CARTA VENTICINQUA, DIALOGO TRA DRENZI E FRANCESCO A USO DEGLI INTRAPRENDITORI
Lo ascoltava da mezz’ora, questo Drenzi, che appena era entrato nella capanna, il santo non avea potuto fare a meno di accorgersi che una faccia a culo come quella risplendea anche nella penombra. Il gallettino, tutto compunto e tutto finto, avea principiato col dichiarare che venia dal conferire con “Beeeee, una delle pe’ore di voi illustrissimo duce” e in una sola frase di cinque parole era riuscito a indispettirlo per cinque volte. Poi parlò della sua città, Florentia, di cui avea avuto lo governo, pare, grazie agli homini e le donne che lo elessero come reggitore, in virtù delle sue doti personali, dialettiche, di simpatia e di grande comunicatore e soprattutto per lo contributo degli usurarai e d’un partito di locchi e pitocchi risaliti. Dunque, avea aggiunto, avea poc’altro da aggiungere sapendo a chi si rivolgea e chi avea di fronte – cioè Francesco – anch’egli grandissimo duce di pecore e pecoroni – aahia! – “che fra noi ci s’intende” – e fece anco per dargli di gomito – e che appositamente venia dalla spettacolare capitale tuscia per invitarlo a una certa sua Polda, e che lo avrebbe fatto esibire sul palco mettendolo in scaletta insieme Massimus Rincalcati, Oscare Bruscoletti, Maria Elena Selva e Debbora Sarracchiana, tutti homini e tutte foemine lustri e lustre, “non so se me spiego”. E che s’era informato, disse, che sapea che suo padre era Pietro di Bernardone e che lui avea dimestichezza anche con li homini di cotanta sostanza di quattrini e che la sua Polda gli serviva appunto per tutelarne gli interessi e fare in modo che le pecore avessero qualcosa con cui distrarsi di culturale – “po’eracce!” – qualcosa da raccontarsi a casa mentre continuavano a impecorirsi, produrre e ubbidire, anch’esse massimamente performanti, e che dopo il grande evento della sua Polda lui e “Sua Santità” – ahia! – avrebbero di sicuro organizzato qualcosa insieme, perché loro due si assomigliavano – e qui disse anco che sebbene non avesse mai ammansito uno lupo lui era stato lupetto – e che avrebbero portato a raccolta uno grandissimo gregge di pecore perché prosperassero, almeno quelle già più grasse – e qui strizzò l’occhio – e che infine tutto questo si chiamava libero mercato e iniziativa all’intrapresa e gloria in Dio nell’alto dei Cieli!
“E i poveri?” domandò non appena riuscì a introdursi in così troppe e fitte parole Francesco.
“I po’eri? Ma dài duce santo… tu e io in fondo lo sappiamo bene come vanno da sempre le cose del mondo. Ma a noi, dài, che ce ne frega delli po’eri!” e qui sfoderò quel suo sorriso ebete ma ugualmente carognino di vorpe.
“Campanoooooo” gridò senza scomporsi Cesco.
“O non li chiami tutti Beeeeee? Chi è ‘sto Campano?” fece il Drenzi.
Ma Francesco non gli rispose, perché fratello Campano era già lì.
Disse il santo: “Sai chi è questo, Campano? Gli è nientepopodimo che il Drenzi… lo vedi che simpaticone? Ma te pare uno sorriso de gioia, il suo? Non trovi che invece somiglia alla mimica del gabbatore? Tu guarda di riaccompagnallo per un bel pezzo sulla via della sua Florentia, e fai ammodino, ogni dieci pertiche uno puntone. Convincilo fino a piegarlo alla gioia del cuore, e, mi raccomando, sii performante come tu sai.
Fratello Campano fece un sorriso che invece il suo era colmo di letizia. Poi si rivolse al Drenzi, e anche se il giovanotto, con quell’aria da babbaleo, stentava ancora a capire, gli ordinò: “Vien con me, faccia di culo!”. E si avviarono insieme per la mano in direzione di Florentia, in pace et puntoni.