Un ragazzino di tredici anni ha accoltellato una sua insegnante, a scuola, riprendendosi con lo smartphone. Commento di un giornalista: “Nulla sembrava annunciare quello che sarebbe accaduto”. Dichiarazione di una compagna di classe: “È un ragazzo tranquillo…”. Non voglio sapere altro. Solo mi chiedo, l’arma è il coltello o il cellulare?

Perché in un mondo che non sia rovesciato – e qui penso a Marx –, coloro che sanno di commettere un crimine cercano di nascondersi, di non farsi trovare, di uscire dalla vista. Il ragazzino, al contrario, sente di esistere e di essere qualcosa di reale soltanto se si filma, l’atto è un pretesto per la ripresa e la riproduzione replicata e replicata e replicata sui social.

La notizia, lo ripeto, è stata diffusa così: tredicenne accoltella la sua insegnante mentre riprende la scena con il cellulare. Ma forse sarebbe più appropriato ricorrere a una sorta di straniamento linguistico e scrivere in questo modo: tredicenne “accellulara” la sua insegnante mentre prende la scena a coltellate. Dovremmo infatti sforzarci di non ricorrere alle solite parole che si dicono in queste occasioni, che poi sono la vera sostanza degli alibi che ci rendono immuni dalla nostra effettiva responsabilità adulta. Non sia mai che provassimo a fare davvero qualcosa, se non sentirsi impauriti per i figli che abbiamo messo al mondo e che adesso sono chiusi là dentro nella scuola, fuori dalla nostra solerte sorveglianza e protezione. Ma come puoi aspettarti la verità da Pulcinella? Perché il coltello sarà anche rubato – di quanti centimetri 18? 20? 30 o 40? –  ma il cellulare, al ragazzino, glielo abbiamo messo in mano noi, e in assenza della possibilità di fare un video quell’accoltellamento non sarebbe avvenuto, perché per lui non avrebbe avuto alcun senso – o meglio ancora, cioè peggio, nessuna realtà.

I tedeschi commisero un genocidio e cercarono in tutti i modi di nasconderne le prove. Ma oggi non è più così: il genocidio degli israeliani a Gaza è davvero sotto gli occhi di tutti e per noi, se non fosse per i mezzi di comunicazione di massa, potrebbe anche non esistere, come altri che accadono in questo momento di cui non sappiamo assolutamente nulla. Quel ragazzino dunque ci insegna in che tipo di mondo viviamo e soprattutto quand’è che lo consideriamo vero, cosa ci necessita per tradurlo nella realtà delle cose. Così ancora una volta, per coprire l’ovvio, andremo a interrogare psichiatri e psicologi e guru televisivi con zazzerone telegeniche, doteremo ancora di più le scuole di questi sportelli per il disagio esistenziale agitando il pretesto della prevenzione (tra l’altro, lo sportello dello psicologo, contrariamente ai cessi non ha bisogno nemmeno della carta igienica, che manca sempre, e per questo la portiamo da casa o la vinciamo con i buoni coop). E invece la nostra vergogna è lì di fronte a tutti, simbolo del mondo rovesciato: è la vera arma, lo smartphone che prima hanno messo in mano a noi e che noi, poco dopo e senza indugi, abbiamo regalato a chi ci sta a cuore, addestrandolo alla violenza dello spettacolo.

L’insegnante, ricucita, in assenza forzata dalla missione scolastica perdona – “che se fosse per come è fatta, mia moglie rientrerebbe anche domani”, dichiarazione del marito. E allora noi le crediamo e in quel suo perdono ci perdoniamo tutti, con la faccia seria seria per la gravità della situazione. Perché abbiamo subito un grande spavento, e ancora una volta in un luogo che dovrebbe essere sicuro… e invece, guarda un po’, insieme agli psicologi ci vorranno più carabinieri. Il perdono si fa nuovamente scena, e l’osceno, che era balzato per una volta di fronte a tutti, ritorna osceno, cioè fuori scena, invisibile allo sguardo. Perché funziona in questo modo: fotografiamo, facciamo selfie per dare un’esistenza a noi e anche alle cose, e alla fine, con il cervello inzeppato di tutte queste immagini, il nostro vero desiderio è quello di non vedere.   

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