Cesco Francesco (23)

CARTA DUE E DOPPIO DI DUE, ARRIVA DRENZI

Un giorno t’arriva uno con la faccia come lo culo e Ruffino, che stéa lì d’intorno a raccogliere l’erbe mediche e quelle magnerecce per lo brodo vegetale, gli domandò: “Benvenuto fratello, la pace sia con te. Come te chiami?’” e lui,

“Drenzi.”  E qui Ruffino aspettò che il giovanotto gli domandasse anch’egli il nome suo, ma quello zitto. Perciò proseguì:

“E donde vieni, fratello Drenzi?”

“E vengo da Florentia!”

“Florenzia Florentia o lì nel contado?”

“Poco discosto, ma nel contado…”

“Ah, me paréa”, disse Ruffino, che i rustici che si atteggiavano a inurbati li riconosceva a distanza.

“E che tu vole?”

“Volea Francesco lo duce vostro…” Ahiai!, se comincia male, pensò tra sé Ruffino, che a Francesco, a sentire codesta parola, duce, gli si ribolliva il sanguine.

“Lo nostro pastore santo lo trovi nella capanna laggiù… ma forse anche in altro luogo, perché come tu di certo saprai lui può stare lì e insieme là, oppure là in fondo e lassù…” disse Ruffino, indicando sia la capanna, che la selva e il monte, con il massimo della naturalità, perché avvezzo a li miracoli.

“Per la bilocazione?” disse il Drenzi con quella faccina antipatica per darsi un tono di saputo.

“Anche tripla o tetralalocazione, se è per questo… Ma da Francesco cosa tu vole?, di preciso?”

“Volea invitarlo a uno convegno di homini illustri.”  Ahia!, di male in peggio, pensò Ruffino, duce, homini illustri… tutte parole che a lo santo faceano girare li santissimi.

“E dimmi, fiorentino… dove se svolge codesto convegno?”

“Ma in Florentia, certe!, alla Meopolda!”

“Alla tua Polda? E che sarebbe la Polda fratello?”

“No, non la Polda… la Meopolda!, meo non est aggettivo possessivo.”

“Ah, comprendo, la Meopolda tutt’attaccata, come nome di luogo. Mai sentita.”

“Me paro strano, perché gli è famosa… e ce vengano tutti gli li homini di fama lustrissima. Ché io li invito a spiegare alla gente pecora come se fa a avere lustro nelle intraprese che intraprendono gli intraprendinditori, diàmine!”

“I bottegari?” sintetizzò Ruffino

“Anco, ma anco i dediti all’arte della politica, i psicologhi, i pietranzari di ristoro, i religiosi  et cetera… in tutti li campi!, perché quello che vale non è tanto lo campo specifico ma lo spirito d’intrapresa per scendere ne lo campo, per cui uno è imprenditore di se stesso e massimamente performante!”

“Capisco. Quindi dissi bene poc’anzi, i bottegari…” risintetizzò Ruffino. Ma il Drenzi era già partito nel discorso manipolatorio e non prestava ascolto, continuando:

“E siccome Francesco è lo fondatore dell’impresa di voialtri francescani, lui avrà di sicuro uno segreto di riuscita per conquistare lo successo come lo ha conquistato, diho bene? Ecco, lui viene alla Meopolda e racconta come e fece a avere tante pecore che lo seguiro…”

“Pecorelle” precisò divertito Ruffino “pecorelle…”

“Come tu vole, pecorelle.  Ce spiega cioè la sua competenza per diventare duce di cotanto gregge come lui seppe essere…”

“Pecorelle e non duce, ma pastore…” precisò ancora Ruffino.

“Come tu vole… E ora, dopo tanta interrogazione, posso recarme da lo santo?” domandò spazientito Drenzi.

“Come tu vole…” rispose Ruffino facendogli il verso “Io se fossi in te non ci andrei, perché, conoscendolo, credo che a lui, della Tuapolda, non gl’importi un fico secco…”

“Quello dello Vangelo?” chiese il Drenzi per dar da vedere che era anche homo di studio e preparato.

“Macché Vangelo, casomai quello delle nozze…”

“Ah le nozze co’ fi’hi secchi!” disse alla fiorentina il Drenzi, facendo il simpaticone. Sì, aveva proprio una faccia come un culo, non poté fare a meno di constatare ancora Ruffino,

“O’ bravo!” si congratulò, meleggiandolo sempre in toscano.

“Io però sono sicuro che sei in erranza, frate” riprese il Drenzi “Cognosco troppo bene l’indole degli intraprenditori come lo è Francesco, perché anch’io lo sono uno come lui lo è e del resto non partii certo dalla mia Florenzia per nulla. Un ‘tu crederai miha che io e possa fallare? Lo convincerò, stanne certo!

“O bravo! Vai pure in quella capanna là, la prima sulla sinistra, in quella se riposa Cesco lo pastore nostro.”

“Quella laggiue di sterpi e di motiglio?”

“Sono tutte di sterpi e di motiglio… Vai vai…”

“Con chi devo dirgli che ho conferito?”

“Tu digli beeeeeeee, a noi pecore ci chiama tutte così, beeeeee”, scherzò Ruffino.

Ma il Drenzi avea fatto l’ultima domanda tanto per fare, ché in realtà non gli importava di chi aveva di fronte, si chiamasse beeee o altro. Infatti non fece caso allo scherzo, e si avviò tutto baldanzoso verso la povera dimora di Francesco. E Cesco era infatti anche lì, nella capanna.

(séguita con il dialogo tra Drenzi e Cesco)

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