CARTA CINQUE E CINQUE, LA PERFETTA LETIZIA PRATICA
E intanto, parlando e riflettendo, eravamo arrivi allo portone di Santa Maria degli Angeli. Francesco se girò verso di me – ormai, dallo buio e dalla tempesta, non se vedeva quasi nulla, ma quel suo sorriso d’intesa io me lo immaginai – e poi bussò, e fece anco lo suono con la bocca “Toc toc”.
Finalmente, dopo un paio de menuti boni:
“Chi è a quest’ora?” se sentì una voce conosciuta da dentro.
“Siamo Leone e io, dài apri che qui si zizzola…”
“Io chi?”
“Io, Cesco, chi vuoi che sia…” il santo alzò lo tono per non essere coperto dal temporale.
“Cesco è già qui dentro e dorme. E non urlare così forte Pinocchio, che sennò lo svegli!”
“Non fare il bischero Gonzago… spicciati, perché si muore dal freddo…”
“Gonzago? Gonzago chi?” rispuose Gonzago. “Ragazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lumache non hanno mai fretta”.
“Simpatico lui… Senti un po’ Gonzago, lo scherzo è bello quando dura poco, apri immediatamente, che Leone, dall’algore, è diventato viola…”
Ma Gonzago non si facea sentire più. E allora Cesco credette di capire, quel burlone voleva che si recitasse la novella de Pinocchio e tenea la parte della lumaca, che poi era u’na signora chiocciora. Così, in mezzo alla tempesta d’acqua, con la vocina in falsetto disse:
“Lumachina… lumachina bella… son due ore che aspetto! E due ore, in questa serataccia, diventano più lunghe di due anni!”
“Ragazzo mio”, rispose subito Gonzago in tutta pace e flemma,–“Te l’ho già detto, no? Io sono una lumaca e le lumache non hanno mai fretta”.
“E bravo Gonzago, la sai anche te la novella! Ora però, per piacere, apri!” disse lo santo con tono imperioso. Ma Gonzago, zitto.
“Ce sei Gonzago? Son Leone… via apri, che tu non lo puoi védere, ma qui se mette male…” provai a intervenire anch’io, pensando più all’incazzatura montante di Cesco che alla pioggia e al freddo. Ma ormai era troppo tardi, il santo aspettò ancora uno minuto – nel buio e nel silenzio pareva friggere – e poi, persa definitivamente la santa pazienza afferrò di brutto il battente del portone e con quelle manine secche tirò un colpo tale che fece rintronare tutto ‘l convento, “Apri!”
Ma nulla.
“Apri, animalo!” sì, lo arrabbiato avea detto proprio cussì, animale! E allora, per la potenza dello linguaggio suo, avvenne uno miracolo ‘mprevisto, e il battente di ferro diventò d’un tratto un’anguilla viva che gli sgusciò dalle mani, e se ne andò, lei davvero beata, sguazzando in tutta quell’acqua fangosa dove stavamo a bagnomaria santissima anche noi.
Cesco non ce vide davvero più, sia per lo buio dello temporale, sia per la cecità di oculo oscuro e ammalorato, sia, più di tutto, perché incazzato nero. Se tirò uno poco de dietro, prese l’aire de rincorsa e sferrò uno calcione di tale portata che… miraculo! lo piedino nudo s’ifiliede tutto intero nel legno fino a mezzo stinco, uno stinco de santo, e lì rimase incastonato. Così impedito lo nostro Cesco cominciò a urlare a agitassi a più non posso: “Gonzagoooo, se non apri, quanto è vero Iddio, quando mi apri – e prima o poi lo so che mi apri – allora non vorrei essere nei tuoi pannacci! Te giuro che…”
“E che sarà mai… se non se pole scherzare nemmeno uno poco…”, disse Gonzago spalancando all’improvviso l’uscione con il santo che, incastrato nello legno, girò d’un botto anco lui sul cardine e rimase schiacciato tra muro e anta.
“Ma dov’è Cesco?” chiese lo burlone. Io feci appena cenno e… miraculo! lo portone girò di nuovo sullo cardine e apparve lo santo, che cussì bello disteso a braccia aperte e appiccicato sullo legno parea davvero uno Crocefisso del Cimabuo! Santo signum che le strade dell’amore di Dio sono infinite, e che noi homini possemo imitare la vita de nostro signore Gesù Cristo per sentieri ardui e stretti, ma l’alta e dritta via dello Nostro Cesco fu davvero quella della Croce! E amen (col dito indice alzato al cielo per significare l’importanza della considerazione).