La libreria del signor Itchek ha gli scaffali talmente inzeppati che ormai non è quasi più consultabile, se non tentando la sorte. Ora per esempio ha bisogno dei Frammenti di Epicuro, edizione Laterza, ma si accontenterebbe anche di quei libriccini intitolati Lettera sulla felicità o Sulla felicità o chissà come, che ha acquistato nel tempo, senza motivo, così come quando ti viene la voglia di portare a casa un pacco di sale grosso anche se ne hai già una buona scorta e all’orizzonte non si profila alcuna apocalisse. Ché magari, dopo un disastro nucleare, uno ti bussa alla porta blindata del rifugio atomico e ti chiede: “Scusi, avrebbe mica da imprestarmi un po’ di sale?”.

Comunque Epicuro chissà dov’è. E allora il signor Itchek ricorre al motore di ricerca Google, nel tentativo di scovare la perla in mezzo a tanta spazzatura. Che rimanga traccia, nell’ algoritmo, che proprio lui sta ricercando le parole del maestro! Digita: lettera meneceo testo, invio, eccola qui, ne trova subito due. Clicca sul primo indirizzo e va al punto: “Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire”. Clicca il secondo: “Cosicché devono filosofare sia il giovane, sia il vecchio: questo perché invecchiando rimanga giovane nei beni, per il ricordo gradito del passato; quello perché sia insieme giovane e vecchio, per l’assenza di timore di fronte al futuro”. La seconda traduzione ha delle pretese, più che tradurre interpreta – ma è davvero possibile tradurre senza interpretare? risposta: no. Comunque gli piace di più la prima. Soprattutto quell’ ”irrobustiti in essa”, cioè i giovani che conoscendo la felicità, nella felicità addirittura ci si rafforzano, ci fanno esperienza, ci si sviluppano i muscoli come se fossero ai remi di una barca nel mare o ci nuotassero dentro. Lo fanno perché la felicità è un bene di per sé stessa e perché così si prepareranno a non temere l’avvenire. Epicuro non è un qualsiasi adolescentone, quale sia il verso del mondo lo sa, non ti nasconde che invecchierai come qualsiasi altra cosa sotto il sole – escluso, però, gli atomi. Ma sa ugualmente che a coloro che seguiranno senza tante storie il verso di questo mondo sarà riservato anche un controverso, sempre che siano stati capaci di irrobustirsi nella felicità. E allora “quando saremo avanti con gli anni”, cioè vecchi, ci sentiremo sempre giovani “in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato”. O, come dice la seconda traduzione, “invecchiando [si] rima[ne] sempre giovane nei beni”. Dunque, certo che esiste la felicità! e se ne fai esperienza, se ti impegni a conoscerla, se ti ci alleni e ci fai le flessioni o ci nuoti o ci remi, per te esisterà anche in futuro, quando sarai vecchio e te ne circonderai nel ricordo, il ricordo di quei beni del passato. Proprio per questo non c’è da aver paura, perché con ciò che hai avuto dalla felicità, nel farti forte di lei, farai robusto anche il ricordo e non lo perderai. O meglio, andrà perso anche lui, con te, come accadrà per ogni altra vita – ad esclusione, si ripeta, di quella degli atomi – ma succederà senza che tu ti accorga della perdita.

Dopo il preambolo Epicuro passa in rassegna le massime della sua filosofia nelle agili colonne portanti, con quelle poche parole che il signor Itchek conosce a menadito, perché le ha lette e rilette innumerevoli volte in tante e tante versioni diverse – Epicuro lo perdonerà, il signor Itchek il greco non lo conosce. Sta proprio qui la salute dell’anima e dunque la possibilità dell’essere felici, nel cosiddetto tetrafarmaco, che il signor Itchek riassume mentalmente nella sua personalissima traduzione:

  1. anche se gli dei esistono è come se non ci fossero, perché se ne stanno beati e incorruttibili per i cazzi loro;
  2. la morte, a noi vivi, ci fa una sega;
  3. niente di più facile del bene: come l’acqua mentre la bevi perché hai sete (piacere cinetico), come l’acqua quando l’hai bevuta e non hai più sete (piacere catastematico);
  4. c’è bua e bua: la bua grande, tranquillo, dura poco; quella piccina invece dura tanto, ma mica c’è da coltivarla, intesi?

Praticare la filosofia e dunque aver consuetudine con la felicità e la saggezza vuol dire fare quadrato con queste quattro massime, ognuna reinterpretata nella propria esistenza. Al signor Itchek piace ridurre all’essenziale e confronta questa apparente semplicità alle ingannevoli profondità di certe religioni che sprecano le risorse umane nelle segrete dei misteri, mortificando la vita. Epicuro, invece, è il filosofo che ride. Ride insieme ai giovani che si allenano nella filosofia e nella felicità, ride insieme ai vecchi che saranno ancora giovani perché non smetteranno di filosofare e soprattutto perché, una volta praticata la felicità, non la perderanno mai. Se te lo immagini bambino, Epicuro potrebbe condensare il tutto in un’unica frase: “Niente bau-bau, niente bua”. Tutto qui: “Segui queste mie massime e sarai come un dio in mezzo agli uomini”, scrive nella splendida chiusa della lettera a Meneceo, “perché in nulla è mortale chi vive fra beni immortali”. Hai davvero bisogno di altri paradisi?

Altri articoli