Cesco Francesco (55)

CARTA CINQUANTASEA, CESCO BATTEZZA

Noi di Cesco, come di già te dissi nelle carte addietro e penso lo abbiano capito anche li lettori di volo, cioè quelli che leggono sine cura e de bocca abboccata, noi se dormiva in capannacce de frasche e mota, tirate su come li nidi delli merli, che, come lo sanno bene gli ornitologhi, che sono quelli che li uccelli li studiano –  e lo dico per li lettori ‘gnoranti di volo di prima – li merli insomma fanno li nidi con quattro stecchi messi in croce. E nun si sa perché proprio li merli facciano cussì,  contrariamente ad altri uccelli che ‘nvece fanno prima lo piano e poi, piano piano, se fabricano certe  regge de nido che paiono architetti, uno per tutti lo uccello tessitore fuksas. Lo merlo no, lui somiglia uno poco a noialtri fratelli di Cesco, gli è più uno manovalaccio e non ce spende troppa rifinitura o vezzeggio. Però l’è lo istesso felice, e tu te ne accorgi quanno lo vedi zampettare nell’erba, perché lì lo merlo da ‘l meglio de sé, e dice: “Ѐccome èccomi vita, son qui!” e salta, “Ѐccome èccomi vita, son là!” e risalta, apparentemente sanza costrutto e destinazione alcuna.

Perché la casa e l’abitare, diceva lo nostro Santo, l’è gran fardello e dunque grave appesantimento della libertà d’esistere. Ché te radica allo suolo e allora non te pote più mòvere, non sgai a destra e manca, te ingolfi nel sempre qui, t’empigri, te fai radice de torzolo. Noi de Francesco ‘nvece ce movemo eccome! Ce s’appaia a due a due – Cesco ce chiama la coppiola – e poi ce mettemo ‘n moto, e se peregrina e se porta financo nelli lochi lontani la parola de Cristo Nostro, e sovrattutto l’exemplo, perché con la parola son boni tutti, anche li pocriti, mentre l’esempio è quello dello fare dello vero cristiano. Dunque a noialtri che ce ‘nteressa de’ muri de mattoni e de pietre? de’ fondamenti de fossa profonda, de li tetti de embrici, tegole o copparelle? Noi semo liberi di stare qui e di non starci più, e d’ essere qua e là appunto come li merli. Sì, mi dirai, e allora le chiese, le cattedrali, i monasteri, i conventi, di che son fatti? de paglia? Ma quelli sono la casa de nostro Signore Gesù Cristo, che appunto Signore l’è, e anco re, per quanto de li miserrimi. Dunque per lui va bene, ma mica per li preti e per noi fratelli minori… che semo signori anche noi sennò? E allora, dopo tutta sta ‘ntroduzione de vergatura, te voglio raccontare de quanno Cesco torniede da Bologna e una volta arrivo vide che vicino alla Porziuncola, dove prima v’erano le capannacce, ora ce stava lì uno casone che ce passavano la notte a dormire li fratelli – Dio ce scampi e liberi! – de pietra e argilla, con copertura in tegole de cotto de Marsiglia, e portone e infissi, e financo lo caminetto, e lo terrazzo, e la veranda cum pergola. Che dice l’aveva fatto proprio un architetto de fama, che non era certo uno merlo, ma forse uno corvu… o uno corbu? Sì, uno corbo si è! “Che lo possino ‘ntingere nell’acqua santissima!” disse Cesco con impropero trattenuto. L’architetto gli era giunto de’ soppiatto quanno Cesco non c’era e avea convinto li fratelli all’agio dello stile modernista!

“Te piace?” domandiede lo frate Elia tutto gonzolo allo nostro santissimo con quesito che credea retorico.

“E la piscina? Non fu fatta?”

“Quella se aspettava proprio te, per ordinarla…” sempre più contentone rispuose lo Elia.

“Ma senti…” e quivi lo volto dello santo se tramutiede dall’ironico al beffardo, e poi se fece scuro, nuvolone, livido, nero… che ‘l povero Elia se sentiva le gambine de frolla e aspettava lo stonfo. Ma invece dal nero se passiede indietro al livido, allo nuvolone e poi ecco lo scuro e il beffardo fino allo sorriso ironico e: “Sai che facciamo Elia? Salimo sullo tetto! Ma prima appella li fratelli tutti qui, in radunata, che voglio fare ‘no sermone…” ordiniede lo Santo.

“Meno malo…” pensò d’averla scampata lo fratello Elia, e se mise in cerca per la chiama de tutti noi. Poi portò uno scalone, e prima Cesco, poi lui, salirono sullo tetto.

“Che panorama, eh?” fece Elia per addolcire ancor di più la situazione.

“Già già…” commentò scarno lo santo.

“E vedrai con la piscina!”

“Già già…” fece ancora lo Cesco nostro. Ma se chinò de scatto e agguantiede ‘na tegola marsigliese strappandola dallo tetto. “Tu lo sai che segnifica duro de coccio, vero Elia?” e li mostriede l’embrice de fronte allu nasu suo.

Fratello Elia ora aveva capito. Così chiuse de nuovo li oculi, che attendea ‘no storcione de collo di quelli sodi.

Ma lo santo invece se rivolse alli fratelli di giue, raggruppati in gran numero, e con vocione de predica iniziò cussì:

“Ammazza che casone ve siete fatti fare! mica noccioline… E ditemi: a chi la volete intestà questa bella proprietà accatastata? C’avete riflettuto?”

“Noi Cesco, avevamo pensato…” provò a intervenire Elia.

“Tu sta’ zitto, che con te me rifaccio dopo…” e se rivolse ancora alli fratelli di giue:

“Allora, a chi lo intestate lo casone?”

“A teeeeeee Cesco!” urlarono in coro, “Il nostro Pastore Santo e benedetto da Dio!”

“Che carini… Ma semo tutti fratelli, no? Mica c’è lo padrone fra noi, giusto? E allora sentite: sapete cosa facemo? Lo casone lo intestiamo a tutti noi…”

“Come tu voleeeee, Cesco Nostro.”

“Ecco: prima io!” urlò Cesco mentre afferriede la tegola con ambo le manine e, tal quale maestro d’oriente, la mandò in pezzi con una poderosa chiorbata.“E ora, a uno a uno, me passate qua de sotto, che il casone ve lo intesto preciso anche a voi, ma preciso eh?” E detto questo afferrò un’altra tegola.

“Tu che sei lo primo de fila, come te clami che non ti cognosco?”

“Ugolo da Monfalcone, per servirla, Santissimo Padre…” e Ugolo chiuse gli occhi perché sapea già il battesimo che l’aspettava.

“Ecco Ugolo mio, eccote uno pezzo de casone intestato, toh!” e il santo lo centrò perfettamente sulla chierica con lo coccio, ma essendo più duro lo capo dello coccio, lo coccio andette ‘n frantumi.

“Avanti un altro… anzi, avanti lo prossimo!” fece una battutaccia Francesco. I fratelli erano davvero tanti, perché la fratellanza di noi francescani se allargava ogni giorno de più. Ma anche lo casone era grande, e quindi anco lo tetto e gli innumerevoli cocci de copertura. La intestazione battesimale durò tutta la mattinata, anche con facezie. Del tipo:

“Stammi per bene ‘immobile’, che sennò mica te posso intestà lo casone… toh!” O anche: “Proprietà? Tu vuoi la proprietà? O proprielà? No, vien proprio qua! E fatti anche te ‘immobile’. Toh!” E ancora: “Mica vorrai che la tua chiorba ne sia ‘privata’? Toh!” e via dicendo, motto de spirito su motto de spirito. Elia vide bene de fare tutto da solo e con gesto di karateka se spezzò lo embrice sullo capo anco lui.

“Tu due!” disse però Cesco, perché proprio a Elia aveva affidato lo gruppo in sua assenza. “Tu eri lo capo? No? E ora usalo ancora come sai, lo capo!” E così avvenne.

Ma su finire della mattinata arrivò uno soldato a cavallo, mandato dal Comune. Lo tetto era quasi tutto scoperchiato, e anche lo numero delli fratelli battezzati con li tegoli quasi al completo. Disse lo soldato a cavallo:

“Ma che hai fatto, Cesco? Mica è tua la casa… È del Comune…”

“Allora se è del comune è anche un po’ tua, no?”

“Davvero?” fece sbalordito lo soldato.

“Toh!”

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