Il primo passo

Ci sono delle notti che prima di scendere dall’auto e raggiungere a piedi la sala biliardi, fisso lo specchietto retrovisore. Nel buio alle mie spalle baluginano chiarori luminosi. E viene la voglia di fermarli lì, gli occhi. Io sono ben oltre la metà della mia strada, lo so bene, e la malinconia è piuttosto lo struggimento di assaporare la tristezza di un passato che non c’è più. Così giro la chiave nel quadro e scatto la serratura. Il primo piede allungato fuori, sull’asfalto, rimane contenuto dalla portiera aperta, ed è evidente che il tuo corpo, quasi per intero, grava ancora sul sedile. La notazione appare meno stupida di quel che sembra, perché ogni volta devi decidere di andare oltre il primo passo. Non bisogna offenderla la vita. Anche se la vita ti offende o alla fine ti offenderà. Cammino annusando l’aria, nelle giornate terse dell’inverno il sole sembra nutrirti anche di notte. Nitidi appaiono i profili delle finestre illuminate di una casa. Gli uomini che incontri sono come te. E allora non ti capaciti del motivo per cui rimanga impossibile spalancare le braccia a questa facilità.

Sul desktop del mio computer, in ufficio, c’è un nudo di Modigliani. Ho scelto quell’immagine perché mi piace la curvatura dei fianchi della signora e i suoi piccoli piedi uniti. Quella donna sorride. Non lo so se sta sognando, non lo so se invece è consapevole che qualcuno riposa lo sguardo sul suo corpo. Forse è proprio l’attimo del risveglio, dove non è percepibile un confine così definito fra il dentro e il fuori di noi. Un travaso onirico. L’assoluta dolcezza di quell’immagine, che non ha niente di stucchevole, contrasta in maniera netta con l’ambiente di lavoro. Il lavoro, qualunque cosa se ne dica, è infatti alienante, e in questo sono d’accordo sia la Bibbia che Carlo Marx. Alienazione significa che quello che produci rimane fuori di te, senza segnali di risonanza interiore. E vuol dire che la tua parte di produzione, portata in vita dal tuo lavoro, ti si farà estranea e ostile. Ma non credo che sarebbe giusto che ti pagassero per qualcosa di diverso da questo. E nemmeno per tenere quell’immagine di quieta dolcezza sul computer. Però alienazione vuol dire anche vivere una vita come quella degli animali, che sono al mondo senza la capacità di un’esistenza, e allora gli uomini si imbestialiscono – mangiano, bevono, fanno figli… amplificano cioè la loro animalità. La poesia che scrivo, invece, approda all’esistente, anche se poësis significa appunto “fare”, “produrre”, anche se preme e urge sulla mia vita beatamente corporale e se la succhia. Sì, non bisogna offenderla la vita. Sebbene non sia vero che il sole ti nutre anche di notte – anche se le finestre sono buie, anche se la gente che incontri non è propriamente come sei tu. “Tossisco, benché sia solo”, è un haiku di un secolo fa. Scrivilo sul capezzale del letto.

“Accipicchia, Modigliani!”.

“Eh sì…”.

“Se ne intendeva eh? il livornese… Ho visto il film”.

“Le è piaciuto?”.

“Sì, è un bel film. Una vita tragica… i pittori, si sa, sono tutti matti. Lei è un appassionato di pittura?”.

“Non direi, ho trovato per caso questa immagine mentre facevo una ricerca su Internet”.

“Capisco… Comunque, di lui ce ne sono di più belle… dico, di donne”.

(Il dialogo che precede si svolge in una mattina di marzo, presso l’azienda dove lavoro. Io in quel momento sono il direttore di un’agenzia formativa. La persona con cui parlo è l’ispettore del sistema qualità con cui siamo accreditati, un ingegnere. Siamo entrambi seduti alla mia scrivania. Davanti a noi i faldoni con gli innumerevoli grafici che descrivono “sinteticamente” i processi lavorativi di quest’area aziendale. E’ il momento del “break”, e poco prima che Modigliani “entrasse nel discorso”, è stata la volta dell’Empoli in serie A e del problema del parcheggio nel giovedì di mercato. “Del resto Empoli deriva appunto da emporium, lo sapeva?” “Ah sì? e quanti abitanti fa?”, l’ispettore viene da Bari…).

Mio padre una volta mi disse che gli agenti di commercio sono tanti, e che magari hanno un linguaggio tecnico appropriato e sembrano ferrati sulla materia che trattano. I veri venditori invece sono pochissimi: loro riescono a convincerti ad acquistare qualsiasi cosa. “Perché i rappresentanti offrono un prodotto, mentre i venditori vendono sé stessi e fanno leva sulla fiducia. Per diventare un buon venditore devi saper convincere che questo è verde anche se è rosso, perché sei tu che lo dici.” Peccato che io non sia diventato un rappresentante e nemmeno un venditore. Come si fa a trasformarsi in un piazzista della scrittura, magari della scrittura in versi? Quando entro in libreria do un’occhiata al reparto poeti. Tra i classici e i moderni, da Cecco Angiolieri a Emilio Zucchi, si inzeppano per anni le operette minute degli indigeni del luogo e degli sconosciuti. Come fai a non renderti conto che questo libricino qui, “Alba di schiume”, è diretto al macero ancor prima di essere posato sullo scaffale? E’ semplicemente il fatto che anche tu “verghi” dei versi a motivare una pubblicazione? così, senza vergogna alcuna? No di certo. E chi lo comprerà questo libricino? che se ne farà la vita di lui? Io invece penso che bisogna vivere nascosti, come voleva Epicuro. Sia il venditore che il rappresentante sono accomunati da una certezza: sanno dove sta il guadagno e dove scapitano. Io no, io lo lascio decidere agli altri. Perché sono consapevole che quella che scrivo è poesia, semplicemente.

“Baricco ti piace?”.

“Penso che Seta sia uno dei libri più belli che abbia mai letto…”.

“Anche per me. Io non ho potuto fare a meno di regalarlo a quasi tutti quelli che conosco!”.

“Sì, la scrittura di Baricco è così… raffinata…”.

“L’hai visto in televisione? quando spiegava l’Iliade? dice le cose in un modo talmente chiaro… mi piace anche come persona”.

(Il dialogo che precede si svolge presso la macchinetta del caffè, in una pausa del tran-tran aziendale. Ascolto queste poche battute tra i due, Bibì e Bobò, che forse stanno tessendo la “ragna” di un amorazzo dove ammorbidire lo scilinguagnolo, e ovviamente scomodano perfino l’Iliade, per giunta profanata dal signor Baricco. E’ un po’ come quella storia della buchetta nella sabbia che voleva contenere il mare, dico il Baricco, lui la buchetta, e l’Iliade. Tuttavia… buon per loro, e tanta, tanta salute. Sul mio desktop, dopo l’ultima visita dell’ispettore, ho messo un’altra immagine: un innocuo paesaggio toscano, di grano giallo e un paio di cipressi in ottimo equilibrio. Cerchi su Google, “campagna toscana”, e si apre un mondo di cartoline. Fa più “qualitatese”, e a domanda puoi rispondere che ti serve a rilassarti. Tecnologia ingegneristica e cipressi! Abbiamo tanto, tanto bisogno di rilassarci…).

La poesia che si scrive attraverso di me, lo dico con tutta sincerità, non so di chi sia. Posso giurare che non è di Baricco, questo sì, ma poi più niente. Non vorrei essere frainteso, non è come si crede – non si rimane folgorati ai cavi dell’alta tensione in preda al  furore divino della mania. La parte più difficile infatti non è l’inspirazione – cioè il tirare dentro l’aria – ma l’espirazione. E’ dura, ma sto lentamente costruendo la mia carriera di poeta “espirato”, anche se non so da chi o meglio da che cosa. Non è un problema: la sensazione è più o meno quella di essere masticati dalla scrittura, come un poeta chewing gum. S’impara, è così che diventiamo degli artigiani veri – sempre alla ricerca di un oltre che il tuo mestiere dovrà ancora abbracciare nella comprensione. Ecco: quando scrivo, finalmente, qualcosa  viene, qualcosa arriva e approda all’esistente. Chi sei? Dove mi porterai stasera? Che fine farò? Li vedi i nidi dei merli, costruiti con quattro stecchi messi lì malamente? è proprio questo che siamo chiamati a fare della nostra piccola vita, tu ed io? I miei occhi rimbalzano sulla carta e vedono attraverso le parole. Una volta mi domandarono: secondo te si può scrivere una poesia di una parola sola? Ce ne vogliono almeno due, signori, quella sulla pagina e quella che rimbalza. Chi ha messo quella parola rimbalzante sulla pagina?

“Allora, partiamo dalla considerazione più semplice. Intorno a questi tre versi, lo vedete? c’è una distesa di bianco. Le parole di una poesia, generalmente, si circondano di bianco, e cioè di vuoto. Se scrivessi una sola parola su quella parete nuda, come potremmo ignorarla? Il poeta, dunque, vuole che le sue parole non siano ignorate, anzi, generalmente le mette proprio lì, quasi nel centro della pagina, perché il nostro sguardo ne sia risucchiato. E ora fate uno sforzo di fantasia: immaginate che la superficie di questa pagina sia la distesa del mare, vista dall’alto, una sorta di spianata azzurra, una bonaccia… Questi pochi versi li potremmo vedere allora come una barchetta, un qualcosa che si definisce nitidamente sulla superficie. Cosa contiene questa barca? Quali sono le parole? Cosa trasportano queste parole? E se poi facessimo uno sforzo d’immaginazione in più? Ammettiamo che quello che vediamo non sia una barchetta, ma acqua, acqua solidificata, ghiaccio…”.

“Un iceberg!”.

“Benissimo! un iceberg! fatto della stessa acqua su cui galleggia. Lo sapete, c’è una legge fisica che dice che la punta di un iceberg, quella che sta sopra la superficie, è appena il dieci per cento di ciò che sta sotto il livello dell’acqua… E allora? se la punta dell’iceberg è la poesia, che sta sopra, e che si presenta così, cristallina, nitida… quello che sta sotto che cos’è? Pensateci bene… la parte più grossa…”.

“Quello che significa, il significato…”.

“Bravissimo! Allora, abbiamo capito? E’ il significato… ma attenzione: il significato, che sta nel profondo, non è così definito… siamo noi che ce lo immaginiamo… dipende da noi. Ma tutto nasce da quella punta di iceberg, è lì che il nostro sguardo si concentra!”.

(Il dialogo che precede si svolge tra me e i miei allievi della formazione professionale, idraulici, meccanici, cuochi. Stiamo parlando della poesia, stiamo utilizzando delle metafore per cercare in qualche modo di avvicinarci. Sulla lavagna a fogli mobili, proprio nel centro, campeggia un haiku del XVIII secolo:

L’uccello in gabbia

osserva, invidioso

       la farfalla.

Chi lo sa se questo ha qualcosa a che fare con la poesia?

“Proffe – mi chiamano così, perché la laurea me la sono guadagnata sul campo – proffe, cosa significa haiku?”.

“Haiku? non penso sia così semplice tradurre… Forse qualcosa del tipo ‘profonda misteriosità’… insomma, un mistero… il buio più profondo”.

“Come la parte di sotto dell’iceberg!”.

“Sì, è vero, forse è proprio così… bravo. Ma è importante ricordarsi che questa briciola di poesia ha sempre una misura fissa. E cioè il primo verso ha cinque sillabe, il secondo sette e il terzo cinque. Questa è soltanto la punta, quello che si vede”.)

Il primo passo, il passo che tenti quando lanci il piede fuori dall’abitacolo, è contenuto dalla portiera aperta. Stai ancora sul sedile. Un attimo prima giravi la chiave nel quadro. Nel buio era semplice individuare quei punti luminosi dietro le spalle, riflessi nello specchietto. La vita se n’è già andata per più della metà, almeno stando a calcoli piuttosto approssimativi… Forse preferiresti riposare in quel poco di chiarore diffuso, nel passato, perché la malinconia è pur sempre un piacere, anche se triste. Quante cose ho scritto, quante parole ho dovuto custodire sotto la neve… Le persone che sanno che io scrivo, e cioè che mi conoscono, si contano sulle dita di una mano, come le poche sillabe di un haiku. E’ un albero cresciuto in una grotta, è un urlo strozzato, è un modo di tuffarsi senza sollevare nemmeno uno schizzo d’acqua – e soprattutto, non ti fai trovare. Sì, il primo passo è un passo ancora seduto. Penso all’iceberg, a tutto quel ghiaccio di sotto. Almeno il novanta per cento. Poi penso a Baricco. Penso che da bambino avevo la lisca anch’io. Penso ancora all’iceberg, ripenso a Baricco. Il suo stile, la sua… raffinatezza. Baricco che scrive come parla, con la lisca. E ancora l’iceberg, almeno il novanta per cento sotto, una maestosa montagna di ghiaccio a capo all’ingiù. Baricco che invece galleggia come un sughero. Agguanto la stecca, chiudo la portiera, m’incammino verso la sala biliardi. Chi ci sarà dietro quelle finestre illuminate?

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