Cesco Francesco (56)

CARTA CINQUANTASETTA , LO SATIRO

Questa storia che te racconterò, fratello lettore, non la sa proprio nissuno, tranne Cesco che la raccontiede a me, che feci croce sul cuore con promessa di non farne parola, e poi la santissima Chiara che anche lei ne fu protagonista, e poi quello di cui nel titolo della carta, cioè lo satiro.

Un bel giorno de primavera lo santo nostro se appartiede in uno loco ombrato dentro lo bosco lì ne’ pressi della Porziuncola, che lui e Chiara avean bisogno di conferire di cose loro per l’organizzazione de frati e sore. E spesso facean cussì, cercavano uno luogo solitario per non aver rotture de noialtri e delle sorelle, “Cesco ci sarebbe che…”, “Chiara abbisogna che tu…” eccetera eccetera. Altro non specifico, perché i discorsi che li ‘gnoranti e vulgari faceano riguardo alla loro ‘ntesa, anche e soprattutto corporali, sono linguacce biforcute dello diavolaccio, che non mi riguardano e dunque non devono riguardare neanche te, lettore mio, e non ti riguarderanno.

Però te l’ho già vergato nelle prime carte che Chiara era bellissima, non solo de dentro, ma anche de fori, e di davanti e di didietro. Bellissima e castissima. E questo non impediva certo che gli oculi si appiccicassero su di lei, e al suo passaggio masculi e finanche foemine saffiche ne rimanevano fulgorati, per la santità e per quel di più che tutti i birboni come te s’immaginano. Dev’essere stato anche per questo che, mentre la beata coppia conferiva in solitudine, sbuchiede improvviso da dietro uno cespuglio lo satiro, che ora te spiego com’era. Basso, storto, brutto, gambe caprine pelose e corna, faccia de culo e pìmpero tutto de fora – non avea niuna mutanda! – e non giue, ma ritto in su tale a uno braccio de candelabro de bronzo, e forse pieno e duro come lo esso. E mentre uscia dalla macchia fece anche con la boccaccia: “Buuuu!” Chiara lo guardiede e come una segnora de mundo se rivolse cussì a Cesco, che dava allo bestio le spalle:

“Bah.. guarda chi c’è Cesco. C’è uno satiro…”

“È vero…” rispuose Cesco giratosi, “C’è uno satiro per davvero …”

Lo satiro, come se vede, non avea sortito l’effetto di sbalordimento sperato. E allora volle esagerare con il chiedere ‘nsolente alla santissima Chiara:

“Che ce fate, bella gnocca coscialunga, con ‘sta roba de ‘scarto?” che intendea ovviamente Cesco nostro. “Vien con me, gnoccapopputa!” e, con oculo strizzo, gesticolò de stantuffo accanto allo candelabro erto.

“Bellino te…” rispuose Cesco calmo calmo, che sapea che mica c’era da prendersela, con li satiri, perché Iddio li avea fatti così per natura, che al posto della luce coscienziale, nello cervello, aveano la broda de cazzo.

“Che tre porta qui da noi?” domandiede ancora lo santo, anche se subito se rese conto che la sua era domanda rettorica. Ché ‘nfatti lo satiro subito respuose:

“Dé, te che dici? che me porterà? l’odor de fregna, no? Ma anco lo culo, e anco lo culetto tuo, che bisogna pur esse inclusivi!”

“Ah-ah-ah!” rise allora Chiara, “Sai Cesco? Me chiedo sempre… ma perché Dio avrà creato anche ‘sti cosi? Ma a che servono?”

“Vien qua pupa, che te lo mostro!” e non si sapea che volea mostrar più di così, lo satiro.

“Or via, finiamola… che ‘sti vernacolieri sono anche simpatici, ma dopo un poco ne basta”, disse Cesco. E imposta la manina in direzione dello candelabro dello satiro, mosse appena uno dito e allora… miraculo! Dove prima c’era lo lungo cero ce venne uno nodo in cima, “Bene, eccote sistemato…”.

Ma non era finita. A causa nodo, forse, le brode de cazzo non poterono più raggiugnere lo cervello, e allora lo satiro, d’un botto, se mise a declamare sentenze come uno profondissimo saggio.

“Ah, ecco!” esclamò Chiara, “Bastò uno nodo lì e ellora lo bestio se diventa filosofo. Certo che nostro Signore dei cieli nun fa nulla a caso, eh?”

E ‘ntanto lo satiro, che era entrato in modalità tragica e sputasentenze, declamò in posa oratoria: “Stirpe miserabile ed effimera, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggioso non sentire? Il meglio è per te non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore, per te, è morire presto!”

“Ma chi gli ha chiesto nulla a questo… Ma che vuol significare? Dico io, mica crederà che ce facciamo intimorì noi?” fu il commento della sorella nostra Chiara, di fede saldissima.

“Ma no, dài. Lasciamolo perde, ché tanto ha già finito e nun sa recità altro. In fondo, sì, ha la parola, ma anco con lo nodo mica se può pretende chissà che cosa… Gli è uno bestio di prima, arcaico… li fai il nodo, sì, ma alla fine te ragiona lo istesso uno poco a cazzo. Vedi? s’è già spento…”

E infatti lo satiro se prese tra le mani l’ormai menciolante e squagliato candelone suo e sanza aggiugnere parola com’era venuto risaltò al di là del cespuglio e non lo videro più.

“E ora, ‘ndo sarà andato, quel bietolo?” domandò la santa.

“Mah, di sicuro a cercar qualcuno che gli sciolga lo nodo, che in fondo, po’eretto, che male vuoi che faccia…” furono le parole de Cesco a chiudere lo episodio.

E ora te lo chiedi, lettore, perché nonostante la promessa che io Leone feci a Cesco t’abbia però raccontato la storia dello satiro? questa che né qualcuno la tramandiede e nemmeno lo Giotto la dipinse mai nella chiesa d’Assisi o in Florentia sua? A che prò? Che te ne viene? A me sembra importante lo descrivere l’evento per vari motivi, non ultimo il fatto che mentre Cesco me dicea de far promessa de silenzio me stringiede l’occhio anco lui come uno satirello, a significare: “Io te lo chiedo, ma tu fai quel che te pare, e siccome io te conosco io lo so bene quel che te pare…”. E dunque a me m’è piaciuto vergarti queste parole per condurti a consapevolezza di come funzionano appunto certi nodi: che hai voglia de’ stringeli, ma uno poco de broda passa sempre! E allora finisco cussì: nun si sa se sia peggio lo candelabro erto e pieno o lo discorso a candelabro (dove tu, a ‘ntendere come lettore accorto, devi sostituire lo candelabro con lo cazzo).

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