Della giusta misura (e di altri ninnoli)

Gran parte della vita l’ho passata e la passo tutt’ora a scrivere. Sia con quella scrittura funzionale che uso al lavoro – dove “con la scrittura” è appunto un complemento di mezzo –, sia con la scrittura che più propriamente mi affianca nel viaggio – qui la proposizione semplice “con” introduce invece un complemento di compagnia. In questo caso ho la sensazione che lo strumento non sia la scrittura, piuttosto io, agito in qualcosa di simile a una servitù volontaria molto particolare. Però, proprio per questo, parte cospicua della mia vita l’ho passata anche a leggere, e non solo a leggere e correggere e rileggere quello che avevo scritto. Anche tanti e tanti libri – di vivi e di morti, di morti in vita e di vivi in morte – più o meno necessari, più o meno belli, di frequente dedicando del tempo perfino a rovistare nella robaccia in cerca di una pietra preziosa.

Poi oltre a scrivere e a leggere, lo devo confessare, ho anche studiato, sebbene abbia conseguito, in piccolo, soltanto quel titolo che rubo alla definizione di Guy Debord: io sono “un dottore in niente”. Certo, significa che non ho nemmeno uno straccio di laurea, ma per definire il mio status non basta una fronte non coronata di alloro. Infatti il dottore in niente è senz’altro qualcuno che ha fallito un obiettivo, e che tuttavia non rinuncia a cingersi ugualmente la testa della corona assente. Coloro che devono in qualche modo meditare sulla effettiva bontà del loro successo, per lui, sono gli altri, quelli che hanno ottenuto il riconoscimento sociale di un titolo di studio. Il suo è forse un sentimento d’invidia? Quasi certamente sì, e se non altro come potremmo provare il contrario? Rimane comunque da comprendere un aspetto della questione che si presenta puntualmente, almeno tra i dottori in niente doc (in questo caso l’abbreviazione doc vale per “di origine controllata”, ma anche per “disturbo ossessivo compulsivo”, e poi “documento” e infine “dottore”, vedi come tutto si tiene?)

In definitiva quel che c’è da capire di certi “dottori in niente” è il difetto di misura, più propriamente la loro misura non giusta e per questo non adeguata alla convivialità – che infatti i conviviali giudicano una sorta di troppo, di eccessivo, di grossolano o addirittura rozzo. Proprio nella loro tipica postura, nella vita e, per ritornare al discorso da cui sono partito, nella scrittura. Insomma, è l’assenza di bon ton tra persone che si conoscono da tanto tempo e fanno comunella, tra i civili, quegli uomini e quelle donne caratterizzate dal buon gusto equilibrato e dunque adatto alla situazione. In mezzo a loro il dottore in niente ha sempre un’aria un tantino selvatica, un afrore carico di ormoni adolescenziali, un sentore di bestino. E visto che anch’io mi sento un po’ così e soprattutto sono spesso percepito in questo modo, ascolta, voglio raccontarti una storia che abbia una volgarità sufficiente a dimostrartelo. Quindi, se mi hai accompagnato fin qui pensando che rispettassi il perimetro delle tue buone maniere, sei pregato di abbandonare la lettura.

Molti anni fa frequentavo le sale biliardo, e soprattutto quelle dei circoli Arci di periferia, dove l’odore dei vecchi si mescolava al fumo di sigaretta, alla segatura umida e alla varechina – lo senti il ristagno nell’aria? – ma anche al vapore del caffè corretto con la sambuca girato nel trillo del bicchierino e allo schiaffo del sugo di pomodoro per l’ennesima pastasciutta di una festa generosa. Si parla di molti anni fa, ora quei circoli non esistono più, o solo in qualche riserva indiana. Donne e ragazze poche, tra cui era compresa anche la locandiera. Gli uomini per lo più giocavano a carte ai tavolini di formica con berci e bestemmie ululate mentre altri si muovevano a passo lento intorno alle sponde lucide del biliardo. Le imprecazioni erano presenti anche lì ma più contenute, forse addirittura malevole e quasi da confessionale, la differenza tra una scoreggia roboante e un peto come un leggero sfiato, ma pestilenziale. E poi c’era il dopo biliardo, usciti dalla sala, fuori a cazzeggiare nei pressi delle auto non ancora persuasi al rientro alla domesticità. Ho detto che si trattava di una tribù interamente maschile, che tra l’altro, avendo dimestichezza con la stecca le palle e le buche, era facilitata nello sragionamento triviale del fallico e dello sconcio.

Quella sera della mia storia, a un certo punto, un tipo che chiamerò con un soprannome inventato, metti il Pàssera, il Passera fece La volete vedere una cosa? con un ghigno sornione che prometteva bene. Certo che vogliamo, Passera. E allora aprì la bauliera della sua BMV – il Passera era un rappresentante – e dentro c’era una valigetta che lui, ci confidò, si portava sempre appresso, anche nei suoi giri fuori dalla regione Toscana, “perché voi non lo sapete come le donne si divertono con queste cose qui…” – che poi erano le titolari e le commesse delle boutique che serviva, negozi e femmine – e allora il Passera aprì la valigetta che come la grotta di Alì Babà si rivelò piena di oggetti esotici quanto giocattolosi, tra falli vibranti di gomma semplici e doppi, anelli e dildi a temperatura regolabile, palline da introduzione vaginale, preservativi bitorzoluti e con stimolatori penduli e tanti e tanti di quelli arnesi che t’invitavano all’immaginazione più spinta e ti veniva anche la voglia di prenderli in mano, se non fosse per un certo rispetto igienico, sia per il giocattolo che per la mano. Finché, d’improvviso, uno degli astanti indicò dentro la valigia puntando con il dito un piccolo ammennicolo, a metà tra una bella supposta maggiorata e un grosso tubetto del vicks vaporub.

“E questo cos’è?”

“Questo?” rispose il Passera, mentre per non sbagliare toccò, lui che poteva, il ninnolo “Questo è un uccellino da culo…”. E allora scoppiò una gigantesca risata collettiva, come se tutti avessero d’improvviso avuto un’illuminazione liberatrice e nello stesso tempo, da mentitori incalliti, confessassero “Eh sì, lo so, lo so…”.

Fine della mia storia. E adesso mi domanderai, lettore che hai attraversato anche la bassa umanità fino a questo punto, “che c’entra l’uccellino da culo con quanto hai scritto pocanzi?”

Ma come? Non hai capito? Ho parlato del ninnolo per stupirti con l’oggettività di una metafora. L’uccellino da culo è qualcosa di preciso e ben calibrato – un falegname direbbe calettato – a ben vedere un garbato esercizio di stile, la misura giusta del signore o della signora raffinata che ce lo vogliono, sì, ma solo quel pochino, quel tanto che basta per non affondare nella verità cruda di loro stessi. È, insomma, della giusta misura per compiacere senza turbare, e di sicuro non è di competenza di noi rozzi e esagerati “dottori in niente”, che abbiamo una naturale propensione alla selvatichezza e troviamo il nostro luogo dell’anima sempre sopra le righe. Non quel pochino che aggrada, ma il troppo che stroppia, il villano, lo scadimento del bon ton conviviale. Io li ho presenti quei signori e quelle signore che hanno la vogliuzza dell’artificio artistico e finzionale, certo, e che non rinuncerebbero mai alle gioie della creatività – ma solo quell’avventura giusta, sensata, sufficiente a gradire il gesto ma scongiurando il pericolo d’irreparabili lacerazioni. Un piccolo assaggio del proibito senza strappare il velo della buona educazione, un accogliere misurato, appena appena una punta. Ecco, io e quelli come me – e ci dispiace tanto per questo meraviglioso pubblico seduto in platea – nella valigetta l’uccellino da culo non ce l’abbiamo. È il motivo per cui lo elevo a categoria estetica.

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