Cose da stupidi, nella sua vita, le ha fatte anche il signor Itchek, non c’è alcun dubbio. Ma forse sarebbe meglio utilizzare il singolare e dire cose “da stupido”, perché il signor Itchek pensa che perfino la stupidità, nel suo caso, abbia una forte connotazione personalizzata. Oppure, per essere più precisi, la formulazione potrebbe essere questa: anche il signor Itchek, nella sua vita, ha fatto sia cose da stupidi che da stupido. Senza considerare che la stupidità, con gli anni e le stagioni, varia, sia quella collettiva degli stupidi sia quella più individuale e caratteriale dello stupido. La questione si fa dunque complessa.
Quando si affronta il tema della stupidità viene subito in mente “Allegro ma non troppo” dello storico Carlo M. Cipolla, pubblicato dalla casa editrice Il Mulino nel 1988. Libriccino preziosissimo, che ha avuto e ha tutt’ora un gran successo. Cipolla vi elenca le cinque leggi fondamentali, fra le quali la più famosa è la terza, definita addirittura “aurea”: “una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita”. La conseguenza logica che deriva immediatamente dalle limpide asserzioni di Cipolla è che uno stupido è senz’altro più pericoloso di un bandito. Ché infatti, aiutandosi con un grafico, lo storico riesce a distinguere nel genere umano quattro tipologie di individui:
- Intelligenti, cioè coloro che fanno il proprio vantaggio e quello degli altri
- Sprovveduti: danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri
- Stupidi: danneggiano gli altri senza avvantaggiare sé stessi o danneggiandosi
- Banditi: danneggiano gli altri per trarne vantaggio
Quella della stupidità, così, nel vasto mare del genere umano è la categoria più pericolosa. Tutto molto simpatico e divertente. E infatti il libriccino di Carlo M. Cipolla – dove tra l’altro “M.” non sta né per Mario né per Marco né per Maria… sta infatti per niente ed è un’invenzione dell’autore – ha venduto più di 350.000 copie ed è stato tradotto in almeno 13 lingue. Eppure il titolo del libro ci vuole mettere sull’avviso. Perché sì, è “allegro”… “ma non toppo”.
Il signor Itchek ha quasi la certezza che Cipolla abbia infatti preso ispirazione da un autore che anche lui ha tirato in ballo la deleteria stupidità come argomento di riflessione, ma con toni assai meno scherzosi: Dietrich Bonhoeffer, il teologo e pastore protestante tedesco, protagonista della resistenza al Nazismo. La sua è una storia molto triste: imprigionato nell’aprile del 1943 fu condannato a morte con un processo farsa e impiccato due anni dopo nel campo di concentramento di Flossenbürg, pochi giorni prima della fine della guerra. Di lui sono rimasti libri fondamentali e un rilevante corpus di lettere, ma ciò a cui pensa in particolare il signor Itchek si trova in uno scritto che Bonhoeffer regalò a tre amici nel Natale del 1942 e che ha per titolo “Dieci anni dopo”. Si tratta di un bilancio del precedente decennio hitleriano, dove, in poche pagine, si mettono in chiaro le ragioni che guidavano la cospirazione di Bonhoeffer e dei suoi amici contro Hitler. Le parole del filosofo morale e teologo, qui, sono gioielli che andrebbero indossati quotidianamente, pensa il signor Itchek – tutte, tutte queste parole dovrebbero essere mandate a memoria. Ma poi si concentra sulle tre pagine del paragrafetto intitolato “Della stupidità”. Si ripete mentalmente alcune citazioni: “Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare … è possibile opporsi. Ma contro la stupidità non abbiamo difese… le motivazioni non servono a niente. Lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa all’attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio.” E poi, ecco la considerazione nello stesso tempo più lucida e più sgomenta: “Non tenteremo mai più di persuadere con argomentazioni lo stupido: è una cosa senza senso e pericolosa”. Non c’è davvero da stare allegri. Ma non è finita qui. Bonhoeffer infatti non si ferma dove si fermerà invece Cipolla, cioè al pericolo che gli stupidi rappresentano per sé stessi e per gli altri. Lui ci racconta anche perché uno stupido diventa tale. Di nuovo il signor Itchek attiva la memoria: “Si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali – il signor Itchek sottolinea mentalmente quest’ultimo passaggio, “in determinate circostanze gli uomini si lasciano rendere stupidi”. Non solo: chi conduce vita solitaria diventa stupido molto più raramente, e questo porta a pensare che “Perciò la stupidità è un problema sociologico più che psicologico”, un “difetto più presente in uomini o gruppi che inclinano o sono costretti a vivere in compagnia – e anche questo, il signor Itchek, lo ripassa con l’evidenziatore fucsia della mente. Ma ancora non basta: la domanda è, perché ci si lascia trasformare in stupidi? Bonhoeffer parte dall’osservazione e constata che “qualsiasi ostentazione di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. … sotto la schiacciante impressione prodotta dall’ostentazione di potenza, l’uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia così ad assumere un atteggiamento personale… parlando con lo stupido, ci si accorge addirittura che non si ha a che fare con lui, con lui personalmente, ma con slogan, motti ecc. da cui egli è dominato. È ammaliato, accecato, vittima di un abuso… vittima di una profanazione diabolica”. Così, ed ecco un altro punto terribile, “trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale”. Direi che siamo avvertiti, riflette il signor Itchek, e dopo quest’analisi teorica che inquadra a sufficienza l’argomento, entra in scena il fattore scatenante.
Perché il signor Itchek, oggi, ha visto un video pubblicato su Facebook che lo ha davvero indispettito, tanto per usare un eufemismo. Cioè ha visto quella roba e si è ritrovato incazzatissimo. Oggi è il 15 agosto del 2026, cioè Ferragosto, giornata in cui nelle località non turistiche è difficile anche trovare un bar aperto per prendere un caffè. La gente infatti si sposta in massa, e dove va? Per saperlo è sufficiente visitare uno dei luoghi turistici più frequentati, sebbene virtuale e fuori moda, proprio il vecchio Facebook. Perché lì la gente posta video e fotografie della sua scelta vacanziera in tempo reale, a volte in maniera così insistita che uno si domanda se in fondo il vero senso della vacanza sia quel servizio fotografico. Ormai anche questa, però, è una riflessione fritta e rifritta, e merita passare oltre. Insomma, tra tutti quei video che volevano convincerti che per vivere l’esperienza dell’Ascensione della Madonna non si poteva scegliere posto migliore, il signor Itchek ha visto apparire sullo schermo il nome di una spiaggia che per lui ha rappresentato una sorta di luogo dell’anima, così importante che, come per l’amata, ha perfino paura di pronunciarlo perché qualcuno potrebbe impossessarsene. Ma ciò che vedeva era molto di più: su quella spiaggia si agitava un vero e proprio verminaio di corpi, tanto che non ha pensato alla solita trita metafora delle sardine in scatola ma, più realisticamente, alle larve di mosca carnaria dentro la sua sacca da pesca. Giovani che ballavano su una musica a palla nel bollente pomeriggio, già evidentemente imbirrati e quasi tutti muniti di smartphone con cui immortalarsi di selfie. Ballavano… diciamo che erano talmente appiccicati che sobbalzavano sul posto strusciandosi ai vicini di culo. Tra cui, ovviamente, l’operatore, che poi aveva pensato bene di postare quel video a certificazione dell’entusiasmo e dello sfrenato divertimento. Invece… invece era l’agosto 1981 e il signor Itchek, che a quel tempo era ancora semplicemente Guglielmo Mannucci, diplomato da pochi giorni aveva raggiunto proprio quella spiaggia con zaino e sacco a pelo, vivendoci soltanto di mare, sole e luna per quasi una settimana. Con lui la sua ragazza, e poi donna e poi moglie, e un’altra coppia. Erano arrivati lì, sull’isola, utilizzando prima il treno, poi il traghetto e il bus. Sì, non è che fosse la spiaggia di Robinson, all’altra estremità del golfo c’era addirittura un bar dove la mattina veniva consumata una colazione con cappuccino e bomba alla crema, che sostanzialmente diventava il pranzo del giorno. Ma poi si ritornava a vivere di quasi-niente di fronte al mare, chiacchierando, facendo il bagno, scegliendo un luogo appartato per i bisogni, pescando, leggiucchiando, mettendosi maschera e cannello ecc. ecc. Insieme a loro c’erano altri corpi, sì, ma erano un numero limitato, arrivavano e se ne andavano, i veri abitatori della spiaggia erano loro quattro. Si ricorda una splendida nuotata alle sei del mattino ed altre cose splendide che un signore tiene per sé, ma che di sicuro non assomigliavano in nulla allo spettacolo a cui era invitato ad assistere nel video di Facebook. Non che ci fosse qualcosa di veramente ripugnante, nel video, ma in qualche modo quella tribalità consumistica la sentiva come offensiva. Tanto che non ha potuto fare a meno di constatare che una marea montante di stupidità stava pesticciando a morte la “sua” spiaggia, non solo quella di ora, ma soprattutto il luogo dove aveva messo radice il suo ricordo. Sì, volgarità, arroganza e assenza di vergogna della più cristallina e apparentemente innocua stupidità umana.
Certo, si può risolvere il tutto con l’analisi più scontata e banale: il signor Itchek è semplicemente vecchio, non comprende le ragioni e soprattutto le sensazioni dei giovani, non ha mai saputo divertirsi e figurarsi adesso, sulla soglia dell’anzianità ufficiale. Si può dire sicuramente che anche lui è stato stupido – e questo lo ammette senza esitazione – e stupido sia della stupidità più personale che di un tipo di stupidità collettiva, lo ha già confessato. Eppure questo non toglie che in quel video ci fosse qualcosa d’indecente, di osceno, di talmente banale che questo tipo di banalità non può essere che quella del male. Bonhoeffer scriveva appunto così: lo stupido è vittima di una profanazione diabolica, lo stupido, per il bene, è più pericoloso del malvagio, per quanto non sappia riconoscere la propria malvagità. Fanno una gran pena, questi cosiddetti giovani. Si agitano senza agire, ballano l’entusiasmo della disperazione nel flusso del carnaio, del verminaio. A quale potere s’inchinino il signor Itchek non lo dice, lo lascia immaginare, ai tempi di Bonhoeffer c’era Hitler, oggi forse ce n’è più di uno anche se si spaccia per qualcosa d’altro. Magari in quella massa di carne che sobbalza alla pompa della musica c’è anche qualcuno che preferirebbe vivere sulla spiaggia del 1981, chissà. Ma il signor Itchek gli consiglierebbe che per riconoscersi e farsi riconoscere da altri come lui sarebbe preferibile e più opportuno scegliere un altro posto, e che non avesse così paura della solitudine, che cercasse di non anestetizzare la disperazione e anzi comprendesse che il disagio non va subito ammazzato con pessimi rimedi. Ma pensa anche che se lui, alla ricerca di un raro ascolto, potesse urlare queste cose in mezzo alla musica… la risposta più probabile sarebbe: “Che cazzo vuoi, vecchio rincoglionito?”.
Eppure Bonhoeffer, una via per uscire dalla stupidità cerca di mostrarcela, ed è molto simile al primo viottolo che il signor Itchek ha cominciato a seguire proprio da quella spiaggia lì, nel 1981, quando iniziò a ragionare diversamente. Questa volta il signor Itchek non si fida della memoria, e va a ricercare il libro. Ecco qui la pagina. Ascoltami giovane, leggo a voce alta per te: “La stupidità non potrà essere vinta impartendo degli insegnamenti, ma solo da un atto di liberazione. Ci si dovrà rassegnare al fatto che nella maggioranza dei casi un’autentica liberazione interiore è possibile solo dopo esser stata preceduta dalla liberazione esteriore; fino a quel momento, dovremo rinunciare a ogni tentativo di convincere lo stupido”. E poi ecco un’altra parte dello stesso scritto, e tu ascoltami ancora senza distrarti giovane: “Noi ci troviamo al centro di un processo di involgarimento che interessa tutti gli strati sociali …. La nobiltà nasce e si mantiene attraverso il sacrificio, il coraggio e la chiara cognizione di ciò cui uno è tenuto nei confronti di sé e degli altri… Si tratta di riscoprire su tutta la linea esperienze di qualità ormai sepolte” – sì, sepolte sotto la sabbia di una spiaggia calpestata fino allo sfinimento, non lo senti che parlando proprio di te? – “si tratta di un ordine fondato sulla qualità. La qualità è il nemico più potente di qualsiasi massificazione” – hai capito, giovane? “Dal punto di vista sociale questo significa rinunciare alla ricerca di posizioni preminenti, rompere col divismo, guardare liberamente in alto e in basso, specialmente per quanto riguarda la scelta degli amici” – sai? nel 1981, anche in mezzo ad altre persone ci chiamavamo amici solo in quattro – “significa saper gioire una vita nascosta ed avere il coraggio di una vita pubblica” – certo, anche pubblica, che significa qualcosa di diverso e di più che risolvere la giornata in un video dedicato a un verminaio di corpi. Di seguito, ascoltami ancora: “Sul piano culturale l’esperienza della qualità significa tornare dal giornale e dalla radio” – adesso dalla TV, da Internet e dai social – “al libro, dalla fretta alla calma” – non la frenesia dello sbattimento – “e al silenzio” – non la musica a palla – e insomma “dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all’arte, dallo snobismo alla modestia, dall’esagerazione alla misura”. Eh già. Allora? Hai capito quello che ti ho letto, giovane? Giovane… ma dove sei?