Nel 1922, l’anno del Castello, Kakfa scrive un racconto senza mettergli un titolo, che fu pubblicato dopo la morte come Indagini di un cane. Inizia così: “Come è mutata la mia vita e come in fondo non è mutata!”, e immediatamente il protagonista si rivolge al lettore confidandogli che non vive più “in mezzo al genere canino”. Lui adesso è dedito alle proprie “piccole indagini infruttuose”, che tuttavia considera indispensabili, e vive “ritirato, solitario”, senza però aver perduto di vista il suo “popolo lontano”. Questo popolo è il popolo ebraico? Forse, quasi certamente. Ma limitiamoci a rilevare che si tratta di “un” popolo, forse uno dei tanti popoli, contrapposto al cane solitario, così come Giuseppina la cantante – protagonista di un racconto del 1924 – si distinguerà dal “popolo dei topi” – topi ebrei? Forse. “Io ho conservato la natura puerile anche diventando un cane vecchio”, altra confessione che ci regala, e “nel corso di una lunga vita s’incontrano parecchie cose che tolte dall’insieme e considerate con occhi infantili sono ben più stupefacenti”.
Letto il racconto, di queste cose stupefacenti ne voglio selezionare tre, dedicate dal cane a noi popolo:
– “le massime assurdità di questa vita assurda appaiono più verosimili delle cose sensate”, e sono particolarmente utili da studiare – sono cioè quelle da indagare;
– “tutti i fenomeni più assurdi della nostra vita, specie quelli più assurdi, si possono motivare. Non del tutto, beninteso – questa è la beffa diabolica, – ma quanto basta per salvarci da domande penose”.
La terza cosa stupefacente è lo strumento che noi popolo abbiamo escogitato per impedirci lo stupore delle cose stupefacenti, cioè per non farci delle domande tanto penose quanto indispensabili, e non dedicarci alle indagini canine. Kafka lo ha ben presente e lo scrive, poi lo cancella, secondo me per compassione. Ma il brano, per quanto cassato dall’andamento narrativo del racconto, è rimasto. Ci salviamo dalle domande più importanti attraverso quella che il popolo definisce educazione: perché “ogni educazione mira probabilmente a due cose: in primo luogo a respingere l’assalto irruento dei bambini ignoranti alla città e poi a introdurre i bambini umiliati nella menzogna – con dolcezza, a poco a poco, impercettibilmente.”
Infine, un’ultima considerazione, che riguarda ogni uomo che ancora conservi una qualche dignità anarchica, che custodisca e faccia agire il proprio bambino ignorante contro le lusinghe della città ben educata. Un avvertimento a ogni cane solitario, a ogni Giuseppina la cantante, e che insieme indica uno stile di vita, una postura esistenziale: “E andò sempre peggio quando fui adulto, ma non disposto a cedere”. Non disposto a cedere, anche se andrà sempre peggio. Che cosa volete di più da uno scrittore?