalla Wehrmacht. Mi ha descritto alcune delle azioni a cui ha partecipato e poi le lunghissime discussioni politiche accampati nei boschi delle colline metallifere. Non c’era posto per la celebrazione eroica, nel suo narrare, ma per la responsabilità e la drammaticità delle decisioni sì. Un uomo, anche se sei poco più di un ragazzo, deve scegliere la parte con la quale vivere e combattere. “Noi che avevamo scelto la parte giusta eravamo i banditen. Ci impiccavano, ci appendevano per la gola ai ganci dei macellai”.

Ma si guardava intorno, Franze, e non si mascherava che la gran massa dei pecoroni – lui li chiamava così – preferiva partecipare alla marea montante della stupidità alimentata dal consumo. Franze sapeva che la vera produzione del sistema capitalista era proprio il comprare merci e che la forza del marcato sta nel convincerci che con qualche soldo in più tutto andrebbe a posto, così da potersene fregare di ogni bene. I pecoroni sgaiano, appunto, e se non possono farlo per scarse risorse vogliono più risorse per sgaiare. In questa logica diventa molto semplice disquisire della maggiore o minore qualità di un piatto al ristorante e costruirci sopra una filosofia di vita, quando invece dovremmo renderci conto che la possibilità di parlare, seppure sprecando le nostre parole in discorsi insulsi, ce l’anno regalata i sommersi, quelli che sono morti mangiando le bucce delle patate. Ma tant’è, i pecoroni vogliono più pizze e ristoranti e vacanze e viaggi ecc. ecc., sono contenti così e girano la ruota del capitalismo, bontà loro.

(Abbi pazienza se continuo a scrivere di questi argomenti, scusa se non mi ripugna solo Gaza ma anche che la segretaria del maggiore partito d’opposizione sappia denunciare soltanto il caro ombrelloni. Il mio problema è che leggo Rosa Luxemburg, Antonio Gramsci e Walter Benjamin. Il mio problema è che ho conosciuto Franze, la storia di suo padre e la lettera di uno jugoslavo di nemmeno vent’anni. E non li ho dimenticati).

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