Si comincia col fissare il mulinello alla canna e poi iniziano i primi problemi con la vista, perché far passare la lenza dagli anelli, in questo albeggiare, non è più una passeggiata. Gli è già capitato, una volta, di saltarne uno – e quando te ne accorgi a montatura già completa, con galleggiante, piombatura, girella, finale e amo innescato… t’entra un giramento di palle… Certo, si potrebbe risolvere tagliando la lenza madre, e dopo averla infilata anche in quell’anello, fare un’aggiunta, con il cosiddetto nodo del sangue. Ma quel nodo indebolisce il tutto, lo sai bene, e non è certo di buon auspicio. Anche perché per arrivare qui ti sei alzato alle 3 dopo aver dormito si e no quattro ore, hai percorso 140 chilometri con la sola compagnia di un cd di Peter Gabriel, ti sei fatto il viottolo al buio incespicando diverse volte, poi hai sceso gli scogli con lo zaino in groppa e le canne e il secchio – e dopo aver sicuramente rischiato la vita anche se non te ne sei reso conto proprio perché i vecchi acquisiscono una naturale ottusità, ecco, arriva quell’espediente dell’aggiunta a cui penserai ad ogni lancio. No, bisogna rifarla daccapo la lenza, non foss’altro che per il rispetto di sé.
È un pescatore piuttosto rudimentale, il signor Itchek, ma questa sarebbe poca cosa in quanto immagina che lo siano anche gli uomini di qualche tribù primitiva, che non dispongono di un’attrezzatura moderna. No, lui, più propriamente, è un pescatore grossolano, perché sebbene dotato di canna di misto carbonio e mulinello Shakespeare con nylon ultrasottile e resistentissimo, è senz’altro di molto inferiore alla possibilità tecnica dei suoi strumenti. E poi è disordinato, terribilmente. Sì, a casa mette ogni ammannicolo al proprio posto, riordina con accuratezza. Ma poi, una volta sugli scogli, la sua postazione dopo qualche minuto comincia a trasformarsi in un accampamento rom, un sistema chiuso ad altissima entropia. Senza considerare che con le cose abbandonate un po’ qua e un po’ là, destreggiarsi in su e in giù per aggiungere un piombino, rifare un finale, piazzare il reggi canna e dài e dài… oltre che faticoso risulta, per la sua età, di molto pericoloso. Basterebbe perdere l’equilibrio e per portarlo via da qui sarebbe necessario Pegaso, non il cavallo alato ma l’elicottero. Proprio lui che ha sempre teorizzato l’importanza della conoscenza dei propri limiti, sarà mica diventato incosciente il signor Itchek?
Comunque ora è in pesca, ha già allamato un paio di donzelle insignificanti, la terza ha ingoiato l’amo e allora bisogna rifare il finale, porc… Le donzelle suo padre le chiamava, gli sembra, grinchie, ma sono conosciute anche come cazzi di re, un nome che forse si meritano per la forma affusolata e l’arlecchinesco dei colori. Vuoi metterti a discutere sul cazzo di un re?, sebbene di dimensioni ridotte, lo vedi come è vivace? Altro pesce che allama è il tordo, e anche lui te lo raccomando… sì, c’è il variopinto tordo pavone, con una livrea ragguardevole, ma non è buono nemmeno per una zuppaccia. Il signor Itchek spera in un sarago, maggiore, fasciato, pizzuto fa lo stesso. A volte ha avuto la sorpresa anche di un faraone, che sembra vestito con la maglia della Juventus. Il sarago è un pesce che da piacere, sì, è sarcigno, un combattente nato. Cerca d’intanarsi e poi ha quei denti che tagliano come rasoi e addio filo. Ha una carne buona, un po’… selvatica e aggressiva, ma decisamente di sapore. Oppure qualche bella occhiata, un pesce allegro e brioso, lo definirebbe spinoziano, non perché ha tante lische ma per via del filosofo, non crede che le occhiate abbiano raggiunto il quarto livello di conoscenza della beatitudine ma vivono, ne è sicuro, in buona contentezza. L’occhiata è un dio per l’occhiata ah ah ah ridacchia il signor Itchek. Anche la salpa ha una buona combattività, il problema è che ha una buzza piena d’erba che ne rende le carni amare, e poi è liscosa. Le orate invece sono divine, ma fuori della sua portata. Così la spigola, che suo padre chiamava ragno. Il dentice… lasciamo perdere, lo ha visto solo in pescheria.
Il signor Itchek fa degli esperimenti. Ha consultato internet, anche se crede che i pescatori siano una setta di bugiardi e che abbiano perfino ricorso ai trucchi dell’AI ancor prima della divulgazione di Gemini o GPT. Per esempio, quella cosa che si possa pescare con l’aglio in purezza perché ai saraghi piace un casino, gli sembra davvero una fake. Comunque non si sa mai, e si è dunque procurato un capodaglio. Ne mette uno spicchietto all’amo per cinque minuti, ma poi si sente scemo e non insiste. Innesca allora un pezzettino di petto di pollo, ovviamente crudo, che da quando la prima volta lo provò e ci prese un bel sarago è stato la sua rovina. Così si costringe a riprovare, per la seduta di pesca gli tocca procurarsi anche un petto, ma niente. Si vede che quel sarago ha voluto suicidarsi, oppure era un cannibale. Ci sarebbe anche il pane, la famosa pallina di pane – “Palline di pane” è un romanzo un po’ scipito di Paola Mastrocola, di più di vent’anni fa, che il signor Itchek, chissà perché, lesse. Per meglio dire, lo sa il perché, ma ne rimase deluso: la scrittrice, per quanto finalista al premio Strega, di pesca non conosceva nemmeno l’ABC. Sull’argomento c’è un libro più specialistico – per quanto così onesto che lo può leggere perfino un bambino di seconda elementare – che si intitola appunto “La pesca semplice con il pane” e che il signor Itchek ha acquistato e scorso via in trentacinque quaranta minuti. Non ci ha imparato niente che non sapesse già, ma comunque lo consiglierebbe prima del romanzo della Mastrocola, che la signora gli resta un po’ sui coglioni perché non solo ha fatto il liceo classico, ma ci tiene anche a dirlo insieme a tante altre stronzate sull’importanza della sua culturetta classica. Insomma, la Mastrocola è solo un’insegnante piena di sé e della sua spocchia ma crede di essere Nietzsche, o almeno Wilamowitz. “La pesca semplice con il pane” è un libro di Lelio Zeloni, che per sottotitolo ha parola sacrosante: quello che conta è l’esperienza! (e non il liceo classico). Di Lelio Zelone ci sono molti video su youtube, come tanti ce ne sono di Paola Mastrocola. Internet è davvero un grande mare. Con il pane, però, il signor Itchek pesca esclusivamente a canna fissa, e ora non ha voglia di montare la sua mollicciona cinese di otto metri e passa… anche perché sente già dei dolori alla schiena che una trentina d’anni fa avrebbe accusato soltanto dopo vari rotolamenti per una caduta sull’asfalto.
Così ha innescato i soliti bigattini, come fa lui, uno a calzino a coprire l’amo e uno pendulo, “attrattore”. C’è anche un romanzo che parla di bigattini, più propriamente di bachini, che infatti si intitola “Esche vive” e l’ha scritto Fabio Genovesi, lui sì davvero un pescatore con la faccia da pescatore. Infatti si è diplomato allo scientifico, anche se in un’intervista dice che nella sua città c’era solo quella scuola superiore, non ha mai capito nulla di fisica e matematica, ma dalla finestra si vedeva il mae, e allora… Fabio Genevosi una volta promise che avrebbe scritto un libro di pesca con la mosca, da non confondersi con la pesca a mosca, quella inglese, ma proprio con la mosca mosca. Il signor Itchek attese per un po’ la pubblicazione, ma poi niente, e allora di Fabio Genovesi non ha letto che “Esche vive”… Fabio Genovesi è davvero simpatico, forse troppo.
Un paio di saragotti, subito restituiti alle onde, in verità assai blande. La giornata sembra di stanca. Comincia a fare caldo, si toglie la felpa e rimane in camicia, rosa, elegante a righine, di quelle con il colletto ormai liso messe da parte appunto per andare a pescare. Mai avuto indumenti tecnici lui, solo vestiti vecchi, che visto così ne fanno un dilettante della domenica. O forse no, forse sono proprio i principianti che amano camuffarsi di tutto punto come veri professionisti, con quest’idea malsana che quando si vuole si può scegliere da un giorno all’altro una nuova identità, diventare pescatore, giocatore di poker, collezionista di francobolli o maratoneta. Non conta la lunga costruzione della passione, non conta l’esperienza – la prima certezza che hai nella società dei consumi è che puoi scegliere chi sei, anzi, meglio ancora, cosa sei. Lui invece pesca perché ha pescato per tutta la vita, anche se con scarsi risultati, o addirittura scarsissimi, come oggi. Ma questo non intacca la fedeltà al suo amore infantile, al fatto che suo padre pescava e quindi avrebbe pescato anche lui, fino a questo momento. Non si sa mai, magari un giorno abboccherà anche uno splendido dentice reale, ma in fondo chi se ne frega. Intanto però sente un forte strattone e si ridesta, la canna è piegata, ha abboccato un bel pesce, uno grosso, che combatte, che tira, che può darsi anche che strappi – il finale è così fine, chissà se l’amo è legato bene e resisterà, chissà se la lenza non andrà a strusciare gli scogli fino a logorarsi… senti la vita in canna e hai paura di perderla, è davvero un pesce che fa di tutto per portarsi via quello stupore improvviso, sprofondare senza farsi vedere. Così il signor Itchek fa un patto col mare e pensa: se riuscirò a guadinarlo – ma si accorge che il guadino non è montato – se in qualche modo lo tirerò su prometto che per oggi ho finito e anche se è ancora presto, anche se da qui in avanti inizia la giornata buona perché l’ho visto, la direzione della corrente è cambiata, per oggi non pescherò più. Ti prometto, mare, che smetterò. Ma fammi almeno vedere che ho preso, e se puoi, regalamelo.
Saranno passati due o tre minuti. Nella foto si vede una mano che tiene una grossa occhiata, la più grossa che abbia mai preso. Pensa alla gioia che ne avrebbe avuto se gli fosse capitata da bambino. La mano tiene l’occhiata sopra al secchio celeste, il polso è fasciato da un polsino elegantissimo a righine rosa. Di lui si vede solo la mano e quel polsino piuttosto incongruo. La foto è per ricordo, sua, non la vedrà mai nessuno.