Non ci si presta la dovuta attenzione: al mondo non tutti diventano padri e madri, ma ognuno di noi è figlio. Guardo allo status in sé, non al figlio in rapporto al padre e alla madre, e questo dovrebbe aiutarmi a riconoscere il mio essere figlio anche in tutti gli altri, perché tutti, ma proprio tutti, siamo appunto figli. Così pensate alla bellezza di saper vedere il figlio anche in vostro padre, madre, nonno e nonna, come voi. È un modo che vi avvicinerà a loro, che ve li renderà più comprensibili. E poi ci sarebbe il passo oltre, che porterebbe davvero a una liberazione dell’umanità: se ti guardo come figlio in sé, indipendentemente da chi sia mio padre e il tuo, tua madre o la mia, allora, davvero, siamo tutti ma proprio tutti fratelli. Con un distinguo però: non fratelli come lo sono i cristiani, che si definiscono tali in quanto figli di un Dio padre. Semplicemente fratelli. Ma figli di chi?, qualcuno insisterà. Fratelli perché figli, e figli di un figlio, cioè di un altro fratello.

Ho scritto che si tratterebbe della più grande liberazione dell’umanità. E anche in questo caso, il solito insistente domanda: liberazione?, ma da che cosa?  Dal legame forse più deleterio che esista, quello della tribù. La tribù famiglia, la tribù-tribù, la tribù-Stato, ma anche la tribù-stalla. Il mio mondo di fratelli-figli di figli-fratelli non si divide infatti in sottogruppi distinti e centrati ognuno su sé medesimo, anche se sarebbe sbagliato condensare e ridurre l’intero ragionamento alla solita motivazione sciocca, l’idea che “siamo tutti una famiglia”. Se non altro per il motivo che la famiglia ha sempre un capofamiglia, che nel mio mondo non sarebbe di nessuna utilità, casomai d’intralcio. E se comunque volete serbare il ricordo di un dio, vi propongo questa citazione spinoziana: quando non esisteranno che figli-fratelli si potrà dire semplicemente così, “l’uomo è dio per l’uomo”.

Manca ancora una considerazione: da ciò che ho scritto prima si deduce che il figlio come lo intendo io si autodefinisce, proprio perché assomiglia a quel frutto che non riconosce sé stesso per via dell’albero e nemmeno dall’albero si lascia descrivere come frutto. Nella mia ipotesi non vorremmo mettere al mondo qualcuno per avere chi chiamare figlio e nemmeno per aspettarsi d’essere chiamato padre o madre. Più semplicemente, perché chi è nato, un giorno, definisca sé stesso figlio-fratello di altri figli-fratelli, compreso te padre e madre, che è vero che siete alberi ma che prima di ogni altra cosa rimanete, come in origine, semplicemente frutti.

Mi accorgo però che con la voglia di tribù che caratterizza l’esistente, la maggior parte dei futuri padri e madri ribatterà che non ci sarebbe alcuna soddisfazione a non avere figli da chiamare nostri. E questo proprio perché siamo animali, con sangue e budella che a volte ti tengono con dolcezza, altre ti strangolano fino a soffocarti, più spesso fanno di te il componente della tua – cioè della loro – famiglia-tribù. Quindi il mondo si estinguerebbe. O forse no, forse una salutare crisi demografica porterebbe alla drastica riduzione della vecchia specie umana, cosicché sopravviverebbero solo figli migliori. Cioè quelli veri, i figli-fratelli figli di fratelli-figli. Un grandissimo alleggerimento, per noi e soprattutto per il pianeta.

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