All’omino anarchico bisogna dargli da mangiare, altrimenti muore. Mi guardo in alcune fotografie scattate in situazioni conviviali con i colleghi di lavoro e le colleghe – e buonasera a tutte e a tutti –, nelle cene aziendali o negli apericena. Quando mi accorgo che inquadrano nella mia direzione, ecco che sulla faccia mi si aggiusta quel sorriso da contesto sociale, che chiaramente è un riflesso condizionato, ma che deriva da anni e anni di esercizi, un’abitudine consolidata ripetizione dopo ripetizione. Sempre uguale, quel sorriso. E quindi ha ragione l’omino anarchico, che mi sussurra all’orecchio Ma non lo vedi che faccia che fai? L’espressione è tanto conciliante quanto ebete, e se non si riesce a interpretarne la smorfia della tragicità sottesa – ci vuole un occhio attento –, non resta che arrivare alla conclusione che il tipo nella foto, in mezzo a quegli uomini e a quelle donne per la maggior parte più giovani di lui, quel tipo lì ha tutta l’aria di essere un perfetto imbecille. Come traguardo dell’identità sociale direi che non c’è male. Però l’omino anarchico continua, Guarda come sono felici loro invece. Sì, anche in questo caso ha ragione, pare che si divertano, a volte addirittura alla grande, non ci sono scomparti segreti dietro alle labbra arricciate a culo di gallina o nelle bocche spalancate da tifoseria di calcio. È vero, in questa foto si nota la cupezza del fu Giovanni Tamburini, ma trattasi di un caso isolato, il collega venendo meno dopo un paio di mesi per un tumore al retto. L’imbecille in fotografia invece si chiama Walter Guidotti, sono io. E sono sempre io anche l’omino anarchico, che ha fame.
Non ricordo il momento preciso in cui è cominciata questa storia di doversi sforzare a sorridere quando tutti se la spassano e tu invece ti annoi. E allora percepisci quel malessere che ti sale su dallo stomaco come un ritorno d’acido un po’ dolciastro. Forse non è mai iniziata, questa storia, forse sono nato insieme a lei, difettoso al convivio. Ma no, non voglio essere così severo con me stesso, non è giusto: da bambino e anche un po’ più in là con gli anni non mi sarebbe mai venuta quella faccia da idiota. Crucciato sì, anche con qualche tratto d’odio per il circostante, come nella fotografia conservata della mia squadra di piccoli azzurri A, dove tutti possono vedere che io indosso la tuta di chi rimane in panchina per l’intera partita. Comunque niente paraventi per la conciliazione con il genere umano, anzi a volte un’espressione davvero strafottente di gioia. Quindi la smorfia è decisamente intervenuta in corso d’opera, ammesso che la mia vita si possa definire un’opera.
In questi giorni, mentre io Walter e l’omino anarchico guardavamo un filmaccio sullo schermo del computer, mi sono appuntato una frase che più o meno fa così: “Preferisco essere odiato per quello che sono che amato per quello che non sono”. La poliziotta del thriller, in chiave con i suoi trascorsi di propensione al suicidio e di uso di varie sostanze psicotrope, attribuisce la frase a Kurt Cobein, ma l’omino anarchico mi suggerisce Vedrai che sbaglia. E infatti sono andato a informarmi su Google e già che c’ero anche su Gemini, e sembra che quella cosa Cobain non l’abbia mai scritta, e se una volta gli è uscita in pubblico è perché l’ha rubata a André Gide. Allora cerco André Gide e credo di aver trovato anche il titolo del libro da cui è tratta, che ho subito ordinato saldando con la prepagata. Tutta questa procedura di ricerca, sebbene più complessa della smorfia tragicomica di un imbecille, è ugualmente un riflesso condizionato acquisito, perché ci fu un tempo in cui né degli aforismi, né di Cobain o Gide, tantomeno dei libri o di Amazon, non mi importava un fico secco, e figurarsi all’omino anarchico. Ma torniamo alla frase. Un certo Furio Corbucci l’ha postata sul suo profilo Facebook, dicendo ovviamente che si tratta di una genialata di Cobain, e sono andato a leggere i commenti, che non sono tanti, anche perché Furio ha pochi amici, essendo il suo profilo piuttosto dimesso. Sotto c’erano diversi Bello! Bellissimo! Grande Cobain! e anche un Grande Furio! (il commento di una donna) e poi le parole del solito intelligentone, che scrive: “Preferisco essere odiato per quello che sono che amato per quello che non sono (?) – aggiunge il punto interrogativo. “No!”, taglia corto, “Preferisco essere amato per quello che sono!” con il punto esclamativo. Eh già, troppo facile ciccio, mi verrebbe da commentare al suo commento. Ma poi, come sempre, non procedo, anche perché l’omino anarchico mi suggerisce che sarebbe tempo perso.
Ho parlato dell’espressione in alcune fotografie che mi hanno scattato, non a me come singolo, ma in situazioni di gruppo. Ci sono però anche quelle per usi pratici, come la patente o la carta d’identità, o magari perché qualcuno vuole fare una fotografia proprio a te – sì, nel corso degli anni ho avuto anch’io qualche fidanzatina o qualche amico che mi ha dedicato delle inquadrature personalizzate. Ma perfino in quelle pose, raggelanti nello studio fotografico o realizzate con vari livelli di amorevolezza dalle diverse fotografe, anche lì, ecco la medesima faccia con quell’espressione da imbecille, Ma lo vedi che faccia ti viene? dice l’omino anarchico. Allora ho deciso di comprare una pistola.
(Continua, forse)