Cesco Francesco (20)

CARTA VENTIS E UNA, LA BORSA

C’eravamo sposti verso Bagnoregio, io e Ruffino, e si stea di ritorno per li borghi de nostra provenienza che a un certo punto, nel limitare di una selva, presso uno fusto de grande albero querciarolo, che te sborniamo? Una borsa, che quanno fummo lì davanti parve senz’altro no vota ma regonfia alquanto. Ora, come ben sapevamo, la nostra regula c’imponeva che niuna borsa ce dovesse appartenere, a noi poverelli, se non quella sotto li oculi che denota  una via di mortificazione carnale, per lo sonno e la fatica, o per lo pianto copioso, cose sempre lodevoli come segni di una meritoria mortificazione del corpaccio. Ma le borse, intendendo con esto termine i contenitori de roba di proprietà, niuna!, non ce reguardavano neanche per i scherzo!, perché la roba serbata per i giorni a venire in accumulo contraddice l’affidamento alla divina provvidenza – “Che te serbi?”, dicea infatti Cesco, “Dio te provvederà lui dell’abbisogno di domani!” C’era però un problema, che fratello Ruffino sempre se rivelava curioso come scimmia d’Affrica, uno carattere che c’era nato e mai riuscì a mitigare.

“Cossa ce sarà drentro?” se ne venne infatti subito fori.

“Ce reguarda?” respuosi io alzando lo ciglio per mostrare indifferenza.

“Mica la prendemo, noi guardiamo e la rilasciamo lì a giacere…” si giustificò la scimmia.

“E dunque? Se la rilasci a che pro’ tu guardi? Nun sai che noialtri le borse non se pole nemmeno toccarle?”

“Mica l’è borsa, quella… l’è grande fonda!” e qui metto nota, per lo fratello lettore inesperto di pelletteria, essendo borsa quella dello homo che se la porta con sé per lo viaggio o invece pe tenerne insieme corbellerie, come usa la foemina, mentre la fonda è borsone da cavallo o asino o mulo, che l’animale se carca de lato con bretellone de cuoio.

“È uguaglio…” diss’io sicuro di me stesso “Borsa o grossa fonda non cambia la sostanza del discorso, est poibita”.

“Però che so… magare drentro c’è lo nome de proprietario e noi facemo atto caritatevole a riportargliela alla casa…”

“Allora ce dovrebbe esse anche lo luogo di residenza dello proprietario… che se metti ci trovi scritto Romualdo o Gaetanus, tu sai una sega di chi sono essi…” cercavo di dissuadere lo indagatore.

“Io un Gaetanus lo cognosco…” la scimmia, se scimmia è, nun la convinci. “O forse la fonda la ricolmano cibarie deperibili”, continuò ipotetica e ragionativa, “e dunque viene sprecato tutto lo ben di Dio, che invece potrebbe dare conforto non dico a noialtri, che ce siamo cibati or ora d’una sorba e d’una radice e che semo sazi, ma per li poveri lebbrosi, che niuno nutrisce e se dolgono anche ne lo stomico rugliante…”

“Allora tu non vole solo guardare, ma anche prendere!” diss’io già de pazienza orbo.

“Prendere con noi, ma per li lebbrosi, non è impossessarsi di proprietà, ma tradurla a li aggravati dal bisogno” e qui in effetti Ruffino avea ragione, meglio che lasciar marcire lo cibo era che se ne nutrissero li lebbrosi. Però provai ancora a far recedere l’insistente:

“E se poi ripassa chi la perse e non la trova più perché noi l’abbiam porta con noi?” e vediamo come me risponde pensai, che anche il mio di Leone me sembrava ragionamento ben forbito.

“Significherà cha abbiam costretto a buona azione uno homo, che da ego-proprietario diventa umile donatore…”

“E come lo metti il libero arbitrio? Tu stesso dici costringere, e te sembra ch’esso, nell’essere obbligato, faccia una buona azione? Per forza non se fece mai nemmen l’aceto” mi venne in mente questo vieto proverbio popolano,  “figurarsi se col forzare se possono fare li buoni!”

“E se poi passano altri? Per esempio uno ladrone vero?, di quelli che vagolano intorno alli boschi?,  uno brigante?, o uno islamico?, o un ebreaccio sanguisuga di lilleri a strozzo? Se la prendono loro, la fonda, e i lebbrosi se ciucciano un’altra volta li diti!” Anche questo era vero. Ma s’era trasformata in una questione de principio, e non demordetti ancora.

“E la divina provvidenza? Spiegami questo, Ruffino, com’è che l’Altissimo fa sborniare una borsa…”

“Una fonda”, specificò il cavilloso.

“Sì, una fonda o una borsa… insomma, l’Altissimo ce la fa trovare proprio a noi due che non la potemo neanche toccare… Non sarà una prova a cui ce sottopone per assicurarsi della nostra bontade de animo e ubbidienza alla regula?”

“Tu, frate Leone, pensi che Dio faccia d’esti trucchetti? A noi altre pecorelle dello santissimo pastore? E a che pro? Dio ce ama!”

“Lo so fratello Ruffino, che ce ama… ma in fondo chi siamo noi per esserne così sicuri? Non vorrai disquisire sugli intendimenti de Nostro Signore!”

“E mamma mia… che sarà mai per una sbirciatina! Mica facciamo peccato mortale, in fondo è un borsame de pelle, lo toccamo e via… mica se tratta de diabolica foemmina!”

Ruffino non cedeva di un’unghia, e io non ne potevo più di affrontare discorsi dottrinari, ché ora avrei dovuto comparare lo malo della proprietà allo malo della foemina, e poi delli peccati di poco e dei mortali e insomma… in fin dei conti forse diceva bene Ruffino, mica dobbiamo spegnere la nostra curiosità… e del resto anche li miracoli a volte si mostrano a chi ha uno poco di ardimento, mica siemo davvero pecoroni… Quindi conclusi con una risata:

“Mi hai davvero sfinito, cara la mia sorella scimmia curiosa… Vuoi vedere cosa c’è là drentro? E sia, guardaci!”

Ruffino non se lo fece ripetere due volte, e tale a un bambino birba parea ridesse dentro de sé come a dire: “Visto, te l’ho fatta!”

E qui, lettore, voglio che tu rifletta bene su questo episodio che mi appresto a concludere, perché forse c’è ammaestramento. Dalla borsa non usciro né denari, ne cibarie, né carabattole di donna vanesia, né armi, o libri, o vestiario per cambio, o che so?, uno papiro vetusto con mappa del tesoro, o uno strumento de lavoro o de la musica… Con grandi schizzi invece ne usciro  numero quattro serpentacci  lunghi come non credevo n’esistessero e s’avvoltiedero con sbocchi di soffione alle magre gambe nude dello povero Ruffino, che manca poco ce restò secco di grande turbativa allo core!  Donde venìano li mostri?, che parevano di quei serpenti come se ne vedono solo nell’assolatissimo deserto e fossero infine liberati da lunghissima costrizione… Erano li serpi de lo diavolo? Oppure l’allegoria bestiale d’una curiosità malriposta? Li fecero forse sorgere lo pensiero di poc’anzi sulla malevola foemmina? Non lo sapremo mai, perché come li serponi apparvero, dopo aver serpentinato lo fratello meo, repente sparvero nella boscaglia con gran fragore di fogliame, simile a squadra compatta uno de fianco all’altro. E noi certo non li corremmo dietro per chiedere spiegazione, ma anzi, io dovetti far bevere sorella acqua allo sventurato Ruffino, sbianco come uno lenzolo di lavato fresco anche se non altrettanto improfumato. Le vie del Signore sono infinite.

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