I costruttori

Prima di Pasqua, delle vacanze di Natale, della festa della mamma e di quella del papà, la scuola si trasformava in un laboratorio di piccoli artigiani, per il regalino da portare a casa. Ne ricordo, in modo particolare, due: uno per il babbo e uno per la mamma, che entrambi avevano come tema, udite udite, i fiammiferi! Si sa, i Sessanta e i primissimi Settanta furono anni incendiari.

Non starò a descrivere gli oggetti, anche se ne ho un ricordo molto nitido, e saprei come rifare sia il tagliere da appendere sia le mattonelle porta svedesi da salotto (magari, che ne pensi? allego un progettino con le istruzioni…)  Mi limiterò a dire che quello per babbo era senz’altro più personalizzato – perché babbo fumava o avrebbe potuto ricevere ospiti che fumavano -, mentre quello per mamma un po’ meno… perché mamma magari no, lei non fumava, ma la cucina e la casa avevano sempre bisogno di qualcuno che accendesse i fiammiferi, per il gas, la carbonella o una candela quando va via la luce. Tanto per ribadire che a noi il cosiddetto patriarcato ci veniva naturale, e non sono convinto che ci abbiano allevato con l’idea che di mamme ce n’era una sola, ma invece di babbo e di casa sì, entrambi, babbo-fumatore e mamma-casa, meritevoli di regalo.

Ho scritto piccoli artigiani ma avrei dovuto usare un’altra parola, semplicemente “operai”, perché io, alle scuole elementari, la tanto amata creatività non l’ho mai udita, non sulla bocca pedagogicamente avveduta della maestra e a maggior ragione neanche in famiglia. Dev’essere questo il motivo  per cui, quando ora la sento pronunciare in tutte le salse e per le preparazione di salse, convintamente diffido, e ho l’impressione di trovarmi di fronte a uno o più furbi che hanno cercato ogni via per non rischiare di impegnarsi in qualcosa di davvero utile per la comunità. Sì, certo, si tratta di un discorso eccessivo. Mai però com’ è esagerato parlare di creatività nell’impiattare una foglia di basilico con una polpetta e un pomodoro, o quando sfoderi la pochezza di cui ti ha fornito madre natura per esibirla su un palcoscenico, così, senza artificio, senza una conquistata convenzione artistica. E sono tanti, questi creativi, ne trovi uno nascosto sotto ogni pietra. Comunque, torniamo agli operai.

I nostri laboratori manuli  – e non creativi, mi raccomando – assomigliavano di più a vere e proprie fabbriche dove sperimentavi una sorta di rilassata e ridente catena, che più che una catena di montaggio era una “social catena” alla Leopardi della Ginestra. Penso che si siano rivelati formativi proprio per questo. Mi spiego: il prodotto non soltanto usciva di buona fattura e in serie ma soprattutto perdendo la sua connotazione individualistica. Metti il caso del taglieri: le sagome di compensato venivano accuratamente scartavetrate una per ogni bambino, poi ritornavano nel mucchio. Così il giorno dopo non ritrovavi la “tua”, ma ne prelevavi una qualsiasi fra le tante. Poi si passava alla verniciatura, mi ricordo gialla o rossa, e anche qui non è che potevi scegliere i colori, metà classe verniciava di rosso e metà di giallo – meglio ancora fila per fila, così non si rischiava l’arancione. I taglieri venivano messi a seccare, non distinguendo però il mio dal tuo. Poi era il momento dell’incollaggio dei diversi elementi, tra i quali la scatola di fiammiferi, un bambino una scatola, e così mettevi quel tagliere che non era esclusivo ma era un po’ di tutti, insieme gli altri taglieri. Capirete che noi somigliavamo a una giovane ed energica cooperativa sociale, se non addirittura a una squadra-lavoro del blocco socialista sezione A.

A produzione finita, dopo aver contemplato la nostra opera distesa in bella mostra sui banchi, noi costruttori ci compiacevamo del fatto che ognuno di quei taglieri era indistinguibile dall’altro, perché tutti noi, veramente tutti, ci eravamo impegnati a fondo per la loro riuscita. Lo sapevamo bene, qualcuno, a disegno, era più imbranato di un altro, qualcuno un po’ meno preciso, ma il più compensava il meno, e l’oggetto mostrava una sua indiscutibile dignità. Allora la maestra che fungeva da caporeparto imbustava ogni tagliere in un pezzo di cellophane, una pinzata di spillatrice, e ce lo consegnava – uno a te, uno a te, uno a te, uno per sé come ricordo dell’attività – o come documentazione? Magari l’avresti voluto rosso e ti era toccato giallo, ma questo era un pretesto di lamentela che durava sì e no dieci secondi, in fondo che male c’è in un tagliere giallo? Così imparavi ad apprezzare anche un altro colore.

“Che c’è Antonio?”

“Il mio, lo vede signora maestra?, qui è un po’ sciupato…”

“Fammi vedere… Hai ragione, un pochino qui sul dietro… ma stai tranquillo, quando è appeso al muro non si vede più nulla.”

Il regalo rimaneva di nostra proprietà soltanto mentre lo trasportavamo in cartella, nel tragitto a piedi da scuola a casa, dove subito diventava di babbo o appunto di casa, cioè di mamma. Ti dicevano “guarda bellino che è, grazie…”, senza però che ti stritolassero in quegli “amore mio amore mio amore mio!” che pareva roba da sceneggiati televisivi, film, fotoromanzi e canzonette. Il problema dei fiammiferi era risolto per sempre. Nessuno esagerava, non ti dicevano che eri un’artista o addirittura un genio, ma credimi, dentro di te sapevi già che con quei fiammiferi avresti potuto accenderci qualsiasi cosa!

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