Suo padre provò le doppie chiavi, se aprivano e chiudevano bene, portone e porta di servizio. Poi le passò a mamma, e lei le inserì con qualche difficoltà nell’anello metallico del portachiavi, un medaglione azzurro con la scritta di una carrozzeria dove lavorava una cugino. Fu un gesto simbolico, un rito di passaggio, la promozione verso l’uomo che si auguravano diventasse – ti avevano consegnato le chiavi di casa.

Sentirne il peso e il piccolo ingombro nella tasca dei pantaloni era l’evidenza che in ogni momento della giornata – mentre giocavi, mentre eri a scuola, mentre accompagnavi il cane a fare i suoi bisogni -, ogni volta ti diceva che eri cresciuto, e che da lì in poi le cose sarebbero cambiate. Non dovevi più fermarti come tutti davanti al citofono e rispondere “Io…”. Aprivi il cancello del giardino, lo richiudevi dietro di te e durante quei pochi passi che ti dividevano dal portone preparavi la chiave – quella più squadrata – e un attimo dopo la giravi con uno scatto della serratura, agile, spingevi l’anta ed eri entrato, ecco fatto, un gesto semplice e tuo. Perché tu avevi le chiavi di casa e non eri obbligato ad aspettare come uno qualsiasi davanti all’ingresso, ti avevano dato le chiavi! No, non se ricorda più quanti anni aveva quando gli furono consegnate con le raccomandazioni del caso. Ma sa esattamente come le perse, perché capitò in un modo a dir poco assurdo.

Accadde come quei fatti che quando accadono, dopo che sono accaduti, uno si sente obbligato a considerarsi nient’altro che un imbecille, “E ora?” A pensarci bene la colpa fu di Sussi e Biribissi, quei due balordi che viaggiano, secondo loro, verso il centro della terra, sebbene non si spostino mai da Firenze. Anche lì, nella storia, c’era un pietrone rotondo che chiudeva l’ingresso di una fogna, cioè un tombino più o meno come quello che capitò sottomano a lui – o meglio, sotto i piedi. Lui non pensava di calarvisi dentro e iniziare un’avventura che può essere vera soltanto nei libri, non era imbecille fino a questo punto, ma scoperchiare quel grosso tappo sarebbe stata già una gran cosa. Purtroppo il tombino non aveva una maniglia da poter tirare, ma soltanto una piccolissima feritoia, quasi invisibile, nel centro. Fu a causa di quella feritoia che gli venne l’idea. Un bastone per sollevare a leva non ci sarebbe potuto entrare, nemmeno un paio di tenaglie o magari il manico di un ombrello – eh no… -, ma una chiave invece sì. Anzi due, accoppiate, per fare più forza, come queste. Infatti provò e ci passavano precise. Dunque, le infilo nella feritoia come se fosse una serratura, le giro perché in larghezza facciano contrasto, tiro forte il portachiavi verso di me e il tombino si alza e si spalanca. Detto fatto. Si aprì invece l’anello, il resto del portachiavi in mano, le chiavi ingoiate dalla fogna. “Sei proprio un imbecille… E ora?” Non poteva certo confessare quello che aveva combinato, perché nessuno ne avrebbe capito il motivo, nemmeno lui mentre si raccontava l’accaduto prima di andarlo a riferire a sua madre, o a suo padre, o magari a nonna, la più conciliante dei tre. Mettere da parte la verità: le chiavi era più normale che fossero andate perse. Come? Perse come?, gli avrebbero domandato. Ci voleva un buco, per smarrirle, un buco nella tasca dei pantaloni. Quindi buttare via anche ciò che rimaneva del portachiavi in un posto irraggiungibile o distruggerlo, meglio forse bruciarlo o vedere se anche quel medaglione passava dalla feritoia – no, non ci passava. Farlo a pezzi e infilarlo lo stesso lì, ecco, a pezzettini con un mattone e poi, ora che ce li puoi infilare, pezzetto per pezzetto nella fogna. Strappare la fodera della tasca, basta premere con le unghie sul fondo, insistere. Sì, un bello squarcio da cui una coppia di chiavi con il grosso portachiavi escano facilmente. Ma come è possibile questo buco?, gli avrebbe domandato mamma. Qui non poteva rispondere, lui aveva giocato a pallone per tutta la sera e poi, quando è arrivato a aprire, si è accorto che le chiavi non c’erano più.

“Ma sei tornato a cercarle?”

“Dove?”

“Ma come dove?dove le hai perse, no?”

“Sì, ma non c’erano… non le ho trovate.”

“Hai sentito se a volte le ha trovate qualcun altro? Un tuo amico, o se le ha prese uno che magari passava di là… Dov’eri a giocare?”

“Al campino…”

“Domani, dopo la scuola, ci ritorni e le cerchi di nuovo, chiedi ai tuoi amici e magari a chi abita nella zona, che forse ce l’ha con sé e non sa di chi siano… O le ha portate al bar o dal carrozziere, visto che c’è l’indirizzo dell’officina, sul portachiave… Anzi, provo a telefonare a Paolo”, Paolo era il cugino che lavorava dal carrozziere. “Ma com’è che non te ne sei nemmeno accorto, eh? Ma non lo sentivi che in tasca non ce l’avevi più… dio santissimo! Ma hai provato a cercarle in casa? forse le hai perse qui, o forse a scuola, chi lo sa quant’è che hai strappato la fodera… Ma a scuola c’erano in tasca?”

“Mi sembra di sì…”

“Come ti sembra, ce l’avevi o no?”

“Credo di sì, sì c’erano…”

“Secondo me non sei tanto sicuro, chiedi anche a scuola al bidello, ai compagni… magari qualcuno le ha messe da parte e non sa di che sono le tue…”

“Anzi, speriamo che non lo sappiano!” aggiunse sua nonna “Perché sennò entrano in casa quando gli pare, i ladri!”

“Sai questo che cosa significa? Lo capisci vero? Che ora dobbiamo rifare la serratura, anzi due serrature, una al portone e una alla porta di là!” – così suo padre.

“Te l’avevo detto, no?, che di dargli le chiavi di casa non era ancora il momento…” questa invece sua mamma. La situazione si complicò a tal punto che gli era venuto la voglia di dire la verità, di quello che aveva fatto non si sa bene perché, forse per Sussi e Biribissi – il libro era una lettura scolastica, quindi lui non ne aveva colpa -, oppure di quel tombino con quella fessura che sembra fatta apposta per le chiavi, e lui voleva solo provare, ma per finta, e invece proprio nel momento in cui provava, tac, si era rotto il portachiave e addio. E comunque, siccome erano laggiù in fondo alla fogna, al buio, e nessuno lo sapeva, non c’era bisogno di cambiare le serrature per i ladri o gli assassini. Ma come avrebbe fatto a confessare una cosa simile? Troppa vergogna, era dunque vero che non era cresciuto a sufficienza, e invece rimaneva così imbecille come può esserlo soltanto un bambino, a giocare con le chiavi di casa. E allora furono giorni e giorni di ricerca, sua e di chi gli stava intorno, dove lui finse, finse di chiedere finse di cercare, simulò così tanto che alla fine cominciò persino a credere di poter ritrovare quel mazzo, come per miracolo. Finché non furono cambiate le serrature, senza che però le chiavi di casa gli fossero riconsegnate, e per un bel po’ di tempo.

(Ho scritto questo racconto, anche se in terza persona, perché questa storia delle chiavi di casa che si perdono, per quanto quasi insignificante, ha assunto per me un valore altamente simbolico, che in fin dei conti apre ad alcune considerazioni che riguardano, ahimè, l’esistenza. Di come a un certo punto ti trovi in mano le chiavi di casa della vita e di come per un po’ le cose sembrano funzionare, giri la chiave e la vita ti dice “Entra pure”. Di come però a un certo punto ti viene in mente un’idea malsana, e per spalancare qualcosa che non dovresti mai aprire, o almeno non con quelle chiavi che fino ad adesso hanno funzionato bene solo in certe situazioni, finisce che ogni cosa si rompe e perdi anche le chiavi. Di come però devi fingere che non sia andata veramente così, perché altrimenti faresti la figura del vero coglione, perché non soltanto non ti è riuscito di fare quello che volevi fare – e questo tutto sommato era giustificabile, si trattava di un’idea addirittura folle -, ma hai perso il perdibile, e anche quello che non avevi perso del tutto hai dovuto mandarlo in pezzi per perderlo completamente. Di come allora hai dovuto inventarti di sana pianta una scusa credibile, un alibi, che dimostrasse di fronte agli altri e al mondo che non è stata colpa tua, che le cose accadono senza che uno lo voglia ecc. ecc. e che per montare questa storia falsa ma più verosimile dell’altra hai dovuto causare ancora più danni e strapparti addirittura i pantaloni – che poi sono una metafora di ciò che hai indossato fino a quel momento, di quel che credevi d’essere e non sei. Di come, insomma, per conservare le apparenze di credibilità diventi ancora più imbecille, cioè idiota. E poi di come ti metti a cercare e chiedere di una cosa che sai che non esiste più, di come fingi di crederci, di come ti impegni talmente tanto nelle menzogne che non solo convinci anche gli altri a una ricerca insensata ma finisce che alla fine ci credi per davvero, che magari le cose si risolveranno con un miracolo, perché no? E invece il problema è diventato un mistero, perché la chiave che potrebbe aprire e risolvere – e addirittura i pezzi del suo portachiave -, giacciono al buio e nella melma di quella fogna dove per causa tua sono sparite per sempre. Di come alla fine le cose cambieranno, e il mondo troverà altre serrature dove far girare altre chiavi – che purtroppo, però, non ti saranno riconsegnate più. O almeno, quando questo risulterà ancora possibile e accadrà, accadrà dopo del tempo, e forse anche malvolentieri, perché avranno perso la fiducia in quelle tue capacità di aprire, quando la vita ti diceva “Prego, avanti…”. Vedi? questa è la storia di uno che gli consegnarono le chiavi di casa e lui fece la cosa più stupida per poterle perdere).

PARTE 2

Ché poi uno pensa di aver finalmente trovato una metafora non troppo banale e le cose invece succedono per davvero. Mentre navigo a casaccio su internet trovo la storia di un tipo, un certo Salvatore, che in un tombino c’è rimasto secco. No, non per lavoro eh… si tratta di un caso, come scrive l’articolista, di “sfortuna”. È notte, la strada deserta, a Salvatore che forse è un po’ brillo gli cade qualcosa in un chiusino a bordo strada, di quelli di ghisa con le feritoie. Allora lui che fa? Spalanca il tombino – ma non era ubriaco? – e ci infila la testa dentro, alla ricerca di ciò che ha perduto là sotto. E lui che sta cercando, però, è trovato, come Teseo nel labirinto. Alle tre e mezza una guardia giurata, durante la ronda, vede quel fagotto vicino al marciapiede ma poi si accorge che è un sacco di carne, un uomo per metà, le gambe sull’asfalto e il busto e la testa nel buco, immobile. Salvatore, di 55 anni, di professione agente immobiliare, di origine sarda ma residente da tempo a Padova – perché siamo a Padova, in via Palestro, e c’è anche l’immagine del chiusino e del marciapiede -, Salvatore non c’è più, è morto. L’articolista si dilunga in particolari tecnici: il buco dove è andato a morire Salvatore è pressoché quadrato, 40×50 centimetri, profondo un metro, ma c’è della fanghiglia pestilenziale e il pover’uomo è andato a incastrarcisi dentro con braccia e testa, affogando. Conclusione: una fine tragica, una fine “orribile” – cito – “nel cuore della notte”, “non lontano dal centro cittadino”, “in una strada di villette protette da cancellate”. Ma cos’era caduto, a Salvatore, dentro al tombino? Non si sa, forse l’oggetto non è stato più ritrovato. Si presume, però, una chiave. A Salvatore, quasi sicuramente era caduta la chiave di casa – era o non era ubriaco? -, di casa o di qualcos’altro d’importante, “si presume”. E allora scoperchia il tombino e ci ficca la testa dentro, nel buio, là sotto, più buio del buio lampionato che aveva intorno a quell’ora, nel silenzio, nella solitudine di una via di Padova addormentata. Un caso, una tragedia, sfortuna e destino annodati per sempre nella sfiga nera. Tutto descritto in un linguaggio che rimanda al mondo, con parole giornalistiche che stanno lì a raccontarti che quelle sono le cose vere, le cose della vita reale, le cose che accadono. E io le prendo e poi però rientro nella metafora: Salvatore, il povero Salvatore, ha sbagliato. Perché pensava che una volta che hai perso le chiavi – le chiavi che aprono qualcosa d’importante come casa tua, casa tua nel mondo –, una volta che queste sono sparite e non ne sei più in possesso tu credi di poterle ritrovare – e ci speri, perché il mondo senza chiavi di casa è solo silenzio e buio come quella via di notte, con tante e tante villette dietro ai cancelli. E questo errore è rafforzato dal fatto che sai di averle perse proprio lì, laggiù, sono cadute ma cadute lì. E allora ci speri. Ma ti sbagli, la chiave non la ritroverai mai più, e infatti muori là sotto, nella fanghiglia che ti preme addosso, sulle braccia, sul volto, sulla bocca, che ti tappa il naso. Perché non lo sapevi?, una volta che hai perso le chiavi non c’è niente di più pericoloso che andarle a cercare, perché sei terrorizzato di rimanere chiuso fuori, perché magari temi che nessuno ti aprirà. Una volta che le chiavi sono perse – anche se ti sembra che siano ancora lì, perché lì le hai perse -, bisogna invece imparare a vivere senza – sebbene sia notte, sebbene tu sia solo, la strada è buia, gli altri dormono e forse sei anche ubriaco, almeno un po’ – ma non così tanto da non comprendere che sei sveglio in tutto quel nero.

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