La falegnameria mi ha insegnato che imparare è fatica. Anche attenzione. E ripetizione, fino a quando la buona regola ti viene naturale. C’è infatti una grammatica, nella falegnameria, per esempio come si impugnano gli arnesi o il modo giusto per tenere una tavola alla pialla a filo, accompagnandola sulla rotazione vorticosa dei coltelli. Il primo comandamento infatti recita: non farsi male.
Si impara guardando chi sa lavorare e imitandolo nei gesti, negli atteggiamenti. Devi memorizzare le giuste procedure, rendendole essenziali e il più possibile organizzate, fase dopo fase. Lo fai con l’accortezza che può accadere sempre un imprevisto, e forse quel modo di tenere le mani e di porti alla macchina con rispetto ti salverà anche il quel caso. Poi ci sono piccoli incidenti, come una sverza conficcata nel palmo e a volte molto dolorosa: niente paura, succede, è il mestiere che ti entra nel sangue.
Giorno dopo giorno si ripetono i procendimenti che vanno a dare concretezza ai principi costruttivi. Dalla diversa combinazione di quest’ultimi ecco che oggetti diversi, gradualmente, sembrano autorealizzarsi, autoprodursi. Produzione è una bella parola in falegnameria, si recupera il termine del greco antico “poiesis”, ma le tavole pesano più dei versi – anche se i falegnami forse non sarebbero d’accordo, e nemmeno i poeti.
La falegnameria è artigianato, non ho mai sentito nessun falegname disturbare parole quali “creatività” e “espressione” per raccontare come si arriva al prodotto finito. Sarebbe roba da persone poco serie utilizzarle in una bottega, si metterebbero tutti a ridere. Ci sono le tavole che vanno rifilate alla sega a nastro, poi piallate a filo e a spessore, poi segate a misura alla squadratrice radiale – e così hai i primi regoli puliti, con gli angoli perfettamente ortogonali. Ti serviranno per iniziare a costruire. Imparando farai sicuramente degli errori, che una volta corretti e assorbiti come accade per un pugno in faccia, diventeranno snodi del tuo percorso di apprendimento.
Sì, io scrivo della falegnameria, ma intendo qualcos’altro. Un aspetto che riguarda la nostra intelligenza è la capacità di transfer, l’abilità di trasportare un modello di apprendimento da un campo diciplinare a un altro, da un contesto di vita o un’esperienza a un’altra. Senza questi collegamenti, senza la possibilità di cogliere il simile nel dissimile e di creare legami e relazioni, il nostro pensiero sarebbe davvero poca cosa, e una parola come lògos perderebbe il suo senso più vero e più utile, anche nella teoria e nell’astrazione.
La falegnameria è fatta soprattutto di gesti ripetitivi, di polvere nell’aria che impasta le narici, di segatura ai piedi. Quando seghi una fetta d’albero alcuni legni urlano, non è poi così difficile come si crede trovare Pinocchio dentro un ciocco. Ci vuole esperienza anche nel saper piantare un chiodo nel modo e nel punto giusto, senza sprecare un colpo di martello in più. Ci vuole – lo ripeto – soprattutto fatica e attenzione, come quando impari a leggere, a scrivere, a far di conto. I giochi, quelli veri, sono per le persone serie: hyle, materia in greco, significa legname, e harmozein, da cui armonia, è una parola del falegname, il congiungitore, colui che unisce elementi proporzionati.
Mi ricordo, però, che quando si trattava di scendere in laboratorio, almeno il novanta per cento della nutrita falange di educatori si dichiaravano “allergici alla polvere”. Evidentemente a “Scienze dell’educazione” c’era chi spolverava per loro. Così tiravano fuori quelle enormi agende – lo strumento per eccellenza -, gonfie come malati terminali, e fissavano il giorno del “colloquio” con i ragazzi. Non sia mai che ci si dimentichi che la “comunicazione”, con gli adolescenti, è sacrosanta!