La poesia è un valore in sé, essersi dedicato a lei ha significato vivere un’esistenza di privilegio. “Preferisco il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverne”, recita un verso di Wislawa Szymborska, e lo sento mio, anche sostituendo la parola “ridicolo” con “vergogna” o “assurdità”, come in certe traduzioni. Il piacere di trascorrere la vita in mezzo ai versi non ha uguale. Quando la gente mi parla delle droghe a me scappa da ridere.
E poi c’è un altro aspetto, da non sottovalutare. La consuetudine con la poesia ti impedisce di nutrirti di fuffa e di farti un idolo del ciarpame, anche quando sei portato a usarlo come imbottitura per galleggiare e sopravvivere. Soprattutto oggi, che lavoriamo mentre lavoriamo e, forse ancora di più, nel cosiddetto tempo libero, visto che la nostra reale occupazione è il consumo. Sempre in funzione come tubi digerenti e burella – uso di proposito una parola di Dante, per scelta anacronistica e distinzione, in modo da risultare antipatico.
E anche qui c’è da riflettere in maniera un po’ più complessa, abolendo le frasi fatte e le facili soluzioni: uno non è che nasce antipatico e quindi ha più probabilità di diventare un poeta con la solita luna storta o addirittura nera, non è così che funziona. Vi assicuro che il poeta l’antipatia è costretto a coltivarla, anche se nasce con un buon carattere e amabilissimo. Diciamola tutta: non è nemmeno lui che sceglie di diventare così, ma è la poesia stessa a modellarlo necessariamente come indigesto ai più. Non siamo di fronte a un canzonettaro o un attorucolo che sale su un palcoscenico per intrattenere il pubblico e divertirlo. O meglio, forse un poeta ti saprà anche incantare come un mago, in modo che tu rimanga per un tempo congruo con lo sguardo attento su a una manciata di parole raggruppate in una pagina per lo più vuota. Ma se un poeta ti strega bada soprattutto agli effetti collaterali che si manifesteranno una volta smesso di leggere, riprendendo dimora nella tua cuccia. Ti piacerà, forse, ma ti troverai comunque avvelenato, ed è proprio questo veleno il controveleno che, a furia di iniettartene piccole dosi, ti costringerà ad aborrire un certo tipo di vita. Forse, senti che ti dico, ne scaturirà anche il miracolo: l’immunizzazione da quella marea di spazzatura che ci circonda, immersi come siamo a bagnomaria nella società degli spettacoli.
Insomma, sarà difficile che ti piaccia quella roba tipo Sanremo, e non riuscirai neanche a imbrogliarti con il solito alibi sociologico con cui fingi una postura critica per un fenomeno di costume, perché quella maratona della deficienza canora ti risulterà insopportabile. Così come gran parte della televisione e del cinema, dei concerti musicali, delle opere teatrali, ma anche le sagre della pizza e del cinghiale e le vacanze in Egitto e i fine settimana a Parigi. Ne avrai abbastanza dei ristorantini che conosci solo te e gli uomini e le donne fatue come te. Anche dei libri ammassati in alte pile che trovi nelle librerie dedite al commercio di quei cosi di carta. Ciò che ti domanderai, invece, sarà: che bisogno c’è di guardare una volta di più Sanremo quando tutto intorno a noi è Sanremo? Meglio, credimi, dedicarsi alla poesia e diventare sempre più antipatici a chi le poesie non le scrive e nemmeno le legge. Meglio la concentrazione su parole scelte con cura che ti entrano in circolo per endovena piuttosto delle nostre supposte opinioni e preferenze che il capitalismo ci somministra quotidianamente per via rettale.
Lo so, quello che ti scrivo non è certo qualcosa che ti porta in dono una botta d’autostima. Ma sei tu la causa di te stesso, proprio perché continui a scegliere la via più semplice: il consumo mentre ti consumi pensando di non essere uno dei tanti dormienti di cui parla, per esempio, Eraclito – lui e altri poeti come lui, cioè i migliori. Così mi viene in mente una delle ultime poesie antipatiche che ho scritto, e se sei arrivato fin qui forse riuscirai anche a leggerla dedicandole più tempo che a un messaggio WhatsApp. O forse no, visto il tuo incrollabile fortilizio di simpatia. A me gli occhi!
COSA VORREI DIRE A CERTA GENTE
Ne ho abbastanza di voi e dei vostri.
Fatemi il piacere, non ammazzatemi
di noia, tenete la bocca chiusa.
Il popolo dei morti sta in attesa
di riavervi, col sorriso cucito
sulle labbra e il buio nel cuore.
Seguite il consiglio del saggio Eraclito
perché non vi impiccate al primo albero?
nel farvi assenti siate generosi.