CARTA DIECI E OTTO BIS, ANCORA CRITICANZE
“Come? Dovrei rivergare daccapo?”
“Mica abbiamo detto questo, fratello Leone. Quel che hai scritto è vero e bello, gli accadimenti sono essi, però, come dire, un po’ qua e un po’ là, non si comprende quando è il prima e quando il poi… Manca lo filo grosso che li tenga.”
“Dice bene fratello Ruffino, gli è come scucito, senza filo…” s’intromise anche Gonzago.
“Anch’io aveo da dirlo in cotal senso come voialtri due, Gonzago, perché una vita parte da quando uno nasce e poi cresce e poi more, e anco quel che gli succede segue l’ordine di tutte le cose mortali. Quivi ‘nvece non c’è una fabula che prenda uno logico ragionare sull’andazzo, gli è uno scrivere un po’ sparpagliato…” commentò Pacifico.
E Cattani: “Verissimo! Vedi Leone, tu non indossi in toto li panni dello fratello lettore, che legge e si diverte, forse, ma che ci chiappa? Qual è lo senso della storia della vita dello santissimo? Tu sei ito a destra e a manca, e noi che c’eravamo possiamo anco raccapezzarci, ma queste parole hanno da durare seculi e seculi per la testimonianza dello messaggio di Cesco… e gli altri di doppo come faranno?”
“E poi ce sono pochi di miracoli” volle aggiungere Egidio, il nostro Zolla.
“Ahò!, ma che semo tutti professoroni qui! Se volete rivergare rivergate voialtri, io non rivergo proprio nulla!” mi avevano fatto girare davvero lo boccino, con tutte quelle criticanze….
“Ma dài, Leone, acquietati… mica t’abbiamo detto che scrivi malo… Era un’opinione bonaria la nostra…” minimizzò Pacifico.
“Manca lo filo grosso!, è scucito!, sparpagliato!, va a destra e a manca!” feci riassunto delle criticanze restituendole una per una a li critici che le avevano profferite. “E poi sempre con la solita solfa dei miracoli! Ce l’ho messi i miracoli, quanti ne volete di miracoli?”
“Ora mi par che esageri, te la prendi per malo di pareri amicali, anzi, di opinioni più che ragionevoli di fratelli in letizia… “ ribattè i’l’ Catto “E poi, Leone, lo sappiamo e te ne diamo grande merito, ti sei sforzato con tutto te stesso, hai saputo cimentarti in un’arte difficile qual è la vergatura… mica sei uno professionista come, che so? Tommaso da Celano o Carofoglio o addirittura Bariccus…”
“E allora rivolgetevi a Bariccus!”, e lo dissi con bocio perché avevo perso la santa pazienza.
“E via, Leone, che t’avremo criticato mai! Me pari frate Fumino me pari, sia benedetto lui! E poi se pole risolve… mica hai da rivergare tutto…”
“Ah no? E dimmelo te che sei così bono a fare, Ruffino… Com’è che la risolvo questa cosa del filo? Eh? Com’è?” e lo domandai senza bocio, ma con indisponenzia.
“Facilo: tu tagli tutti li pezzi, no? E poi li metti in ordo, come le foglie dello ramo, dove lo ramo è il tempo, dal cominciamento alla fine, me comprendi? Prima il pezzo che viene prima e poi il pezzo che arriva poi, in ordo temporalis. Però mica li metti tutte appicìcche, le foglie… lasci uno poco di voto sullo ramo per aggiungnere di poi le altre foglie, cioè le carte, che verranno dalle prossime vergature. Così quando ne hai vergata una, ti dici: “Donde va? Facilo, intra questa e questa! E così procedi senza turbative, preciso… e, Madonna santissima sempre sia lodata, allora si capisce tutti!”
“Ah sì? E fammi un po’ un esempio dell’andazzo…” mi stavo davvero arrabbiando di brutto.
“Io ho compreso quello che dice Ruffino”, intervenne Cattaneo, “Provo a farlo io l’exemplum?”
“Sicuro! Accomodati!” esclamai sarcastico.
“Allora. Niente da dire sul cominciamento della Carta Prima, è perfetto!” provò a lusingarmi Catto volpino. “Ché infatti lo titolo è “A mostrare lo intento dell’opera mea”, come a dire a fratello lettore, prima di procedere te spiego qualcosina perché siamo proprio all’inizio… bello chiaro, e lui capisce… Tagli il primo pezzo e lo metti in fondo proprio in fondo al ramo…”
“Casomai in cima”, diss’io fortemente critico, “siamo a lo cominciamento, no?”
“Vero anche codesto… sebbene tu trascura che li rami crescono dallo basso allo alto” obiettò, antipatico il Catto, ma una qualche ragione ce l’avea…
“Però la secunda foglia subito appicciata…”
“Cioè? Cominciamento in medias res?” diss’io, che conoscevo lo mio scritto a menadito e mi sentivo come se mi passasse addosso uno ferro arrovellato.
“Sì, quella carta… tu fai partire la storia del santissimo Francesco da quando siamo già tutti insieme, fratello Leone mio…”
“Certo, in medias res appunto!” precisai per giustificare la mia scelta d’intreccio.
“In medias res… vorrai dire piuttosto in mezzo ai peti!”
E qui scoppiò una botta d’allegria così generale che guarda che ti dico, fratello lettore mio, nonostante l’incazzaggio che mi montava me sentii travolgere dalle risate di fori e di dentro, incontinente. Quella cosa delle trombe di culo io mica l’avevo considerata… Aveva ragione i’Catto, Francesco entrava in scena e io lo presentavo alla sacra Porziuncola con un’atmosfera spetazzata, e non solo, ci mettevo subito anche la pulcherrima santa Chiara con le chiappette strinte… Per me e per noi era naturale, perché tutto vero. Ma come l’avrebbasi presa uno lettore ignaro dei nostri usi? E allora bastò quell’esempio per giugnere a uno bono e armonioso compromesso. Io Leone avrei scritto come me parea, perché di meglio non so di certo fare e le cose mi vengono così come mi vengono, la mia mente non è bona a tener dietro allo filo grosso dell’ordine temporale… E invece i’ Catto, che è homo dotto e preciso e anco uno tantino pignolasco, avrebbe messo le mie foglie sullo ramo, e a beneficio della narrazio lineare fatto cioè lo revisore o lo editor, come lo chiamano in Bretagna. Così tutti contenti, noi e li posteri che tu sei, fratello lettore mio. E comunque, che me ne frega a me di Carofoglio o Bariccus… io sono Leone, e scrivo come mangio e come vivo, basta che dica lo vero, comprese quelle trombe di culo a cui sono adusati anche i professoroni di criticanza… e amen!