Pènero era molto ben visto in paese. Sempre vestito ammodino, pettinato, dai modi affabili e gentili. Del resto anche le ragazze se lo rubavano con gli occhi: “Certo che Pènero è proprio un bel pezzo di pènero!” E anche della sua famiglia, quella dei Pèneri che era originaria del borgo di Penerata appena fuori dal confine provinciale, della famiglia dei Pèneri nessuno avrebbe avuto nulla a che ridire… se non fosse stato, ahimé, per il fratellastro di Penero, Penerone. Perché il babbo di Penero, dopo la morte della signora Frangetti, aveva avuto una moglie di secondo letto, e a qualche anno di distanza da Pènero era nato appunto Penerone. Ma il destino infierì, e venne meno anche la mamma di Penerone, e forse fu proprio questo il motivo per cui il bambino, fin da piccolo, mostrò una certa abulia melensa. Crebbe, insomma, molto scoglionato, Penerone, e tanto in altezza quanto poco in nerbo, e lo vedevi girare in paese così, nullafacente, altissimo e ricurvo su sé stesso. Dobbiamo dire la verità: anche Pènero, per quanto fosse un pènero tanto per bene e gentile, un po’ se ne vergognava, di Penerone. Non foss’altro per quel brutto episodio di quando Penerone, poco più di un giovane peneretto, una volta si presentò in casa della vedova dello zio Penerazzi e gli fece vedere il penero, che non era di certo il penero di una creatura! Oppure quando lo trovarono incastrato con il penero nella rete di recinsione del convento delle suore, che fu tramata dal paese una vicenda losca di una sorella che esercitava di nascosto meretricio. Insomma, Penerone cominciò ad essere sulla bocca di tutti. Ma a lui sembrava non importare, e lo vedevi sempre in giro ciondoloni come se nulla fosse. E questo a Pènero gli faceva parecchia rabbia.
“Come posso intervenire, padre?” domandò una volta in confessione Penero a Don Nodino, il vecchio parroco che conosceva la trama e l’ordito dell’intero paese.
“Ci vuole pazienza, mio caro Pènero, vedrai che pian pianino le cose si aggiusteranno da sole, il buon Dio volendo…”
“Ho capito la pazienza, padre, ma quello mi mette in forte imbarazzo di fronte a tutti. Lei lo sa com’è la gente, no? Prima quella cosa della zia, poi lo trovano con il penero nella rete… io mi vergogno di avere un fratello così!”
“Che dici che dici, figlio mio, è sangue del tuo sangue!” rimbombò nel confessionale il vocione di Don Nodino.
“Per metà, padre, per metà…”
“Come puoi offendere così la memoria del tuo buon padre, che se riprese moglie fu solo per darti una nuova mamma che ti accudisse e ti tirasse su…”
“Sì, ma poi la signora ha fatto un capolavoro!”
“Che dici, ingrato, che dici! Se Dio ha voluto che Penerone venisse al mondo un senso ci sarà! Recondito, certo, come lo sono le vie del Signore, ma bisogna aver fede nella Divina Provvidenza!”
“Parecchio recondito, se mi permette, padre…”. Insomma, da quella confessione Penero non trasse alcun consiglio utile.
E le cose continuavano a peggiorare, perché ora qualcuno aveva messo in giro che Penerone, non contento di offendere i pudichi costumi sessuali del paese, l’avevano visto che si drogava. E c’era chi diceva che si fumava i penerelli e chi addirittura che si sparasse in vena la penerina. O anche la tirasse su senza decenza. E considerato che Penerone non aveva nemmeno un lavoro, da dove venivano quei soldi per comprarsi la penerina e i penerelli? Era di sicuro un ladro, se non addirittura intramato nella mafia dei peneri siciliani o nell’andrangheta di quelli calabresi. E infatti si diceva anche che Penerone frequentasse il figlio maggiore del boss dell’andrangheta, Pellaccia. Penero sprofondava sempre di più nella vergogna.
“Io, questa situazione, non la posso più tollerare, Pènero! Se non vuoi perdermi devi fare al più presto qualcosa” fu l’ultimatum di Perlina, la fidanzata di Pènero.
“Ma tu cosa faresti se fossi nei miei panni?”
“Non lo so, visto che nessuno lo sbatte in galera… io almeno ci parlerei, da penero a penero. Ma quest’andazzo ha da finire. Lo dico soprattutto per il tuo bene, sai? Io, per me, potrei anche non curarmene, di quello che dice la gente… Ma tu come fai a sopportare una cosa così, che infanga la tua famiglia! E che infangherà anche la nostra!”
“Hai ragione, Perlina, proverò ancora una volta a parlarci. Ma non è facile, con Penerone. Lui vive in un mondo tutto suo, isolato da tutto e da tutti…”
“Però le peneracce le frequenta! E sempre con quel suo penerone in mano!” stizzì Perlina con un’invidia non troppo nascosta.
“Gli parlerò oggi stesso” si limitò a dire Pènero. Ma poi, come a rafforzare il proposito, “E’ ora che questa storia finisca!”
“Io non so cosa ti aspetti dalla vita, Penerone. Ma nostro padre ci diceva sempre che si raccoglie quello che si semina… ti ricordi?”
“Ma babbo mica faceva il contadino…”
“Lo so Penerone, è un modo di dire…”
“In che senso?”
“Nel senso che il contadino prima semina e poi dai semi nasce… che so? il grano? e allora il grano, una volta maturo, lo puoi raccogliere, ma soltanto se lo hai seminato. Bisogna cioè meritarselo, il grano, lavorare per produrre un raccolto. E così è la vita…”
“Ah, voleva dire questo, babbo?”
“Sì Penerone…”
“Ma io non ci provo mica soddisfazione a fare il contadino, che ti tocca anche a mungere le mucche nella merda…”
“No, Penerone, non hai capito. Cerca di astrarre, di dimenticarti il contadino e le mucche…”
“Ass…?”
“Lascia perdere. Il discorso è questo: al mondo bisogna pure fare qualcosa per campare, no? Non so, non ti piace a te avere qualche soldo in tasca? farti un bel viaggio… No, ascolta, lascia stare anche i soldi e i viaggi… Ma a te, dico proprio per te stesso, cosa ti piacerebbe fare? Non ce l’hai un hobby?”
“A me mi piace andare con Pellaccia dalle peneracce, lì mi piace parecchio…”
“E poi?”
“E poi che? Dici i penerelli?”
“No, lascia stare anche i penerelli. Ti piacerebbe per esempio praticare uno sport?”
“No”
“No? Davvero? nemmeno il calcio?”
“No”
“E per esempio cucinare? ti piacerebbe imparare a cucinare? fai un corso, diventi uno chef famoso, vai alla televisione…”
“Ma dài, Penero, ma chi cazzo se ne frega…”
“E allora? non c’è proprio nulla che ti piacerebbe fare per davvero?”
“Una cosa che mi garba c’è, ma non l’ho mai detta a nessuno…”
“Sì? E che cos’è?”
“Non so se te lo posso dire… non l’ho detto nemmeno a Pellaccia…”
“Dai dimmelo Penerone! Io sono tuo fratello!”
“Fare il pittore! Ecco, mi piacerebbe fare il pittore, ora lo sai anche te!”
“Vorresti dipingere? E perché non me lo hai detto prima?”
“Perché pensavo che tu mi prendessi per il culo… mi vergognavo, fare il pittore mi sembra una cosa un po’ da finocchi”.
“Ma che finocchi! Dipingere è artistico, Penerone, da grandi artisti! mica c’è da vergognarsene!”
“E poi è sempre meglio che stare nella merda con le vacche come diceva il babbo” concluse Penerone. I due fratelli si abbracciarono commossi.
Fu immediatamente allestito lo studio. Con la grande vetrata che affacciava in direzione nord, come si conviene nei migliori atelier. Furono comprate le tele e quant’altro fosse necessario per dipingere. Pènero ebbe subito chiaro che Penerone era un istintivo: apriva il secchio del colore – amava soprattutto i colori caldi, come il giallo, il rosso, l’arancione… – ci infilava dentro il penero e cominciava a spennellare su e giù per la tela, in estasi, un ebbro danzatore di linee decise e sgocciolamenti. Sembrava un novello Pollock, ma più primitivo, una forza furiosa della natura. Tra i pittori di peneri non si era mai visto un penerone così! Certo, ogni tanto si prendeva una pausa con le peneracce insieme a Pellaccia, ma una vita bohemien, per gli artisti, è più che comprensibile, come finì per convenirne ogni abitante del paese. E forse aveva ragione proprio Don Nodino, il vecchio parroco: cominciava a intravedersi un fato, la trama della volontà di Dio diventava un disegno sempre più evidente, sempre più definito. Penerone fu dapprima il pittore della mafia e dell’andrangheta, le sue opere, approfittando delle vie battute da quei loschi traffici, sfondarono come la droga nel mercato internazionale. Diventò tanto famoso da oscurare perfino il più celebre degli artisti. Con lui nacque anche una scuola, di stile e di pensiero: il Penerismo.
“Hai visto tuo fratello eh… Chi lo avrebbe mai detto, dentro quel Penerone si nascondeva un geniaccio! Che dici? Verrà a mangiare da noi, domenica?”
“Non lo so Perlina. Io gliel’ho chiesto, ma mi sembra parecchio impegnato…”
“Ma glielo hai detto che lo invitavo io?”
“Sì, Perlina…”
“Non è che lavorerà troppo? Non vorrai che si ammali? Per un artista come lui, prendere la penerite è un nulla…”
E fu così che Penerone, figlio di secondo letto del signor Penerazzi e fratellastro di Penero che invece era il figlio della prima moglie, la signora Frangetti, divenne il cittadino più importante di quel paese. Che però, bisogna ricordare, non era il paese dei suoi avi, essendo la sua famiglia proveniente da Penereta, poco oltre la provincia. Là, in quel piccolo borgo collinare, è stata posta da poco una lapide sulla casa del nonno, ove si legge:
DA QUI EBBE ORIGINE LA FAMIGLIA DEI PENERI
DA CUI DISCESERO PER LINEA RETTA PENERO
E SOPRATTUTTO PENERONE
IL PIU’ GRANDE PITTORE FRA I PENERISTI
CHE MORI DI PENERITE
IN DATA 22 XII 2023
IN UN ALTRO PAESE
FRA LE BRACCIA DELLE PENERACCE
(PELLACCIA)