A volte sogno che mi sto allenando allo stadio, sono all’inizio della curva dei duecento metri, faccio un cenno al mio allenatore che laggiù all’arrivo dovrà cronometrarmi. Lui è il Proffe, lo chiamo così perché è anche il mio insegnante di educazione fisica al liceo. Elio adesso non c’è più, una persona sorridente e generosa, attenta, mi ha insegnato un sacco di cose, per la corsa e non solo.

Nel sogno aspetto che alzi un braccio, vuol dire che posso scattare perché è pronto a prendermi il tempo. Un ultimo respiro, mi chino in avanti, parto. Sento il rumore progressivo delle scarpette chiodate sul rubkor, una miscela nera di asfalto e gomma, già dura e a tratti granulosa perché vecchia. Quel suono non l’ho dimenticato, una specie di graffio. Guadagno velocità, fino a raggiungere l’80% del risultato ideale per cui mi sto allenando, sono le cosiddette ripetute, tagliata la linea dell’arrivo tornerò in senso contrario a passo. Ma il cuore non recupererà i suoi battiti a riposo, alla partenza sarà ancora accelerato, e dovrai ugualmente lanciarti nella corsa, le ripetute sono queste, fino allo sfinimento.

Esco dalla curva e sono in dirittura, la falcata potente e leggera, mi sento bene. Finché mi sveglio, anche stavolta prima di raggiungere la fine della corsa, prima che il Proffe schiacci il cronometro e che mi dica se sono andato bene o male, che mi controlli il tamburo del battito sulla vena del collo. Butto le gambe nude fuori dal letto, cerco al buio le ciabatte, mi agguanto al passamano delle scale indirizzato al bagno. Dentro di me una grande malinconia, un povero coglione invecchiato che nei sogni s’imbambola sulla propria immagine ritrovata, da ragazzo. Mentre cerco di centrare la ciambella, rido. E penso che la forza di ridere di sé valga ancora qualcosa di più che pisciarsi addosso. Almeno fino a questo punto.  

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