Cesco Francesco (59)

CARTA SESSANTESIMA TONDA, DIALOGO SUI TRAMPOLI E LA PILA

“Diàmine Ruffino, come te puzzi de stallatico…”

“E che c’è posso fa’? me so casco…”

“E ‘ndo se casco? In uno squàgliolo de’ maialatura?”

“Peggio… me sono intrampalato in una pila de’ merda.”

“Boia! ‘na pila?”

“Sì, de merda.”

“E com’hai fatto a intrampalacci?”

“Nun è bella cosa da raccontare, Silvestro mio. Aveo finito la predica, no? la predica appunto su li trampoli, che io allo pubblico, come tu sape, gli faccio sempre lo spettacolino, che gli piace che sono alto alto lassù come all’altezza dello spiritu, e allora mi sta a sentì che predico.”

“Eh… le tu famose strampalerie…”

“Saranno anco strampalataggini, come tu le chiami, ma fungono… Del resto, com’è che dice il nostro Cesco? Le vie allo Segnore sono ‘nfinite…”

“Sempre sia lodato! Quindi sei casco lì?”

“No, ‘speta.  Aveo finito, ma io mica scendo de fronte allo pubblico, faccio un’uscita de scena più a effetto, sempre sulli trampoli…”

“Concordo. E la pila de merda dov’era?”

“Ho fatto quattro passi e sono entrato nella stradina de lato, sai quella stretta stretta che te gira intorno allo Duomo? E subito lì dietro, nello buio, o non ho ‘ncocciato una montagna de merda?  Gli era alta quasi come lo trampolo…”

“E che ci faceva lì, quella montagna?”

“E io che ne so… se vede che m’aspettava…”

“Ah-ah-ah Ruffino, me fai morì dal ride… E lì allora e ti sei ‘ntrampalato…”

“Appunto, me se scianca la camminata e perduto lo equilibrio me ce sono intrampalato ficco dentro, dritto nella pila…”

“Boia!  Ecco lo perché dello grande tanfo! E li trampoli? se son rotti?”

“No, macchè, ma ora sono trampoli tutti de merda…”

“Ne convengo. Ma quello che conta è che tu sia caduto sullo morvido e non te sia fatto male, Ruffino… quanno c’è la salute c’è tutto… e noi ce rimettiamo sempre alla volontà di Dio!”

“Questo è lo vero, tu dici bene fratello Silvestro, per esse movirvido era morvido e sempre sia lodato lo Segnore anche per le sue vie più misteriose di provvidenza, peranco quelle vie ‘ntasate da una pila de…” ma a questo punto Ruffino se gira e s’accorge che ce stavo anch’io, che zitto zitto grattavo con lo stilo la carta pecora.

“E tu che stai a vergà, fratello Leone? Nun scriverai mica d’esta mia storia de merda, eh?”

“Che te despiacerebbe?” dico io “A me me piace scrivella perché me pare simpatica ‘sta storia della grossa pila de merda di tramp (e qui Ruffino nun me face nemmeno finì di vergare la parola trampoli, perché me strappiede la carta de mano e allora, per li posteri, la cosa rimane così conclusa con esto periodare tronco, appunto la storia della grossa pila di merda di tramp, che se la leggi a alta voce ne risulta anco parecchio ambigua e amen)

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