2026 Berlin International Film Festival. Wim Wenders, presidente della giuria, dichiara che gli artisti dovrebbero “stare fuori dalla politica perché se realizziamo film che sono espressamente politici, entriamo in quel campo”. La scrittrice Arundhati Roy decide di rinunciare alla sua partecipazione al festival, “scioccata e disgustata”, perché questo “è un modo per chiudere un dibattito su un crimine contro l’umanità” – Gaza – “proprio mentre si sta svolgendo davanti ai nostri occhi in tempo reale”. Per comprendere che Win Wenders ha una forte ritrosia verso l’impegno polito e non considera vergognoso coprire con la complicità del silenzio ingiustizie e crimini era sufficiente aver visto il suo celebrato Perfect Days (2023). Anzi, si poteva anche non averlo viso e leggerne soltanto i commenti, per la gran parte entusiasti, di chi era andato al cinema. Soprattutto analizzare le ragioni per cui un film così viene considerato poetico.
Di seguito una riflessione scritta nel 2024 scaturita dal discorso, quasi generale, sulla qualità filosofica di Perfect Days, senza averlo visto. Però con il contributo di Spinoza e Epicuro.
La vita è fatta di piccole cose?, le piccole cose sono un valore?, si vive per le piccole cose? Non per il giovane Spinoza, che scrive: l’esperienza mi ha insegnato “come fossero vane e futili tutte quelle cose che capitano così frequentemente nella vita quotidiana”, e allora ho deciso “di cercare se esistesse qualcosa di veramente buono” – veramente buono e “di per sé accessibile e condivisibile con gli altri”. Di più: il filosofo si metteva alla ricerca di quel summum bonum che “una volta trovato e acquisito” lo “facesse godere in eterno di una continua e somma letizia”, l’autentica felicità. Altro che piccole cose!
Cerchiamo di fare spazio alle idee adeguate al vero, perché così vuole Spinoza. Se consideri il discorso comune – dice – gli uomini stimano per sommo bene “le ricchezze, gli onori e i piaceri dei sensi”. Anche Freud la penserà più o meno come lui: quello che gli uomini desiderano ottenere, il loro sentimento diffuso di una vita qualitativamente elevata, lo puoi rappresentare come un triangolo i cui lati sono il potere dei soldi, la celebrità e spassarsela alla grande. Si tratta della via certa, l’autostrada che il mondo indica con i cartelli segnalatori. Spinoza sceglie invece il sentiero di Epicuro, ma nemmeno Epicuro, nonostante quel che si racconta di lui, è il saggio che si lusinga delle piccole cose. Epicuro infatti ti promette: seguimi, “vivrai come un dio fra gli uomini”, e anche in questo caso siamo chiamati a cercare il bene più grande: la felicità della conoscenza vera, la filosofia. Nelle parole di Spinoza questa decisione diventa “l’amore per una cosa eterna e infinita che nutre l’animo unicamente di letizia, priva di ogni tristezza: cosa che è da desiderare in sommo grado e da ricercare con tutte le forze”, spogliandosi del desiderio di ricchezze, dei godimenti che precipitano nelle delusioni, del successo di essere riconosciuto dai più. Così il rimedio per una vita buona, per il meglio dell’esistenza, non lo trovi né quando cerchi quello che tutti cercano e nell’evitare ciò che tutti evitano, né nelle cose piccole, vane e futili, cioè quelle della vita di tutti i giorni. Vita è ricerca filosofica, il percorso della conoscenza vera. Per inciso faccio notare che la proposta è sia etica – darsi una nuova regola personale di esistenza – che politica – quel qualcosa di veramente buono deve essere di per sé accessibile e dunque condivisibile con gli altri. Per Epicuro e per Spinoza la conoscenza del bene diventa conoscenza del sommo bene soltanto se la condividi in amicizia.
Lasciamo le pagine giovanili del Trattato sull’emendazione dell’intelletto per quelle dell’Etica, ecco un brano che mette in risalto un bene che potremmo definire di grado minore. Sono parole splendide, fra le più citate: “Nulla davvero, se non una torva e trista superstizione, proibisce il piacere: perché mai dovrebbe essere più decoroso saziarsi della fame e della sete, che scacciare la melanconia? Questa è la mia regola, e così ho orientato il mio animo. […] più grande è la gioia che ci prende, tanto maggiore è la perfezione alla quale passiamo, ossia tanto più necessariamente partecipiamo della natura divina. Fare uso, dunque, delle cose, e prenderne piacere per quanto possibile (non certo fino alla nausea, perché questo non è un piacere) è proprio dell’uomo sapiente. (…) ristorarsi e rinforzarsi con cibi e bevande moderate e gradevoli, come anche con i profumi, la delizia di piante verdeggianti, l’eleganza, la musica, gli esercizi di ginnastica, gli spettacoli teatrali e altre simili cose, di cui ciascuno si può giovare senza alcun danno altrui. […] questa regola di vita è la migliore, da raccomandarsi in tutti i modi […].” Un campionario di piccole e buone cose, quindi? Non affrettiamoci alle conclusioni: qui troviamo descritta una maniera, un come – il miglior modo di condurre l’esistenza, soprattutto perché non è una via di rinuncia, di mortificazione e di offesa. E non bisogna cadere nel tranello che il modo di vivere sia anche il perché: non si vive per amare il teatro o la musica o la ginnastica, per vestirsi bene, per fumare la pipa o fare le passeggiate, ed è davvero impensabile, per Spinoza come per Epicuro, invertire il mezzo con il fine, anche se il mezzo è quello migliore. Vivere gradevolmente e con misura è l’abito ottimale per facilitarsi il percorso, ma il percorso da intraprendere è un altro: si chiama conversione filosofica, amore della conoscenza, vedere il mondo come il mondo vedrebbe sé stesso con i propri occhi. Non è così semplice come si pensa, perché è l’esistenza indirizzata al sommo bene, e non alle piccole e piacevoli cose. Altrimenti Spinoza concluderebbe l’Etica così? “La via […] sembra difficilissima, comunque essa può essere trovata. E senza dubbio dev’essere ben difficile ciò che si trova così raramente. Come potrebbe mai accadere, infatti, se la salvezza fosse a portata di mano e si potesse trovare senza grande fatica, che essa fosse trascurata da quasi tutti? Ma tutte le cose sublimi sono tanto difficili quanto rare”. Spinoza non si è limitato a fumare il tabacco nella pipa e a respirare l’aria dei boschi o fare ginnastica, Spinoza ha scritto l’Etica. Epicuro mangiava pane e formaggio e quando gli capitava magari un pesce, godendoselo, ma non era il filosofo della felicità di un bicchiere di vino con un panino, e tradizione vuole che abbia scritto almeno un’ottantina di volumi. Non facciamola facile, ripetiamolo: si potesse trovare senza grande fatica, la via, non sarebbe trascurata da quasi tutti.
Veniamo al dunque: per quale motivo ho tirato in ballo Epicuro e Spinoza? Riscuote grande successo l’ultimo film di Wim Wenders, Perfect Days (2023). Non sono andato al cinema, però ne ho sentito parlare, ne ho letto, e ho l’impressione di averlo già visto. Non è la stessa cosa, certo, ma viviamo in un mondo molto strano: sebbene si possa frequentare una scuola media superiore fingendo di leggere Manzoni e scaricandone invece i riassunti da internet, oppure superare gli esami di universitari sottolineando le dispense senza mai rischiare di perdersi nella scrittura di un romanzo, è invece vietato parlare di un film che non hai visto, perché così non si fa e devi vergognarti. Questo, per me, ha molto in comune con la “società dello spettacolo” come ce l’ha raccontata Guy Debord, ma non voglio incanalarmi in un ulteriore discussione. Dunque è vietato parlare di un film se non l’hai visto, anche se poi cerchi di spiegare le tue motivazioni. Io però non parlo del film di Wenders, la mia non vuole essere una critica cinematografica, e di fotografia, di regia, di sceneggiatura non ci capisco nulla. Per quanto riguarda i film sono soltanto un utente passivo, cioè un consumatore che paga il biglietto o l’abbonamento su Prime. E comunque, siccome ho la fortuna di dialogare ancora con qualcuno e riesco perfino a leggere un articolo di giornale decifrando il senso di quel che c’è scritto, allora i commenti sul film posso analizzarli, in quanto dotato di una discreta competenza della lingua italiana, ascoltata e letta. Posso prendere in esame il discorso e le sue ragioni, non pretendendo che le mie parole riguardino il film, il regista Wenders, o lo stile architettonico dei bagni pubblici giapponesi. Così come, sebbene uomo, posso ascoltare e cercare di interpretare le parole di una donna che ha partorito, o le descrizioni di un astronauta che è stato sulla luna, o la lettera di un soldato della prima guerra mondiale che racconta come si muore in trincea. Ma qualcuno insisterebbe: che senso ha stare a sentire i commenti su un film – cioè su una produzione artistica – se il film non l’hai visto? Corri al cinema e poi apriamo la discussione, non è meglio? Ma io sono cocciuto, e in questo caso non ho intenzione di farmi influenzare dal mio giudizio su un’esperienza diretta. Voglio invece concentrarmi sui commenti e sulle ragioni che espone chi ha amato quel film, cioè sulle motivazioni con cui giustifica il suo giudizio – o, più semplicemente, sul perché Perfect Days per lui è un capolavoro. Vi assicuro che anche questa può rivelarsi un’analisi interessantissima, in quanto lo spettatore del film dichiara in maniera molto esplicita il suo modo di vedere il mondo, i suoi ideali e aspirazioni, il senso che trova nella vita ecc. – e Perfect Days è un’opera che ha alimentato un fiume di parole. Perciò i temi su cui si potrebbe discutere – anche se io, ripeto, il film non l’ho visto – sarebbero davvero numerosi, sebbene si concentrino, per la gran parte, sul protagonista.
Hirayama ha una sessantina d’anni e vive la vita in un modo molto suo, solitaria e ben organizzata, ha una precisa categoria di valori e cerca di applicarli, è aperto alla meraviglia degli eventi quotidiani e insomma ha una sua etica e una maniera di attraversare l’esistenza che rispetto al discorso dominante appare alternativa, autentica e ricca. Tutto questo, dice lo spettatore, mi piace, perché la sua scelta – la sua filosofia di vita – è quella giusta. Senz’altro controcorrente ma senza scalmanate – meditata, coerente, lenta e ripetitiva ma non noiosa. Hirayama è presente a sé stesso, ordinato, rigoroso – sa discernere il bello, sa ascoltare e ha trovato una sua armonia. Insomma, la sua è una maniera di condursi e farsi condurre da tutte quelle cose che incontra durante la giornata e che sa apprezzare, anche se una persona meno sensibile e ricettiva di lui le considererebbe insignificanti, piccole, non degne di nota. E guarda caso che Hirayama è proprio un exemplum estremo, perché il mestiere che pratica con assoluta accortezza non sembra facilitarlo, almeno intuitivamente: lui è un manutentore di bagni pubblici, cioè fa le pulizie in alcune strutture di design, progettate da architetti famosi e realizzate in Giappone, a Tokyo. C’è aria di zen, nel film, c’è nitore, bella fotografia, un incedere lento, uno slow, una grande ricerca estetica e c’è voglia di semplificazione e profondità – se ne sconsiglia vivamente la visione alla gente grossolana e, Dio ce ne scampi, volgare. Vogliamo finalmente dirlo? Poesia, l’ultima opera di Wim Wenders è considerata poesia e piace, perché è una poesia calata nel quotidiano. Ecco, ho cercato di riassumere in un nucleo centrale le diverse impressioni e valutazioni di chi il film l’ha visto, di condensarle. Dimmi la verità, qualcuno potrebbe credere che io, Perfect Days, lo abbia visto per davvero, per lo meno per i primi cinque minuti della mia esposizione, che oggi, per un discorso approfondito tra due o più individui, sono sufficienti. Ma il mio, ti ripeto, è soltanto un lavoro di riporto, o di riciclo – e qui ritorna la società dello spettacolo di Debord, che però ri-abbandono sul nascere.
E ora azzardo. Nella distinzione tra ciò che ti piace e non ti piace è ancora possibile affermare che può rivelarsi problematico il fatto che ti piaccia una cosa invece di un’altra? I valori sono ugualmente validi e rispettabili in quanto valori?, o alcuni sono validi e altri un po’ meno? Se qualcuno mi dice che questa è una poesia, perché per lui è una poesia e a maggior ragione perché sono in tanti a dirlo, il suo giudizio deve bastarmi senza avere diritto di replica? Perché io invece penso che non essere in grado di problematizzare l’adesione alla poesia di Perfect Days, o più propriamente limitarsi a consonare con i giudizi ammirati di chi ha visto il film, comporti veramente del pericolo. Ne sono convinto: prendere atto che lo si esalta e considerare i motivi per cui lo si fa, ecco, mi inquieta. Io non vorrei avere una vita come quella di Hirayama, e soprattutto non vorrei cadere nell’inganno che canta l’esaltazione del quotidiano: elogiare le piccole cose, infatti, può anche voler dire appiattirsi in una esistenza in cui ti sei dimenticato di qualcosa di fondamentale. Sta qui il pericolo di quel film.
Ripeto, il protagonista pulisce i bagni pubblici, e lo fa bene, anzi, cerca di farlo al meglio, con estrema meticolosità. È anche vero che non sono toilette qualsiasi, e forse pulire per esempio il bagno del cinema dove lo spettatore ha visto il film di Wenders sarebbe già un po’ meno poetico, magari anche fra gli ordinatissimi e rispettosissimi giapponesi – che di sicuro, avendo dimestichezza con il tiro con l’arco, fanno quasi sempre centro. Io, per dire, non mi fermerei alla tecnologia degli anni Settanta, e preferirei avere bagni un po’ meno perfetti ma tirati a lucido da un robot che w.c. perfettamente lindi manutenuti da un essere umano. Vorrei infatti dedicare “il fare del mio meglio” a un lavoro più qualificato, almeno dello stesso rango della stragrande maggioranza degli spettatori paganti che hanno amato il film di Wenders. Credo che sia più autentica una persona che quando pulisce le sgocciolature di un giapponese abbia l’onestà di dire: mi danno un misero stipendio per questo, e cerco di non essere licenziato perché ho bisogno di un po’ di soldi per campare, quindi mi impegnerò in un brutto lavoro in un modo sufficientemente accettabile – ma non è che la mia vita acquisisca più dignità se riesco a pulire fino all’ultima gocciolina di piscio, per poi chiudere il cerchio della mia giornata perfetta. Perché sinceramente, tanto per rimanere in tema, quest’ultima considerazione mi sembrerebbe davvero una pensata fuori dal vaso. O meglio: io lo ritengo più un discorso che potrebbe proporre chi i bagni pubblici non li ha mai puliti in vita sua e tenta di convincere quelli che li puliscono per davvero – e generalmente non per elezione – compreso il bagno di chi mette in giro questi discorsi e fa di questi film che tracimano di poesia. Poi ci sono le piccole cose più gradevoli, come la luce tra le chiome degli alberi, la fotografia, la musica su nastro, le abluzioni mattutine ecc.– lo abbiamo visto, anche Spinoza fumava la pipa perché gli piaceva – ma penso che sia un tantino pretenzioso che l’inanellamento giornaliero di questi meravigliosi eventi quotidiani, ripetuti un giorno dopo l’altro, possano trasformarsi miracolosamente in una vita di qualità. Però, almeno ad ascoltarli dopo l’uscita dal cinema, sembra la propensione dei più: una vita semplice e solitaria a sevizio di una vita semplice e solitaria, tutto qui. E poi? Chi lo scriverà quel libro che leggi quando torni a casa? Chi la comporrà la musica che ascolti? Chi progetterà l’auto con cui ti sposti a Tokyo? Chi produrrà per te un altro film come Perfect Days? Non posso nascondere queste domande dietro la bellezza di un film, anche se sono senz’altro meno poetiche della ricetta dell’ultimo Wenders. Lui, secondo te, se lo pulisce il bagno di casa? O si limita a pisciarci dentro, come fanno i ricchi designer e gli architetti? Così, anche se ormai ha sessant’anni, spero che una sera a Hirayama gli capiti fra le mani un libro di Karl Marx – che non è una piccola cosa -, e che magari era lì nella sua ordinata libreria come acquisto di quando aveva diciotto anni e se n’era dimenticato. Lo sfoglia, ne legge qualche pagina, guarda alla sua vita come è stata il giorno prima, il giorno stesso e come sarà domani e improvvisamente non riesce più a ingannarsi: “Dio mio!” pensa nella profondità del silenzio, il sorriso gli sparisce dalle labbra. La mattina dopo l’equilibrio zen è infranto, perché Hirayama ha ormai acquisito l’ABC della politica e dunque una coscienza di classe, di cosa potrebbe fare veramente nel mondo, di cosa effettivamente fa – il libro di Karl Marx produce il miracolo. Così il sessantenne Hirayama si riempie di un bel respiro in cui sono coinvolti polmoni e diaframma e, prima di lavarsi i denti, guarda dritto negli occhi lo spettatore in sala recitando una delle sue rare battute: “Tu pensi davvero che sia sufficiente una domenica al cinema per trovare la filosofia per cui merita vivere?”. Tra gli spettatori c’è anche il fantasma di Guy Debord con un proiettile nel cuore.