Lo strano caso di un tutor

In cooperativa il mio lavoro è quello di scrivere progetti per le gare d’appalto. E comunque, nelle cooperative sociali, specie se relativamente piccole, il ruolo comporta quasi sempre altre mansioni, alla scrivania e con l’utenza. Io per esempio seguo alcuni tirocinanti nelle aziende, e cioè sono un cosiddetto tutor: una volta alla settimana mi vedono arrivare in fabbrica con la mia borsa di pelle e stoffa e il sorriso professionale – in fabbrica ma anche nei campi, nelle botteghe, nelle associazioni… insomma, in quei luoghi di lavoro dove, a seconda dei progetti, il ragazzo, la ragazza, l’uomo o la donna svolgono il loro percorso di formazione. Osservo il tirocinante all’opera, mi confronto con il suo tutor aziendale, parlo con gli operai del processo produttivo e con il titolare d’azienda, controllo che il registro delle presenze sia a posto ecc. ecc. il tutto per cercare di valutare le acquisizioni di nuove competenze lavorative, e comunicative e relazionali. Ma non voglio farla troppo lunga, e queste parole sono servite soltanto per introdurre lo strano caso di stamani.

Come ogni settimana ero al maneggio dove svolge il tirocinio una ragazza che sto seguendo, tra l’altro molto brava: quello che ora so sui cavalli lo devo a lei. A un maneggio, però, non ci sono soltanto gli equini, ma molti altri animali. Per esempio i piccioni, che zampettano sui tetti dei box e svolazzano qua e là impertinenti; per esempio la mosche che si appiccicano ai cavalli e non gli danno pace; e poi ci saranno di sicuro i topi e le pantegane, sebbene per adesso non ne abbia mai visto un esemplare né dell’una né dell’altra specie;  e l’assenza di gatti rende ancora  più notevole la presenza di un numero rilevante di cani che vivono lì, liberi e mansueti, che se ne stanno come pascià al sole, negli spazi aperti o accoccolati su alcuni divanacci messi apposta per loro. Oggi c’era un nuovo arrivato, un bel cane nero che ha subito attirato la mia attenzione perché ispirava un’evidente aria di famiglia. Una vocina dentro di me sussurrava: “Ma guarda… quello potrebbe essere davvero lui”. Non solo: il cane, appena mi ha viso, mi è corso incontro ed ha cominciato a strusciarsi ai miei pantaloni, senza alcuna diffidenza, come se mi conoscesse, e bene, da chissà quanto. “Buono, su, non leccarmi…”, ma non c’era verso, mi spostavo qua e là per il maneggio e lui mi seguiva dappertutto, cercando la mia attenzione con delle gran testate di affetto alle gambe.  “Ma guarda…”, diceva ancora la vocina dentro di me, “roba da non crederci, sembra davvero lui!”.

            “Ti vuole parecchio bene, eh?” ha fatto la mia tirocinante.

            “Direi proprio di sì… Bello, dài, ho capito… non è che posso prenderti in collo, via… Ma di chi è questo canone nero? Mica l’avevo mai visto…”

            “Di quel tipo là”, la tirocinante mi ha indicato un uomo che stava parlando con la proprietaria vicino al campo gare. “Viene spesso, ma quasi sempre cavalca di pomeriggio, e porta con sé il cane”.

            “Dev’essere un labrador, vero?”

            “Di sicuro uno dei suoi genitori è un labrador, sì”, la ragazza se ne intende di animali, “Ma in realtà è un meticcio… Oh, ma ti toccherà portartelo a casa… non ti molla mica…”

            Anche questa!, pensavo tra me, addirittura un’altra coincidenza: un cane che ha l’aspetto di un labrador nero ma che in realtà è un meticcio… ma guarda i casi…

            “Non le fa nulla, sa?, stia tranquillo!”, era il proprietario che si era accorto delle esuberanze festose nei miei confronti “È buono, è buono come il pane… Lascia stare il signore e vieni qua… Vieni Bob! vieni!”

            Ecco, più di così non si può, il puzzle era completo e io mi sentivo dentro una delle mie storie. Perché l’ultimo libro che ho pubblicato ha come protagonisti un cane nero e il suo padrone, rispettivamente Bobi e Bob, e il cane è un labrador meticcio come questo che mi sta ciucciando i pantaloni, tanto che potrei fotografarlo e metterlo in copertina per una eventuale, prossima edizione. A quanto pare Bobi-Bob, fuggito di casa per una sorta di malinteso, stamani aveva ritrovato il suo vero padrone, cioè lo scrittore della sua storia, “La storia di Bobi”, e questo scrittore di storie, che sarei io, grazie al cane nero Bob-Bobi qui presente, era entrato nel proprio romanzo e ne stava vivendo un nuovo episodio come personaggio fra i personaggi. Come si dice?, già, cose dell’altro mondo… E ora che sto scrivendo dello strano caso che mi è accaduto stamattina, quando sono partito da casa “tutor che va al lavoro” per poi diventare lo scrittore che incontra questo cane vero che sembra però  quello del suo romanzo, e dopo essermi trovato nuovamente dentro una mia storia grazie alla realtà, sarebbe sufficiente che adesso Bobi-Bob si mettesse a parlare e così dimostrerei che qualsiasi verità è insufficiente, sia nella scrittura che nelle cose della vita, e quando queste cose si mischiano alle parole fino a confondersi – risultato a cui aspira ogni vero scrittore di storie finte – non si sa mica dove potremmo andare a parare. Quindi è meglio finire così: un sorriso d’intesa con il padrone del qui presente Bob, solo per dirgli: “Lo so che è buono come il pane…”; un sorriso anche alla mia tirocinante che mi guarda stupita, perché non capisce come mai mi sia imbambolato per qualche secondo quando il tipo, dal campo gara, ha chiamato il suo cane Bob, e allora anche un qualche riferimento alla compilazione del registro, per rassicurarla e dirle: “Vedi? Sono ancora il tuo tutor…”. E poi un abbraccio forte, ma davvero forte forte, a questo cane Bobi-Bob, che mi ha leccato le gambe da sopra i pantaloni, per confidargli in un orecchio: “Sono contento che ti ho ritrovato, sai Bobi? E mi fa tanto tanto piacere saperti vivo e in salute, mio pazzo cane nero!” e lui che, di nascosto e in silenzio, risponde insieme alla vocina nella mia testa: “Anch’io, anch’io finalmente ti ho ritrovato, Bob amico mio. Sapessi quanto!”

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