Asilo, suore e chiese

Sono stato all’asilo anch’io, penso nemmeno per una settimana, presso le suore francescane missionarie del Cuore Immacolato di Maria, di quelle suore che spaventavano perché la tonaca e il velo erano neri neri.

In quanto momento di liberazione ho fissato nella memoria il rito dell’uscita, cioè il saluto: la madre superiora, di notevole stazza, si posizionava sulla soglia e noi bambini, a turno, dovevamo soffermarci, guardarla dal basso in alto e dire senza titubanza alcuna “Cristo sia lodato!”. Così che lei, con voce stentorea, poteva rispondere immediatamente “Sempre sia lodato!”. Eravamo, finalmente, fuori.

Ognuno di noi aveva un cestino portavivande. Forse le suore provvedevano all’acqua, al pane e a un po’ di frutta… insomma non mi ricordo che cosa passasse il convento. Stavamo seduti a dei tavolinetti minuscoli, su seggioline di formica che non avevo mai visto. Uso all’adultità del desinare mi sentivo un puffo. Secondo me ci davano anche del vino – che del resto era sangue di Gesù -, ovviamente annacquato, o comunque un mio commensale ne era rifornito, perché il primo giorno straripò miseramente sulla tovaglia – ne ho ancora un’intensa sensazione olfattiva, visto che ne rimanemmo imbrattati nel grembiule per tutto il pomeriggio. Non credo che allora fossero previsti cambi.   

La giornata aveva senz’altro una sua scansione, e dopo mangiato l’ordine era quello di dormire. Anche qui ho vaghe impressioni, ma penso che ci riposassimo al solito tavolino, seduti, con la guancia sulle braccine incrociate. Stavamo in silenziosa penombra, e naturalmente si fingeva, o almeno io non avevo alcuna intenzione di abbandonarmi fiducioso al sonno. Il tempo si dilatava intervallato soltanto dalle rotazioni di guancia.

Poi c’erano le attività, delle quali ricordo il canto e una volta che una bambina, all’apertura dell’armadio dei giochi, rimase travolta dai cubi di legno, tuttavia senza gravi conseguenze se non un piantino insistito.

Siccome non si poteva evadere – un cancello divideva il cortiletto dalla strada da cui mi avevano ingiustamente sradicato –, allora pensai bene di trovare un’altra soluzione: nascondermi, che come obiettivo da raggiungere anelava alla trasparenza, cioè sparire. Un tentativo durò per più tempo, ben infrascato com’ero in un cespuglio ornamentale, e vedo ancora un paio di suorine che si affrettavano in su e in giù mentre scandivano il mio nome. Chissà, forse fu proprio quello l’episodio per cui fu richiamata mia madre e allora si decise, saggiamente, di interrompere la pre-scolarizzazione del bambino, che a quanto pare non ne voleva sapere. Insomma, l’educazione religiosa non fece breccia, né in quel momento né attraverso gli ingegnosi tentativi successivi con i quali la grande macchina organizzativa della Chiesa Cattolica interviene nella cultura e nell’antropologia del nostro Paese, il Paese più piegato – e piagato – dalla Controriforma.

Non lo so se questo c’entri qualcosa con i mei rapporti con Dio, diciamo che per me le suore come campane nere nere sono state un impedimento non da poco. Forse per il loro odore di minestra irrancidita o di rigovernatura, forse per la vaga somiglianza con Belfagor. Quando dovetti iscrivermi in prima elementare non ci fu dubbio: scuola Pubblica “Michelangelo Buonarroti” di Santa Maria a Ripa, poco distante il Circolo del Partito Comunista Italiano e una delle prime Cooperative alimentari, con enormi latte di tonno, passato di pomodoro e confezioni formato esercito di spaghetti e penne. E il primo maggio le bandierine di carta rossa, triangolari e leggerissime, in tante file parallele da una parte all’altra della strada, che sembravano coprire addirittura il cielo.

I saputi diranno: sai che differenza!, un’altra Chiesa!  Certo, come no… e comunque questa è una storia del tutta diversa, che per quanto ugualmente crudele non vestiva certo i colori della morte contrabbandandoli con l’eternità. Qualcuna delle donne comuniste aveva, anche lei, i baffi ben visibili e i polpacci torniti, che nelle suore erano solo da immaginare. Ma non era una carne che anelava alla putrefazione, quella. Una cosa non da poco, che forse certi bambini cominciano a intuire fin dall’asilo.

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