Non penso di essere una persona triste, eppure certe manifestazioni di allegria mi mettono di malumore. Oggi, per esempio, era l’ultimo giorno di scuola e fuori da una primaria c’erano i genitori ad aspettare i figli della classe quinta con la musica e i palloncini gialli. Non mancavano i cartelli e gli striscioni con grandi scritte augurali. Quando sono usciti i bambini, le loro insegnanti si sono messe a ballare improvvisando uno spettacolino per il pubblico radunato lì attorno. Poi qualcuno ha detto qualcosa e sono stati liberati al cielo i palloni, evidentemente come simbolo di quegli alunni che avrebbero lasciato la loro scuola elementare per iniziare un nuovo viaggio – e ora che mi ricordo, la parola “viaggio” faceva da padrona anche nelle scritte. Che c’è di male in tutto questo? Qualcuno potrebbe sostenere che le persone – i grandi e i piccoli – non erano contente? Io le ho viste, ridevano, ballavano, cantavano, fotografavano, si facevano selfie e filmati da postare sui social. E allora? E allora, diciamo così, nonostante io non mi consideri una persona triste, tanto da permettere a me stesso di adoperare la parola depressione soltanto per quelle situazioni che hanno una diagnosi medica, nonostante questo rispondo come Bartleby lo scrivano, “avrei preferenza di no”, e le forme di allegria come quelle di oggi mi mettono tristezza.
A questo punto dovrei iniziare a fornire adeguate motivazioni al lettore, provando a tessere un ragionamento che non dico dimostri quanto fosse improprio divertirsi, ma che tenti almeno di rendere una qualche giustizia al mio malumore. Non lo farò, perché sarebbe tempo perso, non convincerei nessuno che sia già convinto e che la pensi e soprattutto la senta come me. Mi limiterò a ricordare la celebre distinzione di Calvino nelle pagine iniziali delle Lezioni americane: nonostante i palloncini che volavano e le maestre danzanti, quel tipo di leggerezza per me era frivola, e non pensosa, e in quanto tale l’avvertivo come più pesante della pesantezza. Faccio notare che Calvino usa l’aggettivo frivolo in maniera assai precisa, perché frivolo e friabile hanno la stessa radice, cioè indicano qualcosa di inconsistente e fragile in quanto sottoposto ad andare facilmente a pezzi, appunto frantumato. E un oggetto frantumato è un oggetto che ha perso la sua forma, e la mancanza di forma è proprio quella pestilenza, che, secondo Calvino, si è abbattuta minacciosamente sulla nostra vita. Oppure l’altra distinzione, tra la leggerezza dell’uccello e quella della piuma: apparentemente la piuma è più leggera, ma vola soltanto seguendo il vento, mentre l’uccello vola con le propri ali e i muscoli, e vincendo la forza di gravità, tenendone conto.
A questo si può ribattere almeno in due modi: il primo è che quella manifestazione di allegria, nonostante l’apparenza, non era affatto frivola, perché ogni cosa lì aveva un significato ed era stata pensata per segnare una sorta di rito di passaggio, la fine di un’esperienza per iniziarne un’altra, come per dirgli, al bambino: hai esaurito un ciclo, sei cresciuto e tutti noi siamo contenti perché ce l’hai fatta. Oppure, il secondo modo: la vera allegria è proprio quella della piuma, che non sta a pensare sul perché e sul come, ma vola, fregandosene della pensosità e forse anche di Calvino, e ci dispiace tanto per te – ma forse anche no – che siccome sei un menagramo non riesci a sentire come sentiamo noi, tanto è vero che Bartleby ha fatto una brutta fine.
Dunque, che fare? Nulla, non c’è da fare proprio nulla. L’anno prossimo, a giugno, ci sarà la solita festa per i bambini e i genitori e le maestre, almeno se non avremo la guerra in casa o un’altra pandemia – questo sì che è un pensiero da menagramo! Per quanto riguarda quello che ho appena scritto, io so che non scrivo né per cercare di convincere i pochi che hanno la pazienza di leggere, né, tantomeno, per mettere in vetrina quello che mi capita di vivere o che sento, o anche ciò che credo di aver imparato dall’esperienza. Per me la scrittura è solo ciò che Bartleby cerca di custodire con i suoi “avrei preferenza di no”, si tratta forse di una piccola forma di resistenza. È un modo per provare a volare non come un palloncino, dove lo porta la tramontana o lo scirocco, ma vincendo una forza di gravità ben presente, compresa la forza del vento. Un gioco piuttosto faticoso. Insomma, la mia scrittura non è l’ospite ideale per certe feste, ma per altre forse sì.