Franco Fortini poeta, fra i poeti, non ha un grande pubblico, e in Italia questo significa che non ha pubblico. Fortini è un poeta per poeti, e anche fra questi soltanto per alcuni. Fortini è il traduttore di Bertolt Brecht, e Bertolt Brecht temo che oggi abbia il vento contro purtroppo, come Fortini. Però sono tornato a casa con un libro su di lui, che lo ritrae come professore d’italiano e storia – che a quanto pare nelle sue ore diventavano discipline ricche d’infiniti raccordi con molte altre -, e nello specifico professore in istituti tecnici a Monza e Milano dal 1963 al 1971, anche se poi gli anni su cui si incentrano le testimonianze dei suoi allievi sono quelli della contestazione.
Il libro si intitola Allora comincerò…, sottotitolo Franco Fortini nel ricordo dei suoi studenti, curatori D’Angelo, Massari, Pallini, editore Bordeuax di Roma, maggio o forse giugno 2024. Ora che hai tutte le informazioni necessarie, se andrai a comprarlo – compralo – dovrai aprirlo subito a pagina 51, perché potrai leggervi quelle tre pagine per le quali il libro merita di stare nella tua libreria. In queste tre pagine – che in realtà sono cinque, perché due vengono dedicate al dattiloscritto originale – c’è una lettera del poeta qui professore, in risposta a un’altra lettera di un’allieva, Ezia Pozzini di classe quinta Istituto Tecnico per il Turismo di Milano, 1969. La ragazza fa una constatazione che diventa una domanda: “Mai un professore mi ha chiesto il vero perché di una mia impreparazione, mai si è interessato alla mia vita. Nessun insegnante mi ha mai voluto bene” – si notino i tre “mai” di fila. “Se non si riesce a capirsi a scuola, lo si può fare in una fabbrica, in un ufficio, su di una spiaggia, in una sala da ballo?” – si noti “sala da ballo”, le discoteche erano appena in boccio.
Non è certo una novità, immagino mi dirai. Gli adolescenti si sentono incompresi, la scuola italiana non ha certo voglia di capirli, anche perché nel frattempo quest’incomunicabilità si è allargata a macchia d’olio, e il malessere, aggravato, ha assunto la forma di tutta una serie di patologie puntigliosamente classificate, dal disturbo da deficit di attenzione/iperattività su su fino ai disturbi ossessivi compulsivi, le depressioni, le anoressie, le bulimie ecc. ecc. – che come minimo ci vuole uno psicoterapeuta, previsto a grande richiesta nell’organico ordinario della scuola, e che siccome si dedica all’ascolto partecipato ha fin troppo lavoro.
A me però interessa la risposta di Fortini, anche se è inattuale, anche se temo che una volta conosciuta verrebbe subito dimenticata, perché Fortini è un insegnante serio quanto è poeta, e risulta indigesto, come Bertolt Brecht e tutti coloro che scrivono e parlano la verità, senza infiocchettarla per un pubblico consumista e quindi profondamente ignorante. Ecco le parole che ho selezionato dalla lettera come le più importanti per la scuola di oggi, proprio perché sono convinto che ai più rimarrebbero sullo stomaco, in quanto sono anche una risposta a quello psicologismo d’accatto che viene continuamente proposto come innovazione didattica. Ripeto quel che lamenta la studentessa Ezia, un’affermazione che diventa una richiesta di amore: “Nessun insegnante mi ha mai voluto bene”. E Fortini:
“Il terreno della comprensione e dell’affetto fra insegnante e scolaro è quello della oggettività. (…) L’oggetto è la cosa da studiare, il ponte da costruire, la cima da scalare, il rischio da affrontare. (…) Comprensione e affetto, se nascono, nascono a causa dell’oggetto, in sua occasione.
Non in sé. Perfino nell’aspetto fisico dell’amore, l’impegno alla sua esecuzione è maggiore garanzia di affetto e di comprensione ossia di integrità amorosa di quanto non siano le parole d’amore.
Allora può nascere in una classe scolastica quella medesima ascesi e apparente durezza che è della disciplina militare, anzi, di qualunque comunità attiva. (…) La brutalità della indifferenza ai motivi privati, naturalmente entro certi limiti (un insegnante dovrebbe poterne sapere di più di quanto di solito non sappia), ha da essere scuola di sentimenti; che debbono sorgere, ancora una volta, dall’oggetto, ossia da quel che si vuol sapere o imparare; non dall’ ‘anima’.”
Non dall’anima, dunque, sorgono i sentimenti, lo scambio della comprensione e dell’affetto tra insegnante e allievo sta al di sopra di un rapporto privato fra loro due, se ci si vuole bene lo si fa socializzando l’apprendimento: “quel che tu dirai a lui e che lui ti dirà non saranno in nessun caso soltanto suoi o tuoi”. Non dai sentimenti chiacchierati sorgono i sentimenti, ma dall’oggetto, ossia da quel che si vuol sapere o imparare, con “apparente durezza”, quasi una “disciplina militare”. Ripetiamolo ancora per i duri d’orecchio esperti dell’anima: non dall’anima, non da motivi privati. Gli adolescenti da sempre richiedono uno sguardo che li riconosca nella loro paura di crescere e nei loro sentimenti. Ma non hanno bisogno dello psicologo che ne annaspi, classificandolo, l’interiorità, anche se un ragazzo gli domanda la sua attenzione su di sé, come ha sempre fatto e oggi ancora di più. Ha invece bisogno di adulti, professori e poeti, come Franco Fortini, che lo indirizzino all’oggettività del fare e dunque dell’amare vero, invece che allo scimmiottare, e a diventare saputi, delle parole delle malattie dell’animo, o del presunto sentimento amoroso. “Per questo è necessario che quanto si impara ci importi”, scrive ancora Fortini, e che quindi questo “materiale che si elabora” – nella socializzazione della classe – “sia autentico e non sofisticato, sia cioè verità e cultura vera”.
Eccola la chiave di volta di tutto il discorso, la scuola ha bisogno di “verità e di cultura vera”, ed è proprio qui che la scuola italiana fallisce, perché propina falsità e finzioni, tanto che quel che appare più concreto e reale è soltanto il malessere – generato proprio dalla falsità e dalla finzione. I professori sono sempre più chiamati a fare gli psicologi e siccome non lo sono ecco in arrivo sul primo binario il professionista, il curato o il curatore dell’anima, a cui non potrai dire che “nessuno mi ha mai voluto bene”, perché lui è proprio lì per te, in quanto unico e privato. Questo è un estremo, all’altro ci sono invece gli ipocriti sacerdoti delle materie, quelli che la cultura la recitano come attori, e che hanno sempre l’aria di dispensare oro e pietre preziose che la massa di ignoranza che hanno di fronte – perché così considerano gli studenti – non potranno mai comprendere. Per loro Don Lorenzo Milani scrisse Lettera a una professoressa (1967) e sempre per loro e la loro boria da fingitori, Fortini, nella lettera, racconta un aneddoto.
Ricorda un viaggio, è il 1955, sta per imbarcarsi su un aereo che da Mosca lo porterà a Helsinki, e il suo interprete sovietico gli mette in mano un fagotto di carta gialla da droghiere, con dentro due belle fette di pane imburrate e gonfie di caviale. Una vera meranda materna, la definisce il poeta. E aggiunge: quasi sicuramente oggi ci si vergognerebbe di questa grossolana, “rozza presentazione”. E invece il segreto sta proprio qui: “il prezioso caviale trattato come marmellata di fichi, questo è il giusto modo di trattare la cultura”. Questa è la presentazione giusta per una scuola vera, caviale come marmellata di fichi, appunto. Una metafora per sbeffeggiare quei professori che invece, pur trasmettendo una cultura falsa, senza vita e imparaticcia, vogliono sempre dare l’impressione di essere orafi, mentre la loro supponenza è rozza, pesante, volgare come una merendina industriale – priva cioè di verità. Sia loro che gli psicologi sono lì a finire di rovinare le nostre scuole, e se ne vedono i risultati. A volte capitano anche miracoli, incontri ancora qualcuno che ti regala una bella merenda a base di caviale, avendo il buon gusto di preferirla a un pacchetto col fiocco, un pacchetto di stronzate da somministrare anno dopo anno, e sempre le medesime. Ma “Guai a quel Paese che ha bisogno di eroi”, scriveva Bertolt Brecht.