Ho imparato a parlare con fatica. Il gioco
era legare col filo da cucire
la zampa del moscon d’oro
e il volo scintillante verde e azzurro
nella poca luce dello scantinato
aveva a tratti lo stesso riflesso dei fiaschi
ancora nudi. Così sala e salicchio
furono per me dolciastri odori di palude
prima che parole. I bimbi, da sempre, stavano bene
soltanto coi vecchi, e ne conoscono d’ogni genere
che sanno di tabacco o caramella
che ti dicono “tira fuori il pisello te lo taglio!”
– ma forse scherzano –
ti fanno vedere Pisa sollevandoti incredibilmente
per le mandibole, alcuni hanno dentiere
estraibili e bocche come voragini nere, e in fondo
per tutto questo basta il silenzio e avanza
di cosa vuoi discutere?
A me, fortunatamente, sono toccati i maestri vetrai
e le fiascaie a domicilio
da godersi nei locali al chiuso, ombrati
e riparati come al cinema.
Di tutto ciò che correva fuori, dei famosi
e favolosi anni di allora, mi facevo semplicemente un’idea
dalle finestre dei sottosuoli
e imparavo a custodire la mia voce
a non gettarla nella strada
a farmi bastare una spuma al bitter da cinquanta
o due palline di gelato.
Qualcuno si prodigava in invenzioni funeste
vedevi in atto un giro del tempo: mio padre
costruì una zattera nel cortile con tavole di legno
rosso minio, e bidoni di latta e copertoni
del gommista Franco. Aveva perfino i remi, fu perfino
varata, e come tutte le utopie, in sé orribile
e perfetta, non bastò
a navigare. Avevo anch’io una bicicletta minuscola
ricordo che raggiungevo velocità
impensate. Mio fratello stava riverniciando
di fresco qualcosa, non so bene: passai di lì, un attimo
quel ferro che salivo diventò un cavallo bianco
irreale ma reale, e fu il suo gesto più generoso
di spaventosa complicità.
Ma c’era anche il gobbo del Paesello, c’era anche l’inferno
dell’asilo e delle suore,
e il puzzo di minestrone di cavolo o chissà che roba
e la vampa atroce del kerosene,
e i cani randagi ti facevano paura davvero
perché rari e pieni di zecche, anche Becchenna c’era
che ci dicevano “andava coi morti” – le morte – dell’obitorio…
Poi, una notte, arrivò l’alluvione.
Da allora, quando l’acqua e la mota venne di nuovo spazzata via
fu facile capire nel nulla ch’era rimasto
che era più facile dire
era più facile parlare e raccontarne la storia,
e il mondo – e chi lo abita – fu diviso in tre:
i morti ch’erano andati,
i vivi o presunti tali ch’erano rimasti e volentieri rimarrebbero,
e altri piccoli e malcerti idioti
un piede di qua e uno di là, a vivere
i sentimenti estremi di confine.