Piaccella è una di quelle parole che viveva nel parlato e anche nel pensato, ma che fino ad oggi non avevo mai scritto. Parola dell’infanzia che si sovrappone immediatamente al referente, parola-oggetto, la piaccella è senz’altro una cosa concreta. In sé, come termine, evoca il rafforzarsi vicendevole di due quasi-sinonimi coesistenti, il PIAtto e lo schiaCCiato, almeno nell’improbabile etimologia infantile. Proficua anche la fine della parola, ELLA, che ne decreta l’indiscutibile femminilità e la rende morbida e ludica, nonostante sia un sasso. O meglio, le piaccelle possono appartenere sia alla natura come appunto i sassi, sia al mondo del lavoro e dunque alla cultura, i cocci, le piastrelle, i pezzetti di mattone traforato. Quello che conta è che sia inadatta a rotolare ma scivoli, della giusta misura, solida agli urti e dunque piatta-schiacciata.
La piaccella ha poi un’altra particolarità inderogabile: non la si costruisce, la si trova già fatta, e per questo si dice “cercare una piaccella”. In ogni modo ci si rivolge a una cosa che più che nella sostanza individua la sua identità nella forma, e infatti si dice anche “a forma di piaccella”. La piaccella una volta trovata la si tira o la si lancia. Quando? Nel gioco della piaccella, che altri chiamano campana, casa o mondo. Te lo racconto semplice: prendi in mano un pezzo di materia qualsiasi che se la strusci si trasforma in una traccia visibile – carbone, gesso ma anche una zolla secca va bene. Ora ti serve di un supporto che ci sarà senz’altro nell’ambiente circostante, un marciapiede, una gettata di cemento nel cortile, il catrame della strada. Ovviamente per il catrame ci vuole il gesso, sul chiaro va bene invece il carbone – il supporto chiama la qualità oppositiva del segno, non per niente si dice mettere nero su bianco! Disegna un numero di caselle contigue delle giuste dimensioni – che abbiano una lunghezza di almeno due o tre piedi per lato, in modo che il tuo, di piede, ci possa riposare agevolmente dentro, senza toccare il perimetro. Ma fai attenzione, non troppo comode, perché le dovrai anche saltare. Queste caselle sono in numero di dieci come le dita delle mani o una dozzina come gli apostoli e i mesi – e qui forse c’entra l’antropologia, un discorso che lascerò subito cadere. Vale lo stesso per la figura più usuale dell’intera opera, la croce o il rettangolo di un grande tavoliere, e anche qui rinunciamo a profonde spiegazioni. Puoi anche ricavare un semicerchio all’estremità superiore che in qualche modo dà al tutto una sua completezza. Le caselle, o case, adesso vanno numerate. Quindi il gioco può avere inizio.
Entra in campo l’equilibrismo e l’agilità di chi per tutto il tempo salterà a zoppino, badando di non pestare le righe e di non entrare nel riquadro dove hai lanciato la piaccella – che lo dovrai invece saltare – per poi, al ritorno, raccoglierla di nuovo e completare il giro tornando alla base. Se prima avevi tirato la piaccella nell’uno, ora la lanci nel due e via e via. Quando hai esaurito tutti i numeri hai fatto la tua casa. La costruisci sul percorso, scegli uno dei quadrati, per esempio il cinque. È casa tua e la puoi gestire come ti pare e piace: per riposarti, sì, e con tutti e due i piedi, ma soprattutto scopri la vera essenza della proprietà privata, cioè impedire che quella casa tua sia la casa di un altro. Se sei buono puoi permettergli di usarla e concedi il passo, ma se sei stronzo – la vera essenza del proprietario – non dai alcun permesso, e la tua casa andrà saltata a zoppino, dal quattro al sei, la vita per gli altri si farà difficile. Lo so, se non ci ha mai giocato, a piaccella, rischi di non aver capito nulla, e del resto è giusto così, non è che puoi andare a raccontare alla gente di qualcosa che sai soltanto per sentito dire.
Sennò potresti parlarne come quelli che vogliono riesumare i giochi tradizionali, o i cosiddetti giochi “folk”, da cui folklore. Lorsignori, come motivazione, usano la loro parola preferita, che non è piaccella, ma socializzare. Non so se percepisci una qualche diversità: se la piaccella è una parola-oggetto, di sasso, socializzazione ha la stessa consistenza di un soffio, per non dire di un peto. Eppure questi giochi, secondo molti insigni pedagogisti, servirebbero per ritrovare, per così dire, la terra – e sulla terra, appunto, ri-socializzare. Io però una cosa voglio confidartela: noi non giocavamo a piaccella per questo. Perché socializzati lo eravamo già, e se vuoi scavare alla ricerca di qualche significato recondito, mi sembra che sia più appropriato parlare di confini, di divieti, di proprietà privata e di casa mia e tua. Insomma, i giochi sono roba seria, ed è per questo che non andrebbero studiati a scienze dell’educazione, praticando invece una sana anti-pedagogia.
Forse il gioco della piaccella serviva per non crescere così imbranati, per imparare un po’ d’equilibrio, il senso del limite, per sapere che nella vita puoi incontrare qualcuno stronzo e qualcuno un po’ meno, che se uno era grasso e non poteva saltare la tua casa ti faceva anche ridere, ma era tuo amico, e il permesso glielo davi, anche con tutte e due i piedi, e invece quell’altro, quell’ingannino, speriamo che inciampi e si rompa i denti. E poi c’erano le femmine con le gonnelle che quando saltavano gli si vedevano le gambe e chissà cosa ci sarà là sotto. Non credo sia questa la socializzazione di cui parlano volentieri gli uomini sempre più soli e depressi, era qualcosa di molto molto diverso, ti costruivi il tuo gioco e poi lo lasciavi lì, la pioggia lo avrebbe cancellato.
Ma non c’era da disperarsi, di piaccelle ce n’erano dappertutto, era sufficiente cercarle, e le righe, più o meno diritte, le sapevi disegnare, poteri rifare tutto daccapo, e forse perché no? in un altro posto. Così avresti imparato a saltare a zoppino, che nella vita, quando perderai il primo piede, si rivelerà senz’altro utile per non darti subito per vinto. Qualcuno, a furia di saltare, magari imparava anche a volare, non canta così Fossati? “È che so staccarmi da terra e alzarmi in volo come voialtri stare su un piede solo”, dice il suo Lindberg. Sei poi ti trasformavi nell’albatro-Baudelaire, le cose si facevano ancora più complesse: come avresti potuto infatti ritornare in mezzo agli uomini con le tue ali di gigante, e diventare buffo e goffo, bersaglio della mediocrità che striscia sulla terra? Ma queste sono altre storie, grandi e dolorose. A me basta aver elogiato la piaccella.