Non ho una tessera di partito, non l’ho mai avuta, e non perché mia nonna si raccomandasse di non parlare di politica con chi non conoscevo e di non iscrivermi “a questo o quello, perché non lo puoi sapere come vanno a finire le cose…”. Lei di “questi o quelli” ne conosceva: il fratello Gino, aviatore nella squadriglia di Italo Balbo, e poi “generale Aliboni”; il marito Cammillo, imbarcato sull’Amerigo Vespucci come semplice attendente, però fedelissimo del re; il comunista bordighiano che sposò in seconde nozze sua sorella Amina… Il mare è pieno di pesci colorati di diversa foggia che si fanno la guerra anche in famiglia. E comunque, tutti questi uomini così schierati nell’impegno politico, avevano avuto bisogno che proprio lei si dedicasse al mercato nero, perché altrimenti soldi in casa non arrivavano. Il lavoro sporco sotto gli ideali, terra terra, lo aveva fatto mia nonna.
Ma io non mi sono dedicato nemmeno a quello, non ho l’alibi della mentalità mercantile che in qualche modo deve saper trattare con qualsiasi cliente, bianco o nero che sia. Piuttosto mi considero un inassociabile, non un asociale, che è cosa differente, ma un inassociabile sì. Eppure ho trascorso la mia adolescenza nella metà degli anni Settanta, e quindi di partiti, movimenti, gruppi o gruppuscoli di cui far parte ce n’erano – sia guardando al variegato arco costituzionale che al vasto campionario di fuori, compresi i terroristi, quelli veri, e gli anarchici. Mi ricordo l’imbarazzo delle manifestazioni: dietro quale striscione collocarsi? Fra gli anonimi studenti del liceo – un’identità tanto indefinita quanto poco significativa – oppure scegliersi una sigla in voga?
“Si può scioperare per motivi personali?”
“E sentiamo, quale sarebbero questi motivi così privati che non fanno parte della politica?”
“Non lo so…”
“Non lo sai perché tutto è politica! Sono i piccoli borghesi che fingono di non essere schierati, i qualunquisti! Anche tu sei schierato, ma è questo che non sai…”
“Davvero?”
“Sì, certo…”
“Allora vieni con me?”
“No, io sto con loro… vieni tu con noi?”
Già, sembra un dialogo surreale, e infatti è inventato di sana pianta, perché è avvenuto soltanto nella mia testa, in quegli anni dovevi vergognarti se covavi simili perplessità. Quindi ti mettevi dietro lo striscione degli studenti, urlavi un paio di slogan tipo Fascisti, carogne, tornate nelle fogne, El pueblo unido jamás será vencido poi lo sciopero finiva e l’indomani c’era l’interrogazione di latino o di matematica. Così il pomeriggio stesso la maggior parte degli scioperanti si metteva a fare le lezioni. Gli studenti davvero impegnati erano altri, parlavano parole diverse e serie, si interessavano dei massimi sistemi del mondo, leggevano il giornale, stampavano volantini – io nemmeno l’ho mai visto un ciclostile, ero soltanto un’individualista che si allenava allo stadio per i cento metri, perché qualcuno mi aveva detto che ero veloce, almeno quello. Sì, mi piaceva disegnare gli omoni di William Blake, ma senza grande applicazione, ascoltavo quella musica che piaceva un po’ a tutti, almeno a tutti quelli che pensavano di non essere come tutti, e così detestavo la musica che piaceva a tutti gli altri, quelli che io giudicavo essere uguali a tutti. Non starò a specificare quali fossero i gruppi e i cantautori e di quale tutti fossero l’offerta musicale, nel tripudio della merce mi sembra un discorso davvero superfluo. Dirò soltanto che diversi di loro erano considerati poeti.
Io invece mi ero innamorato, pensa un po’, anche di tre o quattro poesie di Catullo, perché l’averci a che fare, l’obbligo della traduzione, mi concentrava sulle parole – ovviamente limitate di numero – e quelle parole erano semplicemente belle, avevano la musica dentro, ma diciamo che allora Catullo non era un argomento di discussione tra i più sentiti. Girava molta erba e eroina, i tossici ti chiedevano cento lire con la voce cavernosa, qualcuno volava con lsd da una finestra all’altra. Io sorridevo, rifiutavo per l’ennesima volta il solito cannone, loro mi guardavano stupiti, io ne sostenevo lo guardo, loro non replicavano, ciao. Nessuno mi ha mai chiamato compagno, nemmeno io gli altri, e a proposito, la voce miagolante di Venditti che cantava “compagno di scuola compagno di niente” mi dava il voltastomaco, con quei ray ban incastrati troppo in alto sul cranio mi è parso fin da subito… meglio lasciar perdere, perché non si poteva dire, era un poeta anche lui. Di pomeriggio De André, Guccini, Gaber che rappresentavano la vita vissuta, la mattina i sepolcri del Foscolo, che alla prima ora però perdevano un po’ d’atmosfera – si sa, l’upupa da sempre è un uccello calunniato. Noi giovani eravamo sinceramente ridicoli, giovanissimi e ridicoli – e tuttavia, parte di noi, aveva una tessera nella tasca dei pantaloni o meglio ancora sul cuore, così da poter dire compagno a chi gli stava vicino.
Sicuramente dobbiamo ringraziare l’impegno profuso da tutti questi ragazzi seri, qualcuno ci ha rimesso anche la buccia, altri hanno fatto carriera politica servendo centinaia di pizze alle feste dell’Unità tra le quali quelle giuste, altri ancora sono diventati giornalisti, dottori, avvocati, ingegneri nucleari e comunque non hanno mai smesso di interessarsi delle questioni del mondo, e sebbene a un certo punto abbiano deciso che sì, è vero, il comunismo è una dittatura, non hanno mai abbandonato quel partito che si è trasformato insieme a loro e proprio per loro, perché il partito capisce bene di che cosa hanno bisogno.
Che vita monotona era invece la mia, quanto insignificante. Facevo come minimo cinque docce alla settimana, dopo gli allenamenti, poi il bagno la domenica, il giorno della sporcizia per me era il sabato, quello in cui la maggior parte della gente si lavava. In mezzo a quell’igiene piuttosto scarsa – ma era tutta natura alla Rousseau, andavano per la maggiore i peli, sia nelle barbe che sotto le ascelle, nelle gambe e nelle passere – io, a furia di sapone marsiglia, perdevo gli odori e sapevo invece di prosciutto cotto slavato. Forse non volevo lasciare tracce. Diciamo che anche la predilezione per la velocità, sotto sotto, non nasceva dall’esigenza di vincere, ma più che altro da cercare di non lasciarsi prendere, per lo meno fino al mare, come il bambino dei 400 colpi di Truffaut – anche se quelli che lo rincorrono certe cose non le capiscono. Infatti non ce la fai, a un certo punto ti tocca anche lavorare e ti accorgi che non sei un professore, nemmeno un dottore in medicina, nemmeno, che so?, un imprenditore con il bernoccolo del profitto. Non sei proprio nulla, i compagni che non hai cercato ovviamente non ci sono, non ci sono nemmeno i compari però, duri perfino fatica ad avere qualche collega. Ti ricordi soltanto la prima poesia che hai scritto e sicuramente nel sangue hai caricato le altre trecento che sono venute dopo – e non devi ringraziare le canzoni di Guccini o De André, la colpa è di Catullo. E di William Blake e dei suoi omoni. Forse anche di Foscolo e dell’upupa, che poveretta l’anno chiamata in un modo sbagliato. La prima poesia che ho scritto: un senario, un quaternario, un settenario sdrucciolo e un quinario, ma ancora non lo sapevo. C’era, però, la musica dentro.
Non sono propriamente un asociale. In cuor mio lo so, io mi sento un epicureo, un individualista che sceglie di separarsi dagli uomini perché di uomini ne ama soltanto alcuni. Un epicureo che infatti non fa politica, cioè che forse l’ha fatta in modo radicale, scegliendo di allontanarsi da un impegno che non ha mai praticato ma che ha visto e non che gli è piaciuto nemmeno un po’. Io sono un epicureo che purtroppo ha perso la possibilità di incontrare altri epicurei, pochi uomini ma anche donne e persino qualche schiavo. In tutte quel pullulare di tessere non c’era una tessera per noi, non l’abbiamo trovata. E per questo, nonostante la mia naturale socialità, anch’io non ho potuto che dedicarmi che alla poesia, quella che ho cercato di scrivere. Come voleva il filosofo appunto, “lui che né la fama degli dei né i fulmini né col minaccioso mormorio il cielo trattennero”. Come diceva di fare: di nascosto, ignorato.
“Parli così ma sei schierato, anche se non lo sai… sei un piccolo borghese qualunquista!”
“Davvero?”
“Sì, certo…”
“Allora vieni con me?”