Non era un’essenza legnosa pregiata, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli senza particolari qualità che si bruciano per alimentare il fuoco di una stufa o di un caminetto. La sua origine rimane avvolta nel mistero, ma ora chissà come è nelle mani di mastro Ciliegia, che se ne vuole servire per fare una gamba di tavolino. L’artigiano, all’inizio così sicuro dei propri mezzi, sarà invaso da una gran paura, perché quel pezzo di legno comune – e si resta di stucco – gli parla. Così il falegname cade giù fulminato, l’ascia arrotata e la pialla non possono nulla, la materia è per lui ingovernabile.
Provvidenziale a questo punto l’arrivo di Geppetto che ha bisogno di un legno proprio di quel tipo, senz’altro una qualità scadente, ci vuole costruire un burattino per girare il mondo e provare a vincere la miseria, gli è venuta questa idea. Mastro Ciliegia alla fine della baruffa dove volano in aria le parrucche dell’uno e dell’altro glielo regala volentieri, non perché vuol fare un piacere al collega, ma per sbarazzarsene e ritornare a costruire le sue gambe di tavolo senza ulteriori turbative.
Così la materia prima indocile si ritrova nelle mani di Geppetto, che anche lui si appresta subito al lavoro, impugnando gli attrezzi del mestiere. Però, prima di fabbricare il burattino, fa una cosa determinante: gli mette un nome, lo chiamerà Pinocchio. Dev’essere anche per questo che il legno appare, almeno all’inizio, più ben disposto, quasi incuriosito. E infatti, ora che ha gli occhi, guarda, e guarda proprio Geppetto: l’uomo, che mentre lavora osserva con attenzione quello che fa – è un principio fondamentale del mestiere – a sua volta è osservato “fisso fisso” dalla propria opera, da quel paio di occhiacci di legno. A essere precisi il dialogo tra i due accompagna il processo della creazione, Pinocchio è già vivo durante il lavoro, non è materia inerte che esisterà soltanto una volta che la forma avrà completa realizzazione, come accadde per Adamo. Certo, questo fatto un po’ inquieta e indispettisce, ma Geppetto non è mastro Ciliegia, si meraviglia senza cadere sotto il peso del terrore della vita, procede verso l’imprevedibile della costruzione. Sopporta quella birba di burattino che non solo lo osserva mentre lavora, ma ride, lo prende in giro, gli fa la linguaccia, gli porta via la parrucca e infine si sgranchisce le gambette nuove di zecca e fugge via.
Nei primi tre capitoli di Pinocchio si può dunque leggere quel che differenzia l’artigiano, mastro Ciliegia, da Geppetto, l’artista. Il primo ha avuto una grande occasione, perché il pezzo di legno era capitato nella sua bottega, e l’ha sprecata, soccombendo alla paura dell’ignoto. L’altro, l’artista, ha saputo mettere le mani su una materia viva, ne ha liberato la forma e l’ha portata alla luce. Sì, per questo figliolo sconsiderato ne passerà di tutti i colori, compreso la prigione e la balena – e anche il fuoco che ha dipinto nel caminetto non scalda, e nemmeno ci si può nutrire di quei fagioli nella pentola fumante ma solo per finta. Geppetto però, anche da prigioniero, innesca un processo di vitalità e di liberazione.