Formazione politica del bambino proletario in 28 punti

1

Invece del Subbuteo il bambino di estrazione proletaria giocava a calcio a molla. Il pallone era una piccola sfera di acciaio che partiva come una sassata.

2

Tra le competenze del bambino di estrazione proletaria c’era senz’altro quella di aver partecipato, come assistente, alla pulizia del coniglio, opera di macellazione.”Si va a pulire il coniglio” era un invito ricorrente delle figure di riferimento adulte.

3

Il bambino di estrazione proletaria, a scuola, indossava il grembiule nero con il collettino bianco rimovibile, come ogni altro compagno di classe. Lo riconoscevi dal fiocco però, sempre sciolto, e dai ginocchi sbucciati con quelle croste che non avevano il tempo di guarire – non sarebbero guarite mai più.

4

Il bambino di estrazione proletaria, quando andava al mare,  la sabbia continuava a chiamarla rena, specialmente nell’espressione “mi hai fatto mangiare la rena”. E mentre i bambini di altra estrazione sociale si divertivano a costruire castelli e a fare le formine, lui scavava una buca profonda per trovare l’acqua.

5

Le prime nozioni di una cultura scritta (parole e immagini) riguardanti il sesso, il bambino di estrazione proletaria le ha scoperte dal barbiere del paese. Non erano complete, ma, come scrive Adorno, da bambini anche “le manifestazioni e le osservazioni più periferiche della vita sessuale si uniscono spontaneamente a formare la giusta idea della cosa”. Forse.

6

Non succedeva mai che il bambino di estrazione proletaria avesse un gatto diverso da quelli tigrati o bianchi e neri semplici, perché per lui il gatto era un gatto e basta. Non gli dava nemmeno nomi stravaganti o addirittura umani, perché si accorgeva subito che i gatti capivano meglio se li chiamavi Ciuci Fufi Pussi o Puci, e non per esempio Aristotele o Umberto. Il gatto stava fuori e poi ritornava e poi stava fuori e poi ritornava e poi l’ultima volta non ritornava più e allora era morto Pucci.

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Il gelato del bambino di estrazione proletaria poteva avere tre gusti, crema, cioccolata e limone, massimo due palline. Questo significava che pur avendo a disposizione poche possibilità era obbligato a scegliere. Mai avrebbe preso limone e cioccolata però, ma crema e cioccolata sì – oppure, più raramente, limone e crema. Una pallina di cioccolata andava bene, e così anche una di limone, mentre una pallina sola di crema era una stravaganza. C’era anche il pistacchio e la nocciola, ma venivano considerati gusti adulti. Con l’avvento dell’amarena iniziarono gli anni del riflusso.

8

Il bambino di estrazione proletaria nel caffellatte ci inzuppava le marie. E non è che le intingesse appena tenendole con due dita, ma ce le affogava quattro o cinque insieme e le faceva spappolare aiutandosi col cucchiaio, come se facesse una calcina densa per murare. E infatti la maria inzuppata era la base della crescita.

9

Era più propriamente una montura, quella che indossava il bambino di estrazione proletaria. La maglietta o il maglioncino quasi sempre a righe, i pantaloni corti d’inverno e cortissimi d’ estate, e poi calzettoni tirati su fino al ginocchio – che si appoallottolavano sulle scarpe come quelli di Domenghini – e sandali blu con l’occhio nella bella stagione. La montura aveva colori poco insudiciativi e il bagno lo facevi rigorosamente un giorno alla settimana, nella vasca. Chi più chi meno i bambini di estrazione proletaria puzzicchiavano di bestino, eppure nessuno di loro soffriva di allergie. Anche le malattie si vergognavano d’essere sciocche.

10

Non è mai esistito un bambino di estrazione proletaria vegetariano, figurarsi vegano. Il piatto forte e nutriente era la braciola, “che fa sangue”. Nelle caramelle e nelle mente esisteva ogni tipo di colorante e molti di quei bambini di allora si sono arrestati nella convinzione che quando i rossi e i blu e i verdi si fecero meno rossi meno blu e meno verdi, allora, oltre all’estetica ne soffrì anche il gusto. Si mangiavano gli avanzi e si diceva addirittura che erano migliori del giorno prima. Gli animali mangiavano gli avanzi degli avanzi per poi, spesso, essere mangiati anche loro e dunque non avanzava niente.

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Non c’erano né righe né pali né traverse, perché il bambino di estrazione proletaria quando giocava a pallone non ne aveva bisogno. Le porte erano delimitate da elementi incongrui, tipo il cespo più alto di un’erba infestante e una canna per terra, la dimensione calibrata sull’altezza del portiere. Eppure si vedeva quando facevi palo (?) o se la palla era ferma, fortunosamente, sulla riga (?). Si trattava di un richiamo a norme condivise senza che le regole fossero esplicitate nelle cose, come in una celebrazione dell’anarchia, quella vera. E tutti erano d’accordo, salvo ovviamente qualche sputo. A chi sputavi? Agli “ingannini”!

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Il bambino di estrazione proletaria conosceva un solo dolce fatto in casa: il ciambellone cotto nello stampo d’alluminio sul gas. Il ciambellone veniva diviso in due e bagnato con l’alchermes, che non sapeva di quasi nulla ma era di un bel rosso da guarnizione. Alchermes fu una delle prime parole straniere del vocabolario parlato del bambino di estrazione proletaria. Il ciambellone montava in modo disuguale e a volte si bruciava. Ma il bambino era contento lo stesso, e anche mamma.

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Aveva consuetudine con due fiori soltanto il bambino di estrazione proletaria, fiori da marciapiede: il soffione e il piscialletto. Si vergogna a dirlo, ma ha scoperto da poco che questi due fiori sono in realtà lo stesso fiore. E questo gli è dispiaciuto un po’, perché non depone a favore del suo spirito di osservazione. E poi ti frega: allora vuol dire che la facevi a letto anche se toccavi il soffione!

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Il bambino di estrazione proletaria faceva la pista tirando due linee sommariamente parallele con il gesso, quando c’era, ma bastava anche un pezzetto rosso di mattone – poi giocava a tappini. Il tappino andava strusciato per renderlo liscio liscio e ci scriveva dentro il nome del corridore, per esempio Adorni. Lo scriveva a biro su quella plastichetta bianca all’interno e veniva male. Ma tanto il bambino di estrazione proletaria lo sapeva lui di essere Adorni, perché s’immedesimava nel tappino. Contrariamente a quanto asseriscono oggi gli psicologi e i pedagogisti questa prolungata immedesimazione nell’effimero e il gattonare intorno alla pista non doveva causare alcuno scompenso emotivo. Anzi.

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Nota critica. Nelle brevi storie del bambino di estrazione proletaria viene attentamente ricusato ogni sentore di nostalgia. Non si tratta infatti di mangiare le caccole della propria infanzia. L’intento è invece quello di individuare gli elementi fondanti della propria cultura politica in antitesi a questa generazione attuale di debosciati che guastano il mondo.

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Le figurine erano la merce di scambio del bambino di estrazione proletaria. Passavano di mano in mano con la complicità di due giochi indispensabili per forgiare il carattere: “soffino” e “pioggia”. Nel soffino si confidava nella potenza dei propri polmoni, cercando di ribaltare il mazzetto di figurine e dunque appropriarsene con un’azione volitiva. In pioggia, al contrario, il bambino di estrazione proletaria si affidava alla sorte, sfidando la casualità: la figurina veniva lasciata andare e se svolazzando atterrava più prossima delle altre al muretto da cui era caduta vinceva su tutte. Caso, dunque, e forza di volontà. Fin qui l’uomo, ma tra gli uomini già si intravedevano le figure di alcuni futuri mercanti che indugiavano nelle trattative di scambio: ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho… mima (mi manca)… ce l’ho… ce l’ho…

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Tre sono le canzoni che hanno accompagnato la crescita del bambino di estrazione proletaria. Cominciamo da quella più esistenzialista, con goccia, fiore, farfalla e il resto. Da notare il graffio nella voce dell’interprete che, nonostante l’asserzione insistita di un soggetto che si definisce una nullità nella grande immensità, lo proietta invece in un atteggiamento tutt’altro che rinunciatario. (L’immensità di Don Backy)

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La seconda canzone del bambino di estrazione proletaria è Pietre di Antoine. Chiara è la coscienza dell’inesorabilità del destino, “sarà così finché vivrai”, ma questo non significa che la vita non vada attraversata tutta, sebbene investiti dalla cruda sassaiola che si abbatterà su di te, ricco o povero, buono o cattivo.

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È la terza canzone del bambino di estrazione proletaria, quella del sentimento di esclusione in un mondo che lo rifiuta. E tuttavia, nonostante la ripetuta negazione – “no tu no!” – il bambino di estrazione proletaria crede ancora nella possibilità di socializzare con l’esistente, ripetendo cocciutamente la sua domanda con piglio ottimista “vengo anch’io!”. Le tre canzoni di formazione politica sono del 1967, anno inesorabile. (Enzo Iannacci, Vengo anch’io. No tu no)

20

Fu nel 1963 che il bambino di estrazione proletaria comprese in maniera inconscia quanto sia opinabile ogni regola grammaticale. La ripetizione ossessiva di questa canzonetta, fin dalla culla, lo convinse senza esitazione alcuna della valenza masturbatoria di ogni compiacimento grammaticale – tipico dei petulanti, delle maestrine e di chi aborre la vera vita della lingua naturale. La canzone dice anche che proprio per questo rimarrà solo per sempre. (Don Backy,  Ho rimasto solo)

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Cosa c’era sotto le mutande delle bambine? Questa fu la domanda più indiscreta del bambino di estrazione proletaria, che lo coinvolse nei primi anni d’infanzia fino al periodo di latenza – dove se ne dimenticò – per poi interessarlo di nuovo. Finché una compiacente volontaria non si prestò a soddisfare la richiesta e allora, il bambino di estrazione proletaria, seppe di averlo sempre saputo e gli parve di incontrare per la seconda volta una vecchia conoscenza. Anzi, a dir meglio, una conoscenza originaria.

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Comprava le caramella alla menta, il bambino di estrazione proletaria. Quelle dure che scricchiolano sotto i denti. E le caramelle d’orzo. Ma solo con quelle di menta funzionava il gioco: ne masticavi una e poi bevevi subito dalla sistola del giardino per congelarti tutti i denti brrrrrr. Al bambino di estrazione proletaria le sostanze psicotrope gli hanno sempre fatto una sega. Era vaccinato

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Stavano in fila e in fondo alla fila il medico. Il bambino di estrazione proletaria era in prima elementare. Quando fu il suo turno il medico gli domandò: “Come ti chiami?”, e lui rispose anteponendo il cognome al nome come si usava a scuola. “Bene”, rispose l’uomo, e gli arzigogolò dei graffietti sul braccino nudo. Il vaccino fece effetto e apparvero due bolle che andavano meticolosamente protette. Poi fu tolto il cerotto e una volta cicatrizzato ecco le iniziali del cognome e del nome, piuttosto schematiche, ma ben leggibili. Il bambino di estrazione proletaria sul vaccino ci ha messo la firma. E ora metterebbe anche qualche altra cosa: metterebbe in galera quei mentecatti che non vogliono far vaccinare i figli.

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Il bambino di estrazione proletaria non ha mai capito perché il verderame lo chiamassero così nonostante sulle foglie dei pomodori apparisse più vicino al celeste. Però, del verderame, gli piaceva la macchina, che andava caricata sulle spalle tramite dei lacci come due bretelloni e aveva una leva laterale e una cannula per lo spruzzo. Faceva clak clak e il suono era inconfondibile. Quando “si ramava” pareva che un astronauta fosse sceso nell’orto. Al bambino di estrazione proletaria la fantascienza gli è sempre piaciuta, ma quella priva di effetti speciali, un po’ contadina insomma.

25

 Le vecchie casigliane del bambino di estrazione proletaria erano generalmente grasse, con polpacci ben sviluppati. Non tutte ugualmente simpatiche e alcune decisamente intrusive. A riprova il dialogo che segue. “Ce l’hai il pisello?” (il bambino di estrazione proletaria tace) “Fammelo vedere…” (Il bambino di estrazione proletaria tace ancora) “Tiralo fuori che te lo taglio!” (il bambino di estrazione proletaria è scappato. Teresa era una sarta!)

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Aveva sei colori a disposizione, il bambino di estrazione proletaria: verde per i prati, azzurro per il cielo, giallo sole, marrone come il tronco dell’albero, rosso tetto e nero per i contorni. Le matite erano a cera e i colori non si potevano mischiare. Questo ti da una percezione del mondo con poche sfumature, però molto nitida. Il bambino di estrazione proletaria, ancora oggi, non riesce a capire chi sbrodola con l’acquerello o la tempera dei sentimenti, gli sembra un individuo fatuo, o al limite un indeciso. Lui, più degli artisti, ama gli imbianchini: sotto il colore ci sono almeno le pareti.

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L’attrezzatura per la pesca del bambino di estrazione proletaria era essenziale: una bustina di ami più grossi e una di quelli più piccoli, due sugheri a pera, piombini e la lenza “Tiger” del 18. La canna era fissa e misurava cinque metri e quaranta. Una volta il bambino di estrazione proletaria mostrò l’esigenza di un mulinello per poter a pescare vicino alla riva opposta, ma Edo, un pescatore di consumata esperienza, gli rispose: “E per cosa? Vai a pescare dalla parte di là, no?” e gli indicò il ponte che attraversava il fiume. Il ragionamento di Edo non faceva una piega. Ci ripensa, il bambino di estrazione proletaria, e insieme a Edo gli torna in mente il primo pesce che “bucò” (cioè allamò). Si trattava di un volgare cappone rosso, un carassio, altrimenti detto “zoccola”. Il bambino di estrazione proletaria perse dunque la verginità con una zoccola. Magari, se avesse avuto il mulinello, la sua storia con la pesca sarebbe cominciata sotto auspici migliori.

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Il bambino di estrazione proletaria lo portavano in vacanza al mare, un mare di acque basse e rena. La rena gli entrava dappertutto e andava a accumularsi lungo l’elastico del costume, bagnaticcio, e sotto i testicoli, bagnaticci pure loro, procurando forti irritazioni cutanee. Anche quando cercava di grattarla via con l’asciugamano, bagnaticcio, era una lotta impari. Con la rena poi ci giocavi a giochi scemi come quello che vado a descrivere, “il monte”. Si trattava di innalzare un monticello di rena e di infilarci in cima uno stecco, come se fosse il picciuolo di una grossa pera. E poi, alternandoti con un compagno/a, toglievi con la mano un po’ di monte, e se cadeva lo stecco avevi perso, fine. Non era un granché, ma il tempo non mancava, la rena era tanta e tanti erano gli stecchi sulla spiaggia libera. Perché sprecarli? Anche la rena migliore per tirare su il monte era bagnaticcia.

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