La velocità è un talento, una capacità innata. Veloce ci nasci, perché ti ritrovi con un gran numero di fibre muscolari bianche rispetto alla media. Il talento puoi coltivarlo e dunque svilupparlo, e così te lo meriti, ma in nessuno modo te lo meritasti venendo al mondo.
La velocità la scopri immediatamente nei giochi infantili, ti rincorrono e non ti prendono, li rincorri e li prendi tutti. Puoi anche arrivare per primo sulla palla, o fare una gara da qui a là e nel frattempo – un tempo brevissimo – seminarli per via. All’opposto della velocità c’è la resistenza, che dalla battaglia di Maratona è diventata in seguito una disciplina olimpica. Però la gara più attesa alle olimpiadi rimangono i cento metri di velocità pura. L’eroe greco per antonomasia è infatti Achille, il piè veloce, e non Filippide. E Achille ha di sicuro un carattere di merda, a partire dal suo dimostrarsi parecchio permaloso: quando gli fai uno sgarbo, anche se ti chiami Agamennone e sei il re dei re, lui non distingue tra alleati e nemici, poveri nemici. Domandare a Ettore.
Così la velocità ti rende sdegnoso nei confronti di coloro che nei muscoli hanno molte fibre rosse e poche bianche. Comunque, lo ripeto, le possibilità di base in cui si realizza il talento del bambino veloce sono due: o arrivi per primo a prendere qualcosa, o non ti fai prendere. Ti invito a una riflessione, perché proprio qui si aprono altrettante possibilità esistenziali: o decidi di prendere per primo le cose e le persone – e allora t’importa fino a un certo punto se ti prendono -, o decidi di fare il possibile per non essere preso – e allora saranno i lenti a prendere le cose e anche le persone. Due possibilità, due posture esistenziali. Certo, l’ottimo sarebbe raggiungere entrambi gli obiettivi – prendere e non farsi prendere – ma nemmeno Achille c’è riuscito. Ché infatti gli hanno tolto quello di cui si era impossessato per primo, la bella Briseide, e poi, alla fine, è stato raggiunto da una freccia che guarda caso è andata a trafiggerlo proprio lì, nel tallone.
Non lo si può sapere se anche la possibilità di scegliere tra l’una e l’altro modo sia davvero una possibilità. Io, per esempio, ho provato senz’altro di più a non farmi prendere – anche se molti mi dicono che è un inganno -, e se dovessi decidere da che parte sta la libertà direi proprio così: non lasciarsi prendere. Si vede che per arraffare più cose degli altri non c’ero portato. In tanti però non sono d’accordo, e hanno un’altra filosofia di vita: se puoi, prendi, e più cose riuscirai a far tue più sarai libero, tra l’altro anche libero di non fuggire, perché non c’è niente di male nel lasciarsi prendere se hai un sacco di cose. Forse, ma io rimango del mio avviso. Anche perché, tra le due possibilità di vivere la velocità, la più sdegnosa – e dunque la più attinente alla sprezzatura – è senz’altro non lasciarsi prendere. E poi, impossessandosi di questo e di quello, alla fine ti appesantisci e diventi lento. E diventare lento, secondo me, non è un buon modo di coltivare i tuoi talenti, se eri nato veloce. Insomma, ritrovarti come se anche tu avessi le fibre rosse nei muscoli come tutti gli altri, anche se hai tante e tante cose che hai fatto tue, un po’ ti dispiace.
Lo sai, prima o poi la freccia arriverà anche per te, definitivamente. Ti trasformerà in qualcosa che più arresa di così non si può, cioè nell’immobilità assoluta. Sarà meno triste morire leggero? Nemmeno questo è dato sapere. Forse bisognerebbe nascere tutti con le stesse fibre, bianche o rosse, o bianche e rosse che siano. Forse bisognerebbe cercare di mostrarsi meno stronzi e permalosi di Achille, e apprezzare il talento di vita di chi non ha talenti particolari, o di chi realizza un talento opposto al tuo. Magari è ancora più semplice, e basterebbe poter rinunciare senza farsi del male, ammesso sia possibile. Io non lo so. O meglio, una cosa la so: da bambino correre veloce è talmente bello!, è bellissimo!, e la questione che tu te lo meriti o meno, o di cosa ne farai delle fibre bianche che ti sei trovato in dotazione, non te la poni neanche. O forse ogni bambino che corre a tutta birra, anche se non è così veloce, si sente lo stesso bene e felice, perché tra i bambini – almeno tra i bambini buoni – non ci sarebbe necessità di agonismo, così almeno ci assicurano gli esperti. Io però, se dovessi scegliere, preferirei rinascere veloce. Sarà che dell’infanzia ho ricordi confusi, sarà che non sono stato un bambino buono. Non un piccolo principe ma un piccolo stronzo.
(Queste cose non andrebbero scritte, perché gli sdegnosi della lentezza non fanno certo simpatia, anche da cuccioli. Dicono che l’umiltà sia una virtù – Spinoza non lo dice, anzi – e che forse per imparare a non dàrsi troppe arie risulti indispensabile cadere, altro che correre, cadere stesi per terra, in latino appunto humus. E poi ci si rialza, si cade e ci si rimette in piedi, si ri-cade e poi di nuovo su: la vita sarebbe questo movimento qui, un frequente inciampare per poi riempirsi d’orgoglio se saremo buoni a metterci nuovamente in piedi – anzi, di sicuro andrà tutto bene e ce la ri-faremo, su e poi di nuovo giù, su, giù e ancora su. Perché inciampare non è una brutta cosa, perché inciampare è umano – come dimostrare altrimenti la nostra forza se non cadendo e ritornando in piedi? Secondo me, anche qui, c’è un grande fraintendimento. Ti invito a guardare la scena del duello tra Achille e Ettore nel film Troy. Come gli dice Achille? “In piedi, principe troiano! In piedi!, non lascerò che una pietra” – la pietra dove Ettore è inciampato – “si prenda la mia gloria!” La gloria del piè veloce, non quella del troiano. E tu?, vorresti essere nei panni di Ettòrre?)