Mi guardai la mano, inavvertitamente, parlavo con Roberta e mi accorsi che l’unghia dell’indice non era stata tagliata. Era lunga, giallognola, irregolare. M’interruppi. Sollevai lo sguardo verso di lei – aveva un’espressione interrogativa, come chi sta pensando “e allora?” – e lo riabbassai di nuovo sull’unghia.
Roberta di sicuro mi aveva seguito nel movimento degli occhi, e ora vedeva quello che vedevo io, perché disse:
“Dài, non è così grave…”
Provai a ridere, ma ne uscì soltanto una smorfia ancora più penosa, “Ma come ho fatto a non accorgermene?”, era un pensiero a voce alta.
“Che vuoi che sia… può capitare…” voleva essere gentile Roberta. La fissai:
“A te è mai capitato?”
“Be’, a dir la verità non credo proprio”, e mi avvicinò la mano quasi sotto gli occhi, muovendo scherzosamente le dita, aveva delle unghie perfettamente smaltate.
“E poi l’indice!, come ho fatto a saltare proprio l’indice?”. Non capiva, e mi osservava come per dire: “ma è proprio necessario che risponda a questa domanda?”
“L’indice, e per giunta della mano destra!, continuai, “L’indice si chiama così perché è il dito che serve a indicare qualcosa… e invece…”
“Ma tu, le unghie, le tagli con il tagliaunghie o con le forbicine?”
Mi sembrò una domanda priva di senso, infatti le risposi, un po’ indispettito:
“E questo che c’entra?”
“No, era per dire…”, c’era rimasta male.
“Una cosa da non crederci”, provai a spiegarmi, “ci metto la massima attenzione io, a queste cose… e poi, a considerare la lunghezza, è un bel pezzo che non la taglio” e volevo dirle, “Guarda qua!”, però me ne vergognai. Lei continuava a non capire. Anche le parole fanno dei bei scherzetti, mi venne da riflettere, “è un bel pezzo che non la taglio” può voler significare che è diverso tempo che… oppure il bel pezzo è proprio quello dell’unghia, come se avessi anticipato che se la tagliassi ne risulterebbe un pezzo notevole… ma allora che senso ha che io dica “pezzo” se l’unghia è ancora del tutto integra?
“Giacomo… dovremmo terminare il lavoro, il direttore ha detto che vuole la relazione per le 12.15”, Roberta cercava di riportarmi alla realtà.
“E come faccio con quest’unghia!” che messa a fuoco da pochi centimetri mi sembrò ancora più brutta, decisamente orrenda.
“Ho con me le forbicine… lascia che guardi in borsa”
“Ma come?, qui in ufficio? E poi io uso il tagliaunghie, Roberta! Con le forbici il taglio non viene perfettamente arcuato!”, mi veniva da piangere.
“Forse perché non le hai mai adoperate. Se vuoi posso provare a tagliartela io…”
“Tu sei matta!”, non ero riuscito a trattenermi. “Ascolta, forbici per forbici prendo queste qui! – erano quelle in dotazione agli impiegati, le Raja con il manico in plastica nero e celeste -, le porto con me e mi chiudo in bagno, provo a disegnare la curvatura il meglio possibile, anche se ne risulterà un lavoro di merda…” sì, avevo detto “merda”.
“Basta che tu non ci faccia notte”, si era spazientita anche lei. Ma poi, forse perché mi vedeva inquieto, aggiunse: “Vedi di non farti del male, Giacomo. Io intanto apporto le prime correzioni al testo…” Come fai a pronunciare quella parola senza rabbrividire?, “apporto”, a volte Roberta usava dei termini che sono veramente insopportabili. Comunque,
“Bene, vado…” dissi, afferrai le Raja e uscii dall’ufficio per nascondermi in bagno. Feci appena un paio di metri nel corridoio ed ecco uscire Luisa dal suo cubicolo.
“Dove vai con codeste forbici?” mi squadrò dall’alto dei suoi occhiali tartaruga Gucci.
“Queste?” ecco la risposta più idiota che potevo dare. Mi accorsi che le tenevo con le dita già inserite negli anelli, perfino l’indice con l’artiglio, come se dovessi usarle all’istante.
“Vado in bagno a tagliarmi le unghie…”
“Ah, ah, ah” rise Luisa, “Sei davvero un portento, Giacomo! Ma piuttosto, ci sei venerdì alla cena aziendale, vero? Ma non era meglio se l’organizzavano da un’altra parte? Ti ricordi che fiasco l’anno scorso? ”
“Ora, Luisa, mi dispiace ma non ho tempo… sono uscito un attimo per andare in bagno, sono alle strette con una relazione con Roberta e siamo già in ritardo…”
“Attento te con le relazioni… ah, ah. E le forbici?”
“Bada che coglione… mi sono rimaste in mano dopo aver tagliato la spiralina…”
“Vieni, dàmmele… vai, ti aspetto qui, o ti vuoi tagliare davvero le unghie? Sono fottuto. Così le ho consegnato le Raja, sono entrato in bagno, ho aspettato un tempo quanto basta – ma tutto tempo perso – e sono uscito.
“Fatto? Ti riconsegno le tue belle forbici, ah, ah…” Simpatica, che ci sarà da ridere se uno va a far pipì? Però ho dovuto correre subito nel mio ufficio, le avevo detto che andavo di fretta.
“Già qui? Fa’ vedere…” Roberta era tornata alla sua postazione.
“Non ho potuto tagliarla. C’era Luisa, e allora…”
“In bagno?”
“Macché in bagno… Mi ha visto con le forbici e lo sai com’è quella, mai una volta che si faccia i cazzi suoi…” sì, ho detto “cazzi suoi”.
“Giacomo, è tardissimo… ti supplico, mettiamoci al lavoro, l’unghia te la tagli dopo a casa…”
“Non posso Roberta.”
“Come non puoi?, sono tre ore che stiamo qui al pc ed è filato tutto liscio. Quell’unghia ce l’avevi anche prima, no?”
“Allora te n’eri già accorta? Quanti giorni sono che l’avevi vista?”, mi sentivo tradito.
“Ma no, io intendevo per te. Hai lavorato bene anche con l’unghia, che male ci può essere se la tieni un altro pochino al dito… lì, all’indice…”, ora Roberta diventava chiaramente ironica.
“Prima non lo sapevo mica che c’era… Sta qui tutta la differenza, come faccio con questa roba?”, e adesso volevo mettergliela proprio sotto il naso, magari per farle pena. Ma ancora una volta me ne vergognai.
“Bene, cosa vogliamo fare?”, sì, decisamente ironica e arrabbiata.
“Ritorno in bagno. Questa volta le forbici le nascondo, le infilo qui…” le avevo incastrate alla cinghia, sotto il maglione, “Così nessuno può vederle…”
“Cazzo, Giacomo!” aveva detto “cazzo” anche lei.
Uscii nuovamente nel corridoio, sperando di non incontrare nessuno. Ora ero in bagno. Mi chiusi nel gabbiolo dello sciacquone. Ok, calma Giacomo, non ti far prendere dall’ansia. C’era una luce appena sufficiente. Il problema erano certo le forbici, ma non solo. Dovevo impugnarle nella mano sinistra, e le Raja erano senz’altro forbici per destrimani, come quasi tutte, e io non sono mancino. Mi tornò in mente quel modo di dire che una volta avevo sentito in una conversazione, in treno, a proposito di chi non sa usare la sinistra: anche se sono in tre, con un lenzuolo, non riescono nemmeno a soffiarsi il naso! Figurarsi io a tagliarmi un’unghiaccia dura e storta come questa – la guardai ancora, era davvero orribile. Dovevo trovare una strategia. Cominciai col sedermi sul tappo dello sciacquone e a cercare intorno. Sulla destra c’era il porta carta igienica, che sembrava abbastanza robusto. Ci appoggiai il dito indice facendolo sporgere in fuori. Ora provai a sfilarmi le forbici dai pantaloni con la mano sinistra, ma stavano dietro dalla parte opposta e non ci arrivavo. Dunque, da capo. Via il dito dal porta carta igienica, poi prendere le forbici con la mano destra e avvicinarle alla sinistra, in modo che le dita di quella mano, quasi impedita, riescano a infilarsi negli anelli, ok. Apri chiudi apri chiudi… può andare, forse. Ora appoggia ancora il dito sul porta carta igienica, Giacomo, ma con l’unghiaccia e l’ultima falange nel vuoto. Avvicinare le forbici all’unghia – ci si vedeva davvero poco – e provare… tac… un primo pezzetto… un taglio così impreciso che la curvatura era già belle che andata… tac, dalla parte opposta… ora l’unghia era decisamente una punta… e… tac
Il sangue aveva cominciato a gocciolare copioso. Misi il dito sotto l’acqua corrente del rubinetto… “cazzo!”, mi ero squartato per metà la falange… e l’unghia era rimasta lunga e appuntita, sembrava il cappello di Pinocchio. Non avevo fazzoletti, presi dei pezzi di carta igienica e gli arrotolai come un pacchetto intorno all’indice, per fermare l’emorragia… “cazzo!” sì, avevo detto due volte a fila “cazzo”. Infilai in qualche modo le forbici ancora una volta alla cinghia, sotto la maglia, e feci bene, perché in quel momento entrò nel bagno il ragionier Mariotti.
“Che è successo, Giacomo!” disse tutto allarmato vedendo le colature di sangue nel lavandino e poi anche le tracce pesticciate sul pavimento, su su fino all’incarto che stringevo con la mano sinistra intorno al dito.
“Mi sono tagliato…”
“Eh sì, lo vedo… ma come ha fatto?”
“Con la taglierina – a volte le parole spronano la fantasia -, stiamo lavorando con Roberta a una relazione e…”
“Faccia un po’ vedere…” indicò il fagotto già sanguinolento. Il ragionier Mariotti mi ha sempre dato del lei, e questo mi mette soggezione. Così ubbidii immediatamente. Scartai l’indice e lui si fece più vicino, spalancando i suoi globi oculari presbiti da sopra le lenti.
“Eh be’, un taglio profondo. Ci vorrà almeno un punto, forse due… Quando si dice dare il sangue per l’azienda… ma come ha fatto?” E dài…
“Con la taglierina, ha presente?, quella che serve per….”
“Sì, sì… è incredibile…”
La gente ha uno strano concetto dell’incredibile, pensai.
“Non lo sapevo mica che lei fosse un chitarrista…” disse poi il ragionier Mariotti.
“Come scusi?”
“Non faccia il modesto, birbante! Ho visto l’unghia! Lei pizzica le corde e non me l’ha detto… Anch’io suono, sa?”
“Davvero?”, cercai di atteggiare la faccia allo stupore.
“Sì, la fisarmonica… con degli amici, abbiamo un complesso.”
“Ma senti, chi l’avrebbe immaginato… ma ora devo andare, sa, ragionier Mariotti, Roberta mi sta aspettando in ufficio e…”
“Ne riparliamo comunque, a noi un’altra buona chitarra farebbe comodo… e si faccia medicare, non vorrei che codesta ferita le portasse delle conseguenze, le mani per un musicista sono sacre!”. “Ma vaffanculo, Mariotti!” Sì, avevo pensato proprio così, “vaffanculo!”
“Che hai fatto?” Roberta, non appena distolse gli occhi dallo schermo del computer e mi vide, sobbalzò sulla sedia. Dovevo avere un aspetto terribile.
“Lo sapevo che sarebbe stato un casino, tagliarla, ma non così…” riuscii a rispondere solo questo.
“Ma possibile… fammi vedere…”, non sono mai riuscito a capire tutta questa curiosità per il sangue.
“No Roberta, non c’è tempo. Dopo magari, magari dopo mi accompagni anche all’ospedale. Ma ora dobbiamo metterci al lavoro e finire… ce l’hai un fazzoletto di stoffa?”
“Ma come?, ti lamenti fino all’inverosimile per un’unghia lunga”, diceva Roberta mentre frugava nella sua borsa dei miracoli “un’unghia appena più lunga delle altre…”
“Appena… diciamo che è schifosa!”, precisai.
“E ora che ti sei tagliato di brutto… a proposito, dove le hai messe le forbici?”
“Sono qui alla cinghia, eccole…”
“…e ora che ti sei affettato il dito vuoi finire a tutti i costi la relazione?”
“L’ho punito Roberta, l’indice l’ho punito…”
“Non te la prendere, eh Giacomo… ma secondo me c’è qualcosa che non va nella tua testa… Comuque, come vuoi tu. Attento, stai attento a non sporcare, tieni, stringilo bene il fazzoletto, che dopo ti porto al pronto soccorso…”
“Va bene, dove eravamo rimasti?”
Così, ci siamo riusciti. Nonostante tutto abbiamo finito la relazione. In tempo. Sì, a pagina 23 c’è un leggero ma tenace alone rosso… che però, se uno non lo sa, potrebbe essere dovuto al cattivo funzionamento della stampante, una cosa da nulla. Il capo era visibilmente soddisfatto. Poi siamo andati al pronto soccorso, “Come ha fatto?” e dài, ancora una volta. Il ragionier Mariotti aveva ragione, due punti. Il problema è che con l’unghia avevo fatto davvero un lavoro di merda – sì, ho detto ancora una volta “merda”- e per ritrovare la curvatura giusta sono stato costretto a farla ricrescere. Meno male che c’era il bendaggio, e nessuno vedeva nulla, perché io, là sotto, la sapevo mostruosa. Ora, quando incontro Luisa nei corridoi, mi dice: “Dove le hai lasciate le forbici, eh?”, e ride. Che ci sarà da ridere, dico io. E anche il ragionier Mariotti mi vuole a suonare nel suo gruppo, che si chiama ironicamente i Bitorz e si esibisce nelle sagre di paese. Io gli mostro le mie unghie tagliate perfette e gli dico che con la chitarra, nonostante la passione, ho definitivamente chiuso. Ma lui non ci crede, e poi mi fa:
“Per un musicista, abbandonare la musica, ha davvero dell’incredibile…” La gente ha un concetto strano dell’incredibile.