La formula “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà” identifica Gramsci con uno slogan, e del resto Gramsci stesso, in articoli di giornale, annotazioni e lettere, lo ha utilizzato più volte come motto, a chiusura di una considerazione o di un ragionamento. Il motto sembra derivi da Romain Rolland, ma l’attribuzione non è così certa.

Sono parole che trasportano un differente significato a seconda del contesto in cui si trovano, il linguaggio non può funzionare che così. E allora bisogna risalire alle diverse fonti, ricollocare la formula nel luogo di appartenenza. Ahimè, non ho una familiarità così approfondita con la scrittura di Gramsci, di lui ho letto solo alcune cose, più spesso ne ho incontrati estratti e citazioni in libri di altri autori, non voglio dare ad intendere di averne una conoscenza organica e tenerlo sul palmo della mano. Così mi fido di Wikipedia e passo in rassegna i contesti – non verificati – dove è presente il motto. Forse ne può uscire ugualmente qualcosa di buono.

Seguendo l’ordine cronologico, si procede da una dimensione pubblica – dove lo slogan assume l’aspetto di un’esortazione – a un contesto di applicazione sempre più privato, fino a diventare una confessione intima. Il discorso mantiene ovviamente delle costanti e tuttavia si fa diverso e ricco di sfumature.

“Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà, deve essere la parola d’ordine di ogni comunista consapevole degli sforzi e dei sacrifici che sono domandati a chi volontariamente si è assunto un posto di militante nelle file della classe operaia”. Siamo nel 1920 e l’estratto affiora da un articolo su “Ordine Nuovo”, dove tre mesi prima Gramsci aveva scritto che “La concezione socialista del processo rivoluzionario è caratterizzata da due note fondamentali”, quelle appunto del pessimismo e dell’ottimismo legate all’intelligenza e alla volontà. L’ambito qui è politico, gli articoli interpellano direttamente anarchici e socialisti.

L’interlocutore diventa invece individuale con il documento successivo. Nel dicembre del 1929, a distanza di quasi un decennio, Gramsci cita il motto in una lettera indirizzata al fratello Carlo dal carcere di Turi. Ora quelle parole assumono un significato più filosofico, mettendo in risalto una sorta di modello antropologico. Gramsci ha una convinzione profonda: l’uomo trova in se stesso la sorgente delle proprie forze morali, tutto dipende da lui, dalla sua energia, dalla sua volontà, tanto da non dover più disperare e cadere nel pessimismo o nell’ottimismo, stati d’animo definiti addirittura volgari. È una morale stoica, che prevede un costante esercizio di manutenzione a grande altezza,e che il filosofo fa proprio: “Penso, in ogni circostanza, alla ipotesi peggiore, per mettere in movimento tutte le riserve di volontà ed essere in grado di abbattere gli ostacoli”, scrive per illustrarne la pratica.“Non mi sono fatto mai illusioni e non ho avuto mai delusioni. Mi sono specialmente sempre armato di una pazienza illimitata, non passiva, inerte, ma animata di perseveranza”. E comunque, nello stesso anno, sul primo quaderno annoterà “Bisogna creare gente sobria, paziente, che non disperi dinanzi ai peggiori orrori e non si esalti a ogni sciocchezza”. Il modello ricercato nella postura esistenziale ha dunque un’immediata ricaduta politica, quella di creare – importantissimo il verbo – un uomo con caratteristiche diverse: sobrietà, pazienza, senso del limite sia nella disperazione che nell’entusiasmo per cose di poco conto. In chiusura viene citato nuovamente il motto, “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. 

A distanza di tre anni, nel 1932, si ricorre alla stessa formula, in una nota del quaderno 9. Qui ne viene indagato l’aspetto più propriamente psicologico, in particolare di chi sogna a occhi aperti, ma questo, una volta di più non può che riguardare anche la dimensione politica. “Nel sogno a occhi aperti” scrive Gramsci, “tutto è facile. Si può ciò che si vuole, e si vuole tutta una serie di cose di cui presentemente si è privi. È, in fondo, il presente capovolto che si proietta nel futuro. Tutto ciò che è represso si scatena.” (Ed è necessario fare una pausa, riflettere su quel che si è letto e poi riprendere, perché si legge con lentezza) “Occorre invece violentemente attirare l’attenzione nel presente così com’è, se si vuole trasformarlo”. E, di seguito, ecco che ritorna, come chiusa, “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. Per ribadire il concetto con altre parole: sognare ad occhi aperti viene facile, ma è indice di passività e di mancanza di carattere; è una fuga in avanti, che ci inganna di potere ciò che si vuole, e che però non innesca nessun cambiamento reale. Si iniziano a trasformare veramente le cose quando, anche facendoci violenza, ci si concentra invece sul presente così com’è – qui sta il pessimismo dell’intelligenza e la grande lezione di Machiavelli – e non è che ci si abbandona invece al sogno, come vittime della situazione nella quale siamo immersi, e con la scusa che non ce la facciamo a guardare le cose come stanno… Noi queste cose vogliamo infatti cambiarle per davvero – ecco l’ottimismo della volontà. È una voce che ti arriva da dietro le spalle e che ti dice: la tua volontà di incidere sulle cose non deve costruirsi alibi, e ricorda che il modo più facile di inventarsene uno è proprio quello di sognare ad occhi aperti pensando di poter capovolgere il presente, mentre invece ti riduci a saziarti di una finzione. Insisto, per non farci sconti, e scrivo ancora una volta che la via giusta per cambiare le cose è difficile e soprattutto faticosa, e che per imboccarla non bisogna accettarsi così come siamo – o come ci viene bene – ma farsi violenza e puntare gli occhi soprattutto dove non vogliono guardare. E se il presente ci appare come un tunnel, noi abbiamo l’obbligo di  fissare le pareti del tunnel e non la presunta luce là in fondo – che è una nostra invenzione passiva, o, per meglio dire, è un’invenzione del tunnel. Una postura, quella di Gramsci, che risulta assolutamente diversa da ciò che ci viene consigliato quotidianamente dalle terapie psicologiche d’accatto, che indirizzano l’attenzione laggiù lontano, verso la presunta fine del tunnel, dove c’è la luce che sembra in attesa dei tuoi passi e che ti fa rimanere invece immobile, la speranza come droga. E invece bisogna muoverci (ottimismo), ma continuando a fissare il tunnel (pessimismo). Finché ne abbiamo la forza.

Gramsci, in carcere, lottò con tutta l’energia disponibile, fino allo s-finimento. Lo confessa in una lettera a Tatiana Schucht del 29 maggio 1933, intima e dolorosa. Ancora una volta ricorre la formula, sebbene considerata come ormai inapplicabile: “Fino a qualche tempo fa io ero, per così dire, pessimista con l’intelligenza e ottimista con la volontà. Cioè, sebbene vedessi lucidamente tutte le condizioni sfavorevoli e fortemente sfavorevoli a ogni miglioramento nella mia situazione. (…) tuttavia pensavo che con uno sforzo razionalmente condotto, condotto con pazienza e accortezza, senza trascurare nulla nell’organizzare i pochi elementi favorevoli e nel cercare di immunizzare i moltissimi elementi sfavorevoli, fosse stato possibile di ottenere un qualche risultato apprezzabile, di ottenere per lo meno di poter vivere fisicamente, di arrestare il terribile consumo di energie vitali che progressivamente mi sta prostrando. Oggi non penso più così”. Però continua: “Ciò non vuol dire che abbia deciso di arrendermi, per così dire. Ma significa che non vedo più nessuna uscita concreta e non posso più contare su nessuna riserva di forze da esplicare.»

Siamo di fronte a un uomo che ha dato tutto, fino all’ultima stilla di volontà di vita, perché ha trovato il modo di nulla sprecare, di concentrarsi nella lotta, di rimanere in piedi fine alla fine senza uscirne sconfitto. Gramsci muore s-finito, ma non sconfitto. E scrivo questo non per farne un santo, o uno slogan, o un’immagine su una t-shirt o il simbolo di un’organizzazione giovanile. Per invitare e dunque invitarmi a leggerlo davvero in profondità, invece, e per comprendere un metodo di lotta – dove antropologia, filosofia, psicologia, pedagogia e politica convergono. E soprattutto per evitare di continuare a farci le coccole nel vittimismo, per non trovare alibi nelle peggiori idiozie che i poveri dementi di una sinistra puerilizzata hanno diffuso e continuano a diffondere come una pestilenza. Dobbiamo buttare via il ciuccio e creare – e crearci – uomini diversi.       

Altri articoli