In quello che scrivo, il più delle volte, si legge in maniera chiara il mio detestare una certa tipologia di persone o anche delle persone facilmente riconoscibili se non addirittura con nome e cognome. Sì, detesto fino a disprezzare. Immagino che alcuni dei miei pochi lettori lo considerino un atteggiamento eccessivo e arrogante fino all’offesa, volgare – insomma, un troppo di cattivo gusto che manifesta un tratto sgradevole della mia vera natura, “Chi si crederà d’essere?”. Dietrich Bonhoeffer confessa: “Il rischio di lasciarci spingere al disprezzo degli uomini è molto grande”. Lui la considera una forte tentazione che però, anche non tenendo conto che non ne abbiamo il diritto, se assecondata porterebbe a effetti controproducenti: oltre a cadere “nello stesso errore dei nostri avversari”, non si potrà infatti mai ottenere nulla dall’uomo che disprezziamo. E poi non bisogna nascondersi che “niente di ciò che disprezziamo negli altri ci è completamente estraneo”.
Dovrei tener conto di queste parole, senza dimenticarmene, arrivare a un modo di sentire e dunque di scrivere che, come dice ancora Bonhoeffer, impari “a valutare gli uomini più per quello che soffrono che per quello che fanno o non fanno”, cioè indurmi a riflettere “sulla debolezza dell’uomo” che ovviamente comprende anche la mia. Soltanto così infatti si realizza quello che è l’“unico rapporto fruttuoso con gli uomini – e specialmente con i deboli – cioè la volontà di mantenere la comunicazione con loro”, che Bonhoeffer definisce semplicemente “amore”.
Rimane però una rabbia divorante, come può risultare possibile non disprezzare certa gente perché, al contrario, tu la ami? Non sei un cristiano, non eviti il giudizio, non porgi l’altra guancia, ti rimane difficile perfino perdonare. E per di più, sarà poi vero che quegli uomini soffrono? O piuttosto fanno soffrire gli altri? E anche quest’idea che chi fa soffrire un altro è perché prima di tutto soffre lui stesso… non è una considerazione intrisa di cristianesimo a buon mercato?
Resta però la verità di alcune parole già citate: “Niente di ciò che disprezziamo negli altri ci è completamente estraneo”. Impossibile da negare, come uomini non siamo mai sicuri di noi stessi e delle nostre possibilità di fare e disfare, anche quelle più deleterie. Ci assomigliamo tutti. E allora? Non sta proprio qui la ragione per cui è doveroso giudicare gli uomini per ciò che fanno e non fanno e non per quello che sono in potenza o peggio ancora in impotenza? Che cosa significa accampare continuamente le ragioni del nostro soffrire? O della nostra fragilità? Non è un altro modo di tirare in ballo l’eterno vittimismo? Non è ancora una volta l’elogio della vittima spacciato per rispetto dell’umanità?
Immagina il samaritano lungo la via. Si ferma sul sofferente, non si domanda chi è e che cosa è successo, a quanto risulta non gli chiede nemmeno di raccontare la sua storia. Si ferma e lo soccorre. Non è detto che lo ami, semplicemente se ne prende cura. Ma se invece sapesse che si tratta di un assassino? Uno che magari ha ucciso dei bambini dilaniandoli con le bombe o conducendoli per mano a morire di fame? E se quelli che l’hanno ridotto in fin di vita non fossero stati dei briganti, ma addirittura angeli che si sono assunti la responsabilità di abbandonarlo lì affinché soffrisse ancora di più per i suoi crimini? In questo caso il samaritano farebbe bene a fermarsi? Tu, sinceramente, te la sentiresti di utilizzare una sola goccia del tuo aceto o una benda per lui? Come? Non esistono angeli così cattivi? Tu pensi che si possa perdonare proprio tutto?
Dici: “Ma dai, il samaritano è un caso limite, hai parlato di angeli, di assassini, e non è questo il punto. Alcuni dei tuoi giudizi, in ciò che scrivi, risultano così malevoli! Sputi sentenze che vogliono essere definitorie con una grossolanità talmente superficiale che non possono scaturire che dal risentimento. Che male potrà averti mai fatto un cantante? O un politico? O un imprenditore… addirittura una poetessa, uno scrittore di gialli, un regista. Alla tua età, con questo astio e disprezzo adolescenziale diventi addirittura ridicolo, te ne rendi conto? Ma chi è che può andar bene a uno come te? E poi tutto quel moralismo dispensato con una capacità argomentativa inconsistente, che supponenza! Che pletora! Hai costruito quest’immagine di te stesso, ti credi originale, diverso, ma non sei che uno dei tanti leoni da tastiera. Fossi almeno titolato, per tanta acredine, potessi far valere delle competenze professionali certificate da uno straccio di laurea universitaria – macché, ti agiti, urli e sbraiti e non sei nessuno, sei soltanto un peto nel rumore di fondo. Che ti leggerò a fare poi…”
Ma intanto sei qui, uno o una in mezzo a pochi. E io continuo a esagerare, a esagerarmi, a portare al quadrato il mio ridicolo. Mi espongo con il culo di fuori, ti rifornisco di quello che non chiedi, ti tengo con le mie parole educandoti al disprezzo di me nello stesso momento in cui prendi le difese di chi disprezzo. E tu stesso mi critichi fino all’offesa, anche se non hai ancora capito la vera regola del gioco – ché infatti per adesso non puoi comprendere che una minima parte della poesia. Ma intanto sei sulla via giusta, e le parole che scrivo ti educano a male parole, sebbene tu non lo sappia. Sono io il tuo prossimo.