CARTA QUINTA COME LE DITA DI UNA MANA, CAMPANO
C’era uno, tra noi di Francesco, uno fratello che lo chiamavano Campano, che non era nato a Napoli o giù di lì, ma invece nel bergamasco. Era uno nòcciolo con due spalle che sembrava un pancone e tornava parecchio utile quando c’era da fare a botte. Perché è vero che noi francescani siamo tendenzialmente per la pace, per l’amore e la misericordia e la fratellanza e mettici quello che te pare di buoni sentimenti, ma quando non se ne può fare a meno ci stanno bene anche un bel paio di scapaccioni tirati di gusto, che Francesco chiamava più propriamente “puntoni”. Cosicché non era raro quanto si pensi sentire sulla bocca del santo: “Campano, dàgli due puntoni!”. Ma questo, mi rendo conto, non spiega ancora il nome di Campano affibbiato a un contadinone del bergamasco.
Ché infatti a intervalli quasi regolari, alla Porziuncola, sentivi pronunciare il suo nome anche quando non c’era da menar le mani. Tanto che Francesco poteva urlare, “Campanoooo!” e il fratello bergamasco, qualsiasi opera stesse compiendo, s’interrompeva prontissimamente e “Din-don-din-don” sparava il verso di certi rintocchi che coprivano financo quelli dello duomo d’Assisi!
Si sa che la Porziuncola nacque e visse molti anni come chiesa poverissima e diroccata, poco più di una stamberga in muratura, con un crocifisso tutto marcio e imbarcato che il povero Cristo, più che su una croce, parea facesse l’arco dorsale come esercizio ginnico. Però, a scorno di tutti i preti e vescovi del circondario, la Porziuncola fece sentire lo suono della sua campana fino al cielo per tempo immemore:
“Campanooooo…”
“Din-don- dan, din-dooon-dan” e tutti sapevano che nella nostra piccola e povera chiesetta si celebrava la Messa, con aggiunta di predica del Santo Cesco e qualche giullarata all’occasione.
(prosegue)