CARTA VENTI E TRE, LABORO E CANTI
A unirci a Francesco fummo li primi, e noi se laborava eccome, perché il nostro Cesco voleva così. Fu di poi la comoda invenzione dell’ordine dei mendicanti, con quelli che vennero dopo, e che non si vergognavano nemmeno di ricevere in compenso o per lemosine lo sterco dello diavolo, li lilleri, e di dormire in case con le mura di pietra, di portare alli piedi li calzari – qualcuno anche i calzarotti di lana pecora e la camiciola – di possedere libri e altri attrezzucci – rasori, tagliaugne, strappa peli d’orecchi e di naso, forcipine e spazzoletti che tenevano nella bisaccia, tra l’atro proibita anch’essa dalla vera regola, e che se ne servivano per apparire, secondo loro, meno indecenti agli occhi degli altri.
Noi cercavamo lavoro ogni giorno, orgogliosi d’essere così precari, che infatti il nostro contratto scadeva la sera stessa e la mattina dopo eravamo a sgobbare da un’altra parte. Chi sapeva mugnere mungeva, c’era chi zappava e dissodava sorella terra, chi segava lo fratello legno, chi accompagnava li maiali nel trogolo eccetera eccetrera, tutti travagli di sgobbo che così era meglio anche per l’esercizio e la tempra corporale e di spirito. E il giorno dopo chi avea fatto lo falegname diventava mungitore, chi bifolco e contadino invece lattaro, chi spalatore di merda vinaio di cantina. Alla fine della giornata quanto avevamo procacciato? Quanto parea a chi ci aveva presi a laborare per i sui interessi, né più né meno: uno pane, una buccia di formaggio, tre cipolle, una patata con i butti che pareva uno muso di gatto baffoluto. Ne eravamo contenti, e se c’era qualcosa di più era per li poveri. Qualcuno insisteva, voleva darci più limosine per sincera pieta, e allora noi dicevamo, sì, ma per li poverelli e li lebbrosi.
A volte lavoravamo uno separato dall’altro, anche parecchio a distanza in contadi diversi, altre però tutti ci si trovava insieme, per esempio per la vendemmia o per il taglio del fieno e de lo grano. Allora era una festa grande, perché, noi di Cesco, in collettivo s’era davvero forti e il travaglio volava via ch’era un piacere. In quei momenti, faccio un esempio, uno cominciava a cantare e via tutti gli altri dietro, e dai oggi dai domani, avevamo composto anche alcuni canti che ci tenevano caldi il cuore e ci allietavano l’animo. Ne porto a esempio uno paro, di fattura semplice, adatti all’ascolto d’ogni popolano, anche molto rustico, e facilmente cantabili perfino da li stonati.
Una canzonetta la iniziavano a cantare Gonzago e Pacifico, e facevano i buffi, perché Pacifico se metteva lunghi fili d’erba intra lo scalpo della coccia irsuta e fingea d’esser foemina e Gonzago suo sposo, e piano piano, anco ballettando, cominciavano cussì:
Felicità
è un cuscino di spine, l’acqua del fiume
che passa e che va
la felicità
è la pioggia che scende dentro le tende
la felicità, felicità
è abbassare la voce per fare pace
E poi partivamo tutti insieme, con Francesco che dirigeva tipo maestro:
Felicità
è un ditalo di vino con un crostino
la felicità
è frugare al più presto nel cassonetto
la felicità
felicità
E a questa strofa che qui sopra ho riportato, per non incorrere in fraintendimenti per il fratello lettore, alla parola crostino io metto nota, in quanto lo crostino che intendevamo noi era piccola crostarella di pan secco, cioè crosticino, e non crostino alla toscana con fegatino di pollo o burro e filetto d’acciuga e cappero, che questi li mangiano li signori e non noi poverelli. E già che ci sono specifico anche che lo ditalo non è da intendersi metaforico, nel senso di dammi uno dito di vino, ma uno ditalo proprio di sarto, quello che fa da cappuccio allo dito durante la cucitura con l’agone. Tanto per essere chiari. Quella di Gonzalo e Pacifico era canzone di piena letizia.
Non cussì quella di Fumino, che invece avea inventato una canzonetta più ironica, e un tanto anco polemica come lo suo caratteraccio; però bella, che ci piaceva perché trattava dell’esperienza nostra, e che noi si rendeva oltremodo scherzosa e leggera con i nostri lazzi. Lui attaccava così:
Tu sei buono e ti tirano le pietre .
Pupùm pupùm
Sei più buono e ti tirano le pietre
Pupùm pupùm
Qualunque cosa fai,
dovunque te ne vai,
tu sempre pietre in faccia prenderai .
E poi s’attaccava tutti insieme, e dài:
Tu sei povero e ti tirano le pietre,
sei più povero e ti tirano le pietre ,
pupùm pupùm.
Al mondo non c’è mai,
qualcosa che gli va
e pietre prenderai senza pietà!
pupùm pupùm
pupùm pupùm.
Sarà così finché morrai
finché morrai sarà così
pupùm pupùm.
Ecco, a me dispiace che io Leone scrivo con inchiostro nero e che le mie parole tanto misere non sanno farsi musica come li nostri canti di allora, e non soltanto musica di voce e cori, ma anche ballo, e movenze, e piedi che battono lo tempo e braccia al cielo levate nella gioia. Perché, fratello lettore, succedeva questo, che nel bel mezzo metti di una potatura uno partiva e subito dietro l’altri, in coreografie certo maldestre ma assai dilettevoli e gioiose. Guarda che ti dico: che insieme a noi parevano cantare e ballare anche le foglie degli arbori, i fiori, le erbe, li grilli, li topi e gli uccelli, con una sola differenza: che noialtri a un certo punto se smettea per riprende lo sgobbo come fanno li homini, mentre loro, creaturine di dio, continuavano e continuavano per tutto lo giorno. E Francesco ci dicea: “Verrà il tempo che anche noi come loro faremo, e viveremo in pace e letizia, e allegria e in grande gudio senza tempo finire”. E il nostro cuore si facea lieto anco ne lo grande sudore di corpo.