È accaduto che un ventottenne, alla guida della propria auto, non abbia rispettato uno stop. Erano le 6.30, appena giorno, usciva dalla discoteca e all’alcol test risulterà positivo. A quell’incrocio transitava una quarantasettenne in motorino, sulla via del lavoro, aveva la precedenza ed è stata travolta, morendo sul colpo. La quarantasettenne, nell’articolo di cronaca, viene definita “donna” –  il ventottenne invece “giovane” o addirittura “ragazzo”, ma non uomo, un uomo di ventotto anni oggi sembra inconcepibile.  Lui è italiano, la donna di nazionalità rumena.

Due situazione di vita agli antipodi: la donna procede verso il lavoro, quella mattina come le altre mattine si è alzata presto; il giovane è di ritorno da un luogo di divertimento, come altre domeniche è uscito dalla discoteca tardi – una è orientata alla veglia, l’altro al riposo. La donna ha ragione ed è innocente, il ragazzo ha torto, ed è colpevole, gli saranno imputati reati gravissimi.

Penso che nonostante i motivi così diversi del perché si siano trovati, nel medesimo istante, a quell’incrocio, in ciò che è accaduto si riveli invece una coerenza spietata, che insomma tutto si tenga. Parlo di un caso specifico, ma senza nomi e cognomi e storie individuali, cerco di ragionare per tipologie, utilizzando dei concetti. Non so chi era quella donna, quale il suo modo di concepire la propria esistenza, che cosa amasse o odiasse. Lo stesso per quanto riguarda il ventottenne. Però ho la consapevolezza di come ci vuole il mondo dove ognuno di noi vive. Ti alzi presto la mattina per andare a lavorare, e lavori perché il lavoro, tra le altre cose, ti offra la possibilità di divertirti, magari in discoteca. E in discoteca bevi, perché così, in quel contesto,  ti senti più a tuo agio e per qualche ora puoi anche dimenticarti che dovrai ritornare a lavorare o forse che un lavoro ancora non ce l’hai. Ti dicono che quando lavori devi lavorare e basta e quando giochi giocare – lucido, cosciente, produttivo in ognuno degli ambiti separati –, ma poi prevale il sonno, l’intorpidimento, o perché ti sei svegliato presto e controvoglia, o perché sei uscito tardi e hai bevuto e corri verso camera tua.

C’è una stanchezza mortale, nelle nostre vite, contrabbandata per lucidità e performance. Giorni addietro ne abbiamo avuto ancora l’epifania a un incrocio, una volta di più tra le innumerevoli volte: così rimarremo chiusi nel dolore, angosciati, falsamente stupiti, e non vorremo capire la logica che traccia la falsariga alla tragedia. Certo, non ci sono equivoci: il colpevole ha travolto la vittima. Per chi è morta nessun rimedio, ma soltanto un credito da esigere, affidato a chi rimane. Per il colpevole invece una responsabilità, un debito, una voragine da cercare di colmare e risalire. Questo perché esiste una legge, a tutela della vita e non della morte – una legge che a un incrocio deve saper distinguere il reo dall’innocente, per ridurre il danno, per il bene di una collettività. Ma non è sufficiente dirsi questo. Finché la vita si riduce ad alzarsi alle sei la mattina per lavorare oppure ad andare a bere in discoteca, come se entrambe fossero davvero la tua migliore scelta – finché non riusciremo a comprendere perché ci vogliono così e continueremo a procedere sulle nostre strade rimuovendo quella sudditanza che ci contraddistingue nell’alienazione, non possiamo che attendere la prossima tragedia. Si ripresenterà senza possibilità di evitarla, in forme diverse e lo stesso uguali – a questo servono le tipologie e i concetti. Magari il ventottenne non aveva ancora un lavoro e avrebbe voluto trovare il proprio senso nell’alzarsi presto la mattina; magari la donna, la stessa mattina, sognava di quando era ancora giovane e libera di andare a ballare e a bere con le amiche. Lei in motorino verso il lavoro, forse pensando che sarebbe giusto  trovare il modo di divertirsi, in questa vita; lui a cui quella serata non aveva portato quasi nulla, se non il solito tentativo di nascondersi la mancanza dell’essenziale, che a ventotto anni non sei riuscito ancora a scoprire e forse è per questo che ti chiamano ragazzo. Certo, accade che uno si rivela improvvisamente colpevole, l’altra vittima – e su questo non ci può essere alcun dubbio. Ma entrambi vivono una prigione che li ha condotti a quell’incrocio, una prigione che ci conviene definire scelta, e tutto allora si tiene.

La donna è morta, lei non potrà apprendere più nulla, è stata inghiottita dal nero. Il ventottenne dovrà pagare il suo debito, cioè assumersi la responsabilità di quanto è successo come causa dell’incidente, senza alibi. Però avrà la possibilità di risalire la china: non nella punizione di se stesso, nel credere che la lacerazione e la sofferenza sia una redenzione dalla colpa. Dovrà invece trovare la via di adoperarsi per il bene e per il buono durante tutta la vita che ha di fronte – qualcosa di più e di diverso che addormentarsi in un mondo che ti vuole addormentato, stanco perché vai al lavoro o perché esci rincoglionito da ciò che interpreti come divertimento. Lo pagherà così il suo debito. Questo non servirà a riportare in vita una persona, ma potrà opporre finalmente la vita alla morte, quella vera e quella dei dormienti. Un modo di risvegliarsi verso qualcosa di più difficile ma di buono, in direzione di una pratica di vita che a ventotto anni non ti riduca soltanto alla falsa gioventù di un ragazzo. Oppure ci sono quei rimedi che ti sono offerti per impegnarti in un’esistenza sprecata, puoi trovare un modo di ridurre il danno che ti preservi uguale a tutti gli altri. Per esempio, voi giovani, potrete andare a bere in discoteca, sì, ma solo in quattro su un gruppo di cinque amici, in modo che l’astemio di quel sabato riaccompagni a casa gli alticci se non i completamente sbronzi. Oppure prendere una navetta che il sindaco vi mette gentilmente a disposizione. Meglio di niente, i genitori staranno più tranquilli. Potrete non morire veramente, schiantandovi contro un albero o a uno dei tanti incroci e scontri con gli altri, altri come voi o diversi da voi. Potrete morire di una falsa morte ipocritamente indolore, addormentati, ma perfettamente in forma per chi vi vuole così.

Altri articoli