Quando nacqui ci mancò poco che morissi, è una storia che mi accompagna da sempre. Fu così che il tempo che venne dopo, fino ad ora, è stato tutto di guadagnato. E anche la poca vita che arriverà in futuro lo sarà, perché il filo del discorso è il medesimo: io potevo essere già morto, e da un bel pezzo.
La morte quindi non mi spaventa. Per me è un po’ come una stanza buia dove abitavi senza rendertene conto e improvvisamente ecco che si apre una porta, sono uscito per una boccata d’aria o forse per via di questa luce. Ma lo sai benissimo che non durerà per sempre. Anzi, lo dico ancora e lo sottolineo: non durerà per sempre. Anche quando aspettavo lei perché quello era un pomeriggio di martedì e Teresa aveva gli allenamenti – o almeno così diceva a sua madre, invece saliva sulla mia lambretta e adesso stavamo distesi a frugarci nelle mutande – anche se quello era un pomeriggio di martedì, proprio in quel momento esatto io l’ho sempre saputo: non durerà per sempre. Infatti sono passati più di cinquant’anni e migliaia e migliaia di momenti che hai voglia te di fissarli nella testa… ci ritorni, sì, con questa banalissima e sgangherata memoria che non vuole mollare, ma loro non ritornano più.
Sono le quindici e trentanove di un giorno di sole accecante – è il venti o il ventuno luglio? – e l’unico modo di resistere sul mare è addossarsi a questi scogli durissimi, quasi rossi per via del ferro che hanno dentro, almeno credo… Rubo una sottilissima striscia d’ombra in quest’aria ferma. Il mare non ha quasi colore invece, perché è uno specchio liquido. Ma quella ragazza la vedo bene: si è accomodata come una lucertola su un lastrone rovente qui di fronte, senza reggiseno, è bella, veramente, e sa di esserlo. Sta immobile, eppure ti pare di sentirla sorridere con tutto il corpo, fa le fusa al mare. Succede che quando hai vent’anni le ragazze ti piacevano perché dicevi che erano di una bellezza naturale, non lo sapevano loro di essere belle – e ora questa qui hai voglia te che lo sa!, eccome! Si stende in pieno sole e ti fa lo spettacolo, tu hai quasi settant’anni e ti piace proprio per questa sua certezza, la lucertolina… Non ne ho mai avuta una così, io, una di quelle che ti capitano di vedere soltanto al cinema o alla televisione, guardare e non toccare! Ho sempre pensato che fossero di un altro pianeta, proprio di un’altra specie: tu Jane e io invece no Tarzan, io Cita… Ecco ora si tira su e guàrdala come si accomoda lo slippino sul didietro e le rimangono i segni su quelle due meluzze tonde e dure… un’occhiata a destra una a sinistra – mi staranno guardando? pensa la donzelletta – due passi sugli scogli e si tuffa con l’agilità di un felino, l’acqua l’accoglie senza uno schizzo di troppo, addio bellissima. Eh già…
Di andare via non ne ho voglia, che ci ritorno a fare alla pensione? Se lo sapevo però portavo la crema, che anche se stai all’ombra oggi picchia davvero forte. Rimango nella fetta d’ombra, faccio passare il tempo. O magari mi tuffo anch’io e invece di trascinarmi su questi massi ritorno al mio asciugamano a nuoto… piano piano, senza fretta, un po’ a rana un po’ a morto, a morto sono quasi perfetto ah ah. E dire che ho sempre nuotato come un pesce io, battevo il crawl che era una meraviglia… facevo chilometri, chilometri! e ora guardami qui, povero vecchierello con questi pelacci bianchi e due puppette sgonfie… lo senti cosa vuol dire averne quasi settanta? eh Gianni?, lo senti? Ora mi butto… Come faceva quella canzone di Rocky Roberts? Staaasera mi butto staaasera mi butto mi butto con teee eeeee… nero nero con gli occhialoni scuri e i capelli lisci e sfonati e stirati con la piastra, sarà stato alto quasi due metri Rocky Roberts… con tutte le ragazze sono tremendooo le lascio quando voglio e poiii le riprendooo… ma senti che roba ti rimane in testa! Sì, ora mi butto anch’io… però prima bàgnati ai polsi, e un po’ la pancia che sembra un ammasso di pasta di pane cruda, una roba da ospedale… così! brrrr mamma mia… Ecco che scivolo piano piano dentro e… e… là! brrrrrrrrrrr, uno-due-uno-due-respira-uno-due-uno-due-respira… vede che stile signorina? dov’è andata signorina? Eh sì… e ora però riposati che ti viene l’affanno… comunque non me la cavo poi tanto male, perlomeno galleggio, il problema è che senza gli occhiali non vedo quasi nulla… c’era quel mio amico, come si chiamava? lui sì… Franco Liberatore! già, proprio lui, che mi ricordo faceva il bagno con gli occhiali… se li fissava alla testa con un elasticino… elasticino o elastichino?, insomma, con un elastico e poi via in mare!… eh sì, diceva anche di vederci bene, il tonto, capirài… sempre stato un coglione Franco… E’ che senza maschera non vedi nemmeno se ci sono le meduse, che cioè, le meduse ci sono… si sono sempre loro… e allora bisogna fare attenzione… ci mancherebbe anche la medusa ora, che quando avevi quindici anni e ti leccava la medusa non c’era che la varechina, oppure ci pisciavi sopra, che c’è quella sostanza che ce l’ho qui sulla punta della lingua che non mi viene… sai cosa? io ritorno a riva, che non ce la faccio già più, mi lascio asciugare all’ombra e poi mi avvio, piano piano… l’ammoniaca ecco! l’ammoniaca! È per via dell’ammoniaca che funziona anche la pipì… mi ricordo quella volta che la medusa beccò Franco e urlava e urlava… e allora non c’era niente, nemmeno la varechina, e siccome sulla schiena gli erano venute già le galle che la medusa l’aveva strusciato proprio lì, dice Paolo: “Bisogna pisciargli addosso noi!” e allora io lo tenevo fermo e Paolo gli pisciava addosso, poi lo teneva fermo Paolo e gli pisciavo addosso io… ah-ah-ah… uno spasso! E poi ci ringraziò anche, il coglione… che coglione Franco con gli occhiali e l’elasticino che si faceva pisciare addosso… elasticino o plastichino?
E ora, lettore mio, se tu fossi un gabbiano e sorvolassi per l’appunto a volo d’uccello questa costa rocciosa, e magari ti lasciassi planare verso la nostra direzione, appena prima del grande scoglio, allora chissà a quale specie d’animale ti parrebbe appartenere questo bipede piuttosto goffo che annaspa in un elemento fisico a lui diventato senz’altro estraneo, e che per raggiungere la terra più vicina sta penando di brutto – perché già ci vede così così anche con gli occhiali e ora che ne è privo ci si mette perfino la fatica del fiato corto e le immagini si fanno ancora più malcerte e quasi svaniscono nell’indefinito. Lui, sì, è un uomo. Uno di quelli che la vita fino a questo giorno ha risparmiato dai malanni più gravi, e che comunque è ugualmente consapevole di aver imboccato già da tempo la via del declino e del disordine, e che seguendo il verso di ogni cosa nel mondo precipiterà, più o meno gradualmente, nell’annientamento. Lui lo sa, le cose inesorabilmente degradano, e con le cose tutto, anche gli esseri viventi più grandi e i più piccoli e le reti di parole che intessono fra di loro e finanche i beni tipo l’amore, l’amicizia, l’affetto vicendevole – insieme a quell’assenza di lacci che se ti aggrada puoi chiamare libertà o, diversamente, indifferenza. Ma forse, o lettore, se tu fossi un gabbiano saresti già passato oltre, niente affatto curandoti di questo vecchio quasi settantenne che adesso si tiene come una salamandra alla dura roccia marina, e ancora non ha capito se il punto di attracco sia quello giusto e a quanta distanza da questo punto dell’universo si trovi il suo asciugamano con gli occhiali le scarpacce e il poco e sciatto vestimento per l’insolato pomeriggio. Ché già le carni arrossano del sole ed è tempo di nascondersi nella poca ombra e di godere la rara frescura prima del rientro e della notte nera. E comunque siccome tu gabbiano non sei, ma sei lettore, e sei rimasto ancora qui in attesa, allora ti dirò che questa storia è già finita.