CARTA TERZA, IL PAPERO
Ci fu quella volta che arrivò uno che teneva in collo un papero e gli disse, Santo Francesco, siccome ho sentito che parla con gli animali allora bisognerebbe che lei gli dicesse a Pao – perché il papero si chiamava appunto così, Pao – che quando la notte lo metto a dormire nello stambugio mi stia per lo meno per due o tre ore di guardia e che mi avverta se arriva la gorpe, perché la carogna mi mangia tutte le pollastrelle. E allora Cesco gli rispuose:
“Bene fratello rustico, ci penso io. E tu Leone scrivi, che ne resti testimonianza”. Si avvicinò al capino del papero e gli mormorò:
“Pao, sentimi bene: qua – quo qua – quaquaraquà…” e Pao, subito: “Quo –qua!”
“Che gli ha detto?” domandò il villano.
“Quello che tu volevi, no? Che faccia la guardia…”
“E lui?”
“Dice di dormire tranquillo, perché non solo per tre ore, starà di sentinella fino al chiaro, e se arriva la gorpe, o anche la faina, ti avvertirà con un qua-qua!”
“Non so davvero come ringraziarla Santo Francesco… anzi, guardi, questa la dovevo vendere al mercato, ma la regalo a lei e a tutti i vostri fratelli lieti in povertà, e buon pro vi faccia!” – e tirò fuori dal sacco una gallina bella in carne.
“Dio ti benedica”, disse Francesco. “Vai in pace”.
Così il rustico si allontanò, colmo di contentezza. Ma non appena girò il viottolo, io e Francesco, dalle risate, ci si mise a fare le capriole e i rotoloni su sorella erba. Francesco poi chiamò fratello Gonzago e porgendogli la pollastra per il collo lo esortò: “Pelata per stasera, Gonzago!, dalla a Chiara, che ci pensa lei”.
(Ma no, cos’hai capito, fratello lettore? Francesco ci parlava davvero con gli animali, non è una frottola. E ora ti traduco quello che gli aveva detto, al papero)
“Pao, sentimi bene: quo qua– “mi raccomando, eh?”- quo quo qua – “tu, silenzio assoluto” – quaquaraquà – “che con Dina la gorpe ci parlo io…”.
E il papero: quo-qua “sei in una botte di ferro, capo!”
Perché, come ti sarai reso conto, al villico le galline le rubavamo noi fratelli. E poi si portavano a santa Chiara che le cuoceva lesse con i sedani nel pentolone, arrosto con le patate unte nel tegame, e anche alla cacciatora con l’intingolo e le cipollotte di Gubbio – come gli piacevano a Cesco. Appena qualche aluccia e zampe e collo per noi, e petto e cosce naturalmente ai poveri. A Cattani la parte del prete.
(prosegue)