Ora non c’è più

Prima delle MS fumava le esportazioni, quelle piccole, con il veliero che naviga sullo sfondo  verde del pacchetto. All’inizio c’era un grossolano errore: il vento, stando alle vele gonfie, soffiava da destra a sinistra, ma la bandiera issata sull’albero maestro garriva controvento, cioè da sinistra a destra. Poi tutto rientrò nella norma e anche la bandiera si distese nella direzione delle vele. Però l’immagine del veliero, così accomodata, risultava più brutta, e le esportazioni rimasero sigarette di cui si continuò a raccontare questa storia del controvento.

Quando sedevamo al tavolo di cucina – dove lei riceveva gli ospiti e dava le ripetizioni di greco, di latino e d’italiano sulla tovaglia copritavolo – accendeva la sigaretta e dopo due o tre tiri la schiacciava nel posacenere, perché la liberazione, mi confidò una volta, più che nel fumare sta nell’accendere. (Procedo con cautela avvalendomi di metafore chiaroscurali, e per adesso possiamo forse dire due cose: che lei, in un mondo di vele gonfie, procedeva controvento e che aveva il grande dono della generosità e di accendere). Sedevamo e conversavamo, ma anche in silenzio, con gli occhi. Mi ricordo un suo gesto, quando avvicinava il viso alle pagine sollevando gli occhiali per leggere da vicino. Ci si guardava senza dire niente, oppure qualcosa, per esempio, dei gatti, i suoi e i miei. Pensava che i gatti domestici fossero totalmente un fatto culturale, così umanizzati e fuori dalla natura – “ma in fondo che cosa c’è di più culturale della natura?”- si erano trasformati in animali non più animali, che gli uomini avevano reso sicuramente folli (e ora di lei, con un’altra metafora, abbiamo detto una cosa ulteriore).

In terza liceo domandò se qualcuno di noi, a casa, scrivesse. Sì, qualcuno scriveva. Le portammo le nostre parole. Lei lesse. Poi fu il giorno del compito in classe, e io scrissi come avevo imparato a scrivere i compiti in classe. Mi dette sei meno e mi disse: scrivi, non prendermi in giro. Io, da quel momento, seppi che mi avrebbe letto non per finta, e scrivevo sia per me che per lei. Insegnava con la coda dell’occhio, in maniera obliqua, laterale, senza pose. Al centro, le parole dei testi.

“Professoressa, quando leggiamo un romanzo dobbiamo leggere prima la prefazione o il romanzo?”

“Prima il romanzo, poi la prefazione, poi un’altra volta il romanzo.”

“E se leggiamo un’introduzione diversa?”

“Leggete di nuovo il romanzo.”

“Professoressa, che senso ha studiare una poesia del trecento?”

Il giorno dopo ecco Montale nudo e crudo, senza alcuna spiegazione. Procedevamo faticosamente, in maniera lentissima, parola dopo parola, e lo stesso non ci capivamo quasi nulla.

“È parecchio difficile, professoressa…”

“Eppure è un nostro contemporaneo, no? È difficile, certo.”

Gli portavo le mie cose, quelle che chiamavo senza vergogna poesie.

“Questo verso è molto bello…”, io allora pensavo a tutti gli altri che non lo erano e mi dispiacevo. “Da dove viene?”, indicava con il dito sulla pagina. “Non lo so…”

Mi ricordo che la prima volta che mi invitò a casa sua era estate e per l’occasione mi comprai un paio di scarpe nuove. Bianchissime, di cencio, le avevo trovate alla coop: maglietta di quelle che le acquistavi in una confezione di tre, jeans, le scarpe che squillavano ai piedi – avevo sedici anni.

“Tu allora saresti un atleta…”

“Beh, mi alleno sui cento… quattro volte alla settimana.”

“Per la guerra?”

“La guerra?”

“I greci facevano le olimpiadi, ma erano tutte discipline legate alla guerra, non credi?”

“Non ci ho mai pensato…”

“Quindi tu faresti sport… E cosa leggi?”

“Mah…”

“Tieni, leggi questo”. Era un articolo di un certo H.M.Enzensberger, pubblicato sui Quaderni Piacentini, che definiva la lettura come un atto anarchico. Ne conservo ancora il senso: Enzensberger scriveva che una mano è innocua, ma se gli insegni il karate diventa cattiva, micidiale, e guasta ogni bene. Il karate era la mania dell’interpretazione.

A casa aveva una pendola che suonava le mezz’ore e le ore. Andava indietro. Le dissi: “Posso provare a regolarla?” “Fai pure…” La volta dopo: “Come va?” “Ora è in anticipo…” “Ah sì?” “Sì.” A furia di svitare e avvitare i buloncini dell’asta, visita dopo visita, la feci impazzire, quella pendola. Ora batteva i rintocchi a casaccio.

C’erano anche i film. “Tutte le volte che potevo andavo al cinema a Firenze. Uscivo da una sala e entravo in un’altra…” Ci servivamo allo stesso noleggio, ci consigliavamo, prima le cassette WHS poi i DVD. “L’hai visto questo? Non è male…” mi diceva, e io mi fidavo. Al liceo ci aveva accompagnati a vedere il “Casanova” di Fellini, con quell’attore che aveva il profilo come un cavallo. Poi un altro capolavoro che durò una mattinata intera, su Moliere, un grandioso affresco storico.  Apprezzammo soltanto in parte, ma sapevamo che era colpa nostra. Eh già, la storia… In quarta ci fece leggere un libro di Carlo Ginzburg, il “Formaggio e i vermi”, la ricostruzione del processo al mugnaio Menocchio, nel Cinquecento, considerato eretico per la sua teoria cosmogonica: il mondo era un grosso formaggio e i vermi… angeli. Mi raccontò che Carlo Ginzburg seguiva le lezioni all’università scalzo, o almeno mi sembra di ricordare così. Ma non c’era del compiacimento per la stravaganza del genio, non amava la genialità e tantomeno le sue manifestazioni. Disse semplicemente che lui poteva permetterselo, certo, era il figlio di Leone Ginzsburg…

Ho molti libri che mi ha regalato e che mi ha prestato senza più richiedermeli. La dedica, quando c’era, era sempre quella: “Con affetto, A.”, una A puntata che raramente diventava il suo nome per intero. Una volta mi sorprese con qualcosa che per me fu davvero importante. Mi chiese il file di un mio manoscritto, e ne fece stampare e rilegare due copie, una per me e una per lei. Diversi anni dopo, quando quelle parole diventarono un libro, cambiai soltanto il titolo e glielo dedicai. Avevo pensato a tre o quattro dediche piuttosto complesse, articolate, ma sapevo che per un motivo o per un altro forse non le sarebbero state gradite. Scrissi solo “a” e il suo nome e cognome.

“Tu, dopo così tanti anni, sei rimasto l’unico a darmi del lei. Certo, potresti darmi anche del tu, no?”

“Ho conosciuto uno, una volta, come te. Non che avesse delle doti speciali… ma non si sa per quale motivo, a lui tutti davano tutto senza che chiedesse mai niente…”

“Tu e io a volte andiamo troppo d’accordo, e questo non è bene..,”

“Perché non metti insieme due o tre libri tra quelli che hai letto e vai a dare un esame all’università, eh?”

“Tu sei un narciso, un narciso nascosto.”

(E infatti adesso sto riportando delle frasi sue su di me, parlo di me e non di lei. Ma non è un caso, e non si tratta solo del mio narcisismo. Con lei era difficile non raccontarsi. Ascoltava e poi trovava il punto su cui fare leva, e tu parlavi e lei di nuovo ascoltava).

Non credo che i miei libri le siano piaciuti più di tanto. Il primo e il secondo forse un po’, ma gli altri non penso proprio, mi chiedo con qualche ragionevole dubbio se li avrà letti – un uomo lucciola, quattro serpenti che attraversano il deserto… forse li valutò delle scemenze, con l’aggravante della pretenziosità. Non è mai venuta a una mia presentazione, perché, mi disse, si sarebbe sentita in imbarazzo. Io non ho insistito. No, non credo le siano piaciuti, i miei libri,  ma questo mi fa male e vorrei sbagliarmi – ecco ancora il mio narcisismo. Ha lodato la mia scrittura, comunque, eppure lo ha fatto come si pensa di qualcosa che non ti sei meritato, e di cui comunque hai imbastito un cattivo uso. Io cercavo di difendermi declinando la mia responsabilità, “è la scrittura che comanda”, le dicevo.  Ma non mi ha mai creduto fino in fondo.

Mi ha scritto delle lettere e delle cartoline molto belle, intense, dove non parlava mai di sé, ma rispondeva a lettere mie anche di settimane e settimane prima. Se non trovava il tempo allora mi inviava una lettera intermedia, dove scriveva appunto di non avere tempo e che la risposta sarebbe arrivata poi, se prima però non fossi passato da casa sua, altrimenti era meglio conversare. Le mie lettere mostravano il tono di chi esige una risposta, spesso su alcune pagine che le avevo lasciato da leggere.  Poi, improvvisamente, non ci siamo più visti e non ci saremmo rivisti più, scendi per l’ultima volta le scale di quella casa e soltanto dopo, a distanza di anni, capisci che era l’ultima volta. Le ho scritto ancora una lettera che raccontava di me, nelle cose che mi erano accadute negli ultimi tempi, piuttosto fredda, distaccata se non addirittura arida. Lei non mi ha risposto e penso che abbia fatto bene. Non me l’ero meritato.

Le devo molto, le devo sicuramente il regalo di aver iniziato a leggere, di avere la lettura come consuetudine di vita, sebbene i libri, mi diceva, per chi se ne avvelenava sono anche una prigione. Immagino che ci fossero tratti di me che non la convincevano, in parte perché ero anch’io un uomo come sono gli uomini, in parte perché la mia arroganza non era riuscita in una sfrontatezza coraggiosa ma si era ripiegata nella macerazione, carica di rancori, perdente in partenza. E nonostante questo, mi ha aiutato, un’altra sua caratteristica, aiutare anche chi non se lo merita. L’ultima cosa: se leggesse queste parole non credo ne rimarrebbe contenta. Le regalai la locandina originale di “Tutto su mia madre”, il film di Almodóvar. La locandina, sono sicuro, quella le piacque.

Poco prima del suo pensionamento le scrissi:

Ora che stai finendo con la scuola

volevo dirti, semplicemente,

che non so come hai fatto a resistere

tutto questo tempo. Ché in fondo, là dentro

tu non c’entravi proprio niente,

e forse proprio per questo

molti ti saranno grati di avere tu

spalancato all’aria.

Ché soltanto con l’aria le cose s’incendiano

(e poi le persone che fanno contentezza

sono talmente poche!)

Tu sei maestra di qualcosa d’altro

fra quelle più nascoste

così preziosa e muta

rarissima parola.

Le davo del tu, con la poesia tutto è permesso.

Sì, ascoltare le parole di un libro, guardarle in una lettura lenta e silenziosa, il più possibile libera da quel frastuono che vuole irrompere sulla pagina. Dedicarsi a un libro invece di prenderlo a bastonate con la lusinga di un male interpretato senso critico, con l’idea che ogni parola potrà accedere alle nostre stanze soltanto dopo che si sia convertita a quei banali ragionamenti di cui ci sentiamo padroni. Non limitarsi a decifrare la scrittura attraverso quel che già sappiamo o crediamo di sapere – ma, diversamente e in profondità, leggere. Leggere non per capire ma per comprendere, leggere per ascoltare una voce altra che non sia la nostra. La persona che mi ha insegnato questo, e chissà quante altre cose che tengo nascoste nella parte sommersa dell’iceberg, lei ora non c’è più. Quelle piccole sigarette accese e subito torturate nel posacenere, i suoi occhi dietro le lenti che si vedevano quando tirava su gli occhiali per leggere da vicino, la voce inframmezzata dalla tosse, il mio “Permesso?” e quella risposta dal pianerottolo, “Vieni, uomo…”, che non voleva essere un complimento. 

Altri articoli