Libri, epicurei, narcisi e cacalibri

Giorgio Caproni faceva di mestiere il maestro elementare. Una volta un allievo gli domandò: “Maestro, come faccio a capire se un libro è bello per sceglierlo da leggere?”. E siccome Caproni era un poeta gli rispose così: “Facile. Tu leggi la prima frase del libro, poi, di seguito, l’ultima. Se stanno bene insieme, quello è un bel libro”.

Seguo il consiglio del poeta e provo con Angelo: “Il mio nome è Angelo, Angelo Domenghini. Niente è così leggero come le ali di un angelo, niente ha un volo così sprofondante”. Promette bene. Magari, se questo metodo fosse diffuso, uno scrittore potrebbe utilizzarlo come forma di promozione, insieme alla copertina, alle alette, ecc. Uno scrive un bell’incipit, poi salta all’ultima frase e la butta giù perché “torni bene”, è a cavallo.  

Vi posso assicurare, però, che io non l’ho fatto apposta. Penso anche di avere una buona percezione di cosa significa “farlo apposta” con la scrittura, perché lavoro come progettista in una cooperativa sociale, e quando stendo il progetto per un nido d’infanzia o un centro estivo, in quel caso lì “lo faccio apposta”. L’obiettivo è infatti vincere la gara d’appalto. Così, anche grazie al lavoro è andata rafforzandosi una mia convinzione: non è semplice nemmeno vincere, ma se dovessi scrivere un progetto senza questo obiettivo, sicuramente lo farei in maniera diversa. Non so se meglio o peggio, non spetta a me dirlo, ma in maniera diversa sì.

I romanzi che ho scritto sono quelli che sono, né di più né di meno. Forse avrei avuto più successo se la mia prospettiva fosse stata, fin da subito, il “farlo apposta”, come per la gara di un ciaf o di un laboratorio di falegnameria per ragazzi dropout. Per quanto, come dice Igor in Frankenstein Junior, potrebbe andare anche peggio. E come? Potrebbe piovere. L’unica cosa certa è che a me, i miei romanzi, piacciono così come sono. Ho anche la convinzione che abbiano del valore – presuntuoso! – che misurata al loro successo di pubblico è decisamente poco condivisibile. Uno può sempre giustificarsi con quel “vivi nascosto” o “vivi ignorato” di Epicuro, un consiglio cardine della sua filosofia. Senza però dimenticare che gli epicurei, incuranti della città, si riconoscevano comunque nell’amicizia reciproca, per loro il valore più alto. Un epicureo senza Giardino e altri epicurei in cui rispecchiarsi è invece una figura triste. In questo caso scegliere di vivere ignorati come modello di esistenza desta di sicuro un qualche sospetto.

Forse aveva ragione quella donna che un giorno ci tenne a dirmi che io ero “un narciso nascosto”, cioè un narciso della peggior specie. Il narcisista nascosto non sale sul palco per prendersi gli applausi, preferisce invece restare in disparte, convinto di essere un “genio incompreso” o una vittima nobile. Se il narcisista classico urla “sono il migliore!”, quello nascosto pensa “Nessuno capisce quanto io sia speciale perché il mondo è ingiusto e cattivo”. Non si trattava davvero di un complimento. Senza considerare che il narciso nascosto è un monumento all’ipocrisia: può apparire una persona molto molto empatica e addirittura dedita al sacrificio, ma spesso lo fa per ottenere una validazione o per sentirsi superiore. In realtà non si sacrifica, semmai chiede che il sacrificio lo facciano gli altri o addirittura li sacrifica. Avrà visto giusto, la signora? Molto spesso le sue considerazioni coglievano nel segno, ci sono dunque buone probabilità che avesse ragione anche nel mio caso. Ma tutto questo, mi domando, che cosa c’entra con l’effettivo valore dei miei libri? Che colpa ne hanno loro di me? Ci sono dei grandissimi scrittori e poeti e filosofi e musicisti e pittori che non sono certo dei tipi raccomandabili, ma il fatto non inficia la bontà di quello che hanno prodotto. Anche se l’inverso non dà nessuna garanzia: non è che basti essere uno di cui diffidare per rivelarsi un grande scrittore, e forse questo è proprio l’autoinganno del narciso nascosto. Allora siamo di nuovo punto e a capo.

Il problema vero è che quel genere di narcisista è pessimo anche per un altro motivo: non ha tempo da perdere a pubblicizzarsi mischiandosi nel mucchio che lotta per la vita, lui è convinto che le sue opere non abbiano bisogno dei mezzucci dei bottegai, il darsi da fare, lo sgambettare, il metterle in mostra… per il suo aristocratico distacco sarebbe un prodigarsi becero e inopportuno. Spetta soltanto a chi ne ha bisogno l’accapigliarsi per guadagnare un posto al sole – o sullo scaffale illuminato di una libreria – non certo a lui. Davvero terribilmente antipatico. Così il signor narciso se ne sta immobile con la sua produzione fra le chiappe, come il Cacalibri di Fucecchio. Gli ci vorrebbe invece qualcuno che quei libri glieli strappasse da sotto il culo, un novello santo disposto a sobbarcarsi il lavoro più ingrato: fargli pubblicità e battersi per lui. Certo non se lo merita. Anzi, di fronte a quell’atteggiamento pieno di spocchia travestita da umiltà ti passa la poesia, e ti monta una rabbia tale che avresti voglia di buttarlo giù dal piedistallo, il Cacalibri!

Si consuma quindi una ridicola tragicommedia. Le opere del narciso andranno quasi sicuramente nel dimenticatoio, mangiate dagli insetti e riciclate nella pappa di carta, sommerse dall’alluvione dell’indifferenza. Peccato. Forse meritavano un padre o una madre migliore, o almeno un mammifero – non un rettile che fa le uova e le abbandona in una buca o peggio ancora le schiaccia con l’aristocratico culo.

NOTA: Per chi non lo sa, il Cacalibri è la statua dedicata a Giuseppe Montanelli, padre di Indro, a Fucecchio (FI). Dopo l’inaugurazione (1892), alle prime forti raffiche di Libeccio, ci si accorse che Giuseppe… tentennava. “E casca e casca…” mormorava la gente, e allora fu chiamato d’urgenza l’autore, Romanelli, che non trovò di meglio che incolonnargli una pila di libri come un puntello da dietro. Quei libri sembravano uscissero proprio dal culo, a Giuseppe, che subito fu ribattezzato il Cacalibri, meglio ancora Ca’alibri, con la “c” aspirata dei fiorentini, più o meno come Co’a ‘ola.

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