Non mi esce dalla mente questa immagine: è stato come per un interruttore, si è accesa la luce (un giorno ha fatto capolino dalla portafinestra) e si è spenta (non c’era più, il corpo acciambellato sotto un’auto in sosta). In mezzo, appunto, la luce – una luce piena, senza albe o tramonti.  Questo è il modo che ho trovato per raccontare la sua storia in una frase. Ma sono io che racconto, e mentre ci penso scrivo di lei e mi guardo mentre ne scrivo. Una parte di me sente del dolore, un vuoto, poi c’è quell’altro me che si allontana il più possibile e da dietro le spalle mi fa: non ti vergogni nemmeno un po’?, in fondo era soltanto una gatta.

Ho dei dubbi che perfino le nostre possano chiamarsi storie, noi che narriamo di noi stessi perché siamo fatti anche di parole e così le raccontiamo e diciamo di averle anche vissute, le “nostre” storie. Ma forse fingiamo, perché fingere, in origine, significa plasmare la materia, creare – e cosa c’è per noi di più naturale che mettere insieme qualche pezzo di materia-parola e fabbricare una bugia? Così siamo capaci di raccontare e raccontiamo, anche dei gatti. Ma i gatti?, potrebbero i gatti dire una bugia?

Per me non è difficile immaginare che gatta Mirva avrà avuto le sue penombre, le cose che le saranno andate meglio e quelle un po’ peggio, se non addirittura male – una su tutte, la morte. Quindi non pretendiamo da Mirva che ci insegni a vivere, perché nella sostanza, in quel che ci accomuna come animali, attraverseremo le stesse felicità di base e le medesime tribolazioni, zoe riguarda entrambi. Ma forse, anche se Mirva non può insegnarci niente, io che ho dalla mia le parole, lo stesso ho potuto imparare qualcosa: se non come bisognerebbe vivere, almeno come bisognerebbe vivere-con-gli-altri. Che è quello che dicevo all’inizio, la luce piena – la voglia e il piacere di offrire, per quanto ci riesca, il sole. Non luci crepuscolari o chiaroscuri, non  l’imporre e gravare sul prossimo con i nostri tramonti, ma, lo ripeto, il sole.

E allora, quando invece sentirai di non averne la possibilità, spostarsi preferibilmente da un’altra parte, magari in un campo, fra le zolle erbose, al riparo dalla vista, in un cantuccio. E non è detto che là fuori si stia necessariamente peggio, anzi, ma quel che è sicuro è che nel momento in cui sono qui con te avrai la mia parte migliore, e quando così non sarà, perché non ne avrò voglia o non potrò o non ne avrai voglia o non potrai, salterò dalla finestra e per stasera ciao. Senza complicazioni sovrastrutturali o chiacchiere tanto pervasive quanto inconcludenti, senza appellarsi alla giustizia che con l’amore non c’entra proprio nulla, senza lamenti, senza mostrare il brutto di sé per invidia, gelosia e rancore. Perché la mia bruttezza esiste, certo, ma non è un motivo valido per obbligarti a lei, almeno nei limiti della responsabilità.

Però siamo soltanto uomini, né bestie né figure divine, e quel che ci risulta molto complicato lo complichiamo ancora di più, facciamo trambusto e fumo, tanto da cercare di convincerci  con le menzogne, per esempio sull’amore e sul rispetto – e cioè, in realtà, sulla sopportazione reciproca. Non cerchiamo la luce piena, ma qualcosa che ti dovrà bastare perché è sempre di più di quello che mi dài – dice il ragioniere -, perché io non mi sento amato come vorrei ma sto lo stesso qui con te, giorno dopo giorno, a consumarmi e consumarti invece di saltare dalla finestra e via di qua. Così, lo vedi?, mi fermo per insegnarti come mi devi amare, sappilo. Perché tu mi dai sempre anche un po’ della tua parte peggiore, e così rimango con te a regalarti anche un po’ della mia, perché io, e sono sicuro anche te, crediamo in un dio che ama chi sa amare soprattutto il peggio ed è per questo che, come si dice?, sì, io mi sacrifico per te.  Ché infatti avere per dio il sole, a noi due, risulterebbe davvero un po’ troppo facile, non è vero?, per il nostro dio è troppo semplice essere felici quando si è davvero felici… E allora lui ci prescrive di essere felici soprattutto da infelici, insieme al brutto che ci regaliamo e ci spartiamo in parti sempre disuguali.

Non così la mia gatta contadina Mirva, che stava in casa come il sole e che a volte mi preferiva le zolle e l’erba. Da una gatta ho compreso, senza che ne sapesse nulla, l’esatto contrario. Ma non era un uomo e nemmeno un dio. Era soltanto Mirva. E come poteva immaginare che non solo gli uomini, ma anche gli dei, sono invidiosi perfino di una piccola felicità piena? “La vecchia amica è svanita nell’aria come bruma, e il Solitario sospira per quella perdita del cuore” scrive Nikos Kazantzakis di Ulisse. Un Ulisse che in questo caso non pensa né a Troia, né a Itaca o Penelope, e tantomeno a Circe, Calipso, Elena – ma soltanto alla sua “leopardina dal dorso striato”.

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