È – era – un libro di pietra. Un portico che il ricco epicureo Diogene aveva fatto edificare a Enoanda, in Licia, la sua città, nel secondo secolo dell’era comune. Parole che, come la pietra, volevano durare, scolpite in monoblocchi, ogni blocco una sentenza. Il luogo è pubblico, un edificio dove la scrittura alla luce del sole non è riservata soltanto ai filosofi: Diogene ha voluto realizzare un peana alla vita, il riassunto della corretta interpretazione della natura delle cose e soprattutto di un’esistenza salva dalla paura, dai turbamenti dell’anima, dal dolore. Così come aveva insegnato Epicuro. Tutti avrebbero potuto leggere, anche gli stranieri, anche le donne e i lavoratori, perfino gli schiavi – altra eredità rivoluzionaria del maestro. Unica raccomandazione: “una sola cosa vi chiedo, di non accostarvi agli scritti alla maniera in cui uno passa per la via, nemmeno nel caso che ci sia un po’ di indifferenza o di noia, volgendovi qua e là a ciascuno di essi e passando oltre”.
Quindi concentratevi, riflettete, fate attenzione. Memorizzate, le parole incise sono fatte per essere ricordate con una memoria di pietra, sempre alla portata del pensiero. Un metodo, una disciplina, un esercizio costante. Per facilitare la memorizzazione l’insegnamento filosofico viene riassunto in una scrittura essenziale che si concretizza preferibilmente in immagini, sulla soglia della metafora. Come in questa sentenza, in un unico blocco di pietra: “Bisogna ridere della morte, perché assomiglia a una maschera che spaventa i bambini; anche quella, infatti, sembra stia per mordere, ma non morde affatto”. Tutti hanno presente che cosa sia una maschera, e di una maschera, anche la più minacciosa, gli uomini sanno prima di ogni altra cosa che copre la verità – che una maschera possa mordere lo pensano infatti soltanto i bambini, o gli adulti mai cresciuti. Di questa minaccia – della maschera cattiva della morte – un uomo adulto dovrebbe invece ridere, è l’atteggiamento più salubre che non fa ammalare la vita.
Ma Diogene lo sa, “la maggior parte sono in generale contaminati, come in una pestilenza, dalle loro errate opinioni sulle cose, e diventano anche di più (infatti per la reciproca imitazione si trasmettono l’un l’altro la malattia come le pecore)”. E allora è per questo che l’epicureo ha fatto erigere la grande stoa di scrittura, dove puoi camminare e fermarti a leggere, Diogene vuol portare soccorso e salvezza non solo agli uomini malati di oggi, ma anche ai possibili di domani, e queste parole non saranno straniere per nessuno: “secondo ogni divisione della terra, c’è chi ha una patria e chi ne ha un’altra, mentre, in base all’intero complesso di questo mondo, unica patria di tutti è tutta la terra, e il mondo è l’unica casa”. I confini sono dunque aboliti, come abolito è il mistero – tutto può essere leggibile, tutto – se ami la salute dell’anima e non la malattia – è perfettamente visibile, la vita sta nell’evidenza di ciò che vedi, corpo fra i corpi.
E ora, con un salto di un paio di millenni, torniamo ai giorni nostri. Il portico di Diogene di Enoanda è crollato, la sua scrittura rovinata a rudere ma in parte salva, gradualmente alla luce scavo dopo scavo. Uno studioso racconta un aneddoto. C’era un blocco per metà sepolto da altre pietre su cui si vede soltanto una parte del testo inciso, ma l’archeologo non ha il permesso di liberarlo. Così decide di interpretare ugualmente le parole visibili e ricostruisce l’invisibile, mettendolo come si usa fra parentesi quadre. Il risultato: “[Per quanto riguarda gli abiti, affinché possiate scoprire il massimo piacere, manteneteli assolutamente lisci, senza] intrecci, [e il corpo] stesso, sia nel caso di una figura migliore sia nel caso di una peggiore, così com’è”. Ne derivava un insegnamento sul modo più comodo di vestire, senza fronzoli, nei limiti della frugalità epicurea – abiti lisci, giusti sia per qualsiasi corpo, bello o brutto che fosse.
Passa un anno e lo studioso finalmente ha la licenza di rimuovere le pietre e dunque può interpretare l’intera iscrizione: no, non aveva capito nulla. Non di abiti si trattava, ma di sesso. La sentenza dice così: “È una sfortuna che quelli che soffrono della passione erotica non sappiano che dalla vista ricevono un piacere perfetto anche senza sesso, mentre l’atto sessuale di per sé, non importa se l’aspetto sia più bello o più brutto, è uguale.” Anche qui viene stabilito il valore del limite: fermarsi alla vista di un corpo senza compiere l’atto sessuale procura già un piacere perfetto, secondo l’epicureo, ma quelli che sono ossessionati dalla passione erotica non lo sanno, e dunque tracimano direttamente all’atto – e nell’atto, però, diventano ciechi, perché quando fai sesso non c’è alcuna differenza tra un corpo bello e un corpo brutto, “è uguale”. Per noi è piuttosto difficile da comprendere, perché siamo figli dell’esagerazione, e immaginiamo che oltre il limite di qualcosa che è già pieno e perfetto – cioè oltre la vita – ci sia un di più, non ci fermiamo al corpo del visibile. E allora finiamo per comportarci come lo studioso: cosa ci sarà dove non posso vedere? Apro la parentesi quadra e ricostruisco un testo inventato che, paradossalmente, diventa la maschera che mi convince sia la verità, convince me come tutti i bambini – e allora abbandono il visibile e non capisco più nulla, anzi, attraverso la mia ricostruzione che annaspa nel mistero, divento cieco, guasto anche l’al di qua, quello che potrei invece vivere pienamente, perché per un cieco il bello o il brutto diventa uguale. Non mi sembra una lezione da poco.
Spero che tu possa aver compreso quello che Diogene di Enodera voleva riuscire a dirti, anche se per lui tu sei un uomo del futuro così distante. Sì, queste mie parole che ho riportato non sono incise nella pietra, non puoi camminare accanto a loro, non hanno la pretesa di essere imparate a memoria. Però stanno nel visibile, nitide sulla carta e alla luce del sole, a uso e beneficio di chiunque voglia fermarsi qualche istante a leggerle e, magari, a rifletterci. Certo, chiunque, non ci sono confini: un filosofo, un lavoratore che ha poco tempo da dedicare ai libri, una donna, addirittura uno schiavo.